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Testo : Andrea Fedi

Da piccolo associavo il colore arancione alla paura. E questo perché una volta avevo sognato il cane demone del primo film dei Ghostbusters (e non dei cristiani, birboni) che una notte mi rincorreva nel corridoio di casa mia ed era preponderante la luce arancione appunto dei lampioni installati lungo un’anonima strada di San Paolo in Prato, che entrava dalla finestra della stanza in cui sopravvivevo. Mi è sempre rimasta impressa quella sfumatura chimica, tipo aliborange anfetaminico e fosforescente, che ti verrebbe voglia di pipparlo come se ti trovassi in una dimensione in cui gli spacciatori smerciano mandarini ed una carota può assurgere a simbolo generazionale senza doversi per forza travestire da dildo.
Arancione era la sfumatura che le luci dipingevano sulla chioma di un certo John Garcia, ritagliandone i contorni scuri in controluce e disegnando un’aureola di male, come in un’eclisse di ciò che era stato e sarebbe poi dopo di lui, i capelli a coprire il volto in stile novello cugino It. Era il 1996 e i Kyuss avrebbero in effetti eclissato tutti, sia chi c’era stato a suonare prima di loro (che era un festival di ottime band), sia gli unici che ci avrebbero provato dopo, nientepopodimeno che i Soundgarden, che alla fine, forse fiutando l’andazzo o davvero per stanchezza da fine tour come dichiararono alla stampa e al pubblico, imposero la loro anima più punk facendo divertire chi, come il sottoscritto, non aspettava che quello e indisponendo sommamente chi, al contrario, si aspettava di vedere i Led Zeppelin.
Rodriguez era la base ritmica, Homme un ragazzino, Garcia pareva Ozzy teletrasportato alla velocità della luce nei mondi di Herbert e il gruppo aveva il potere di creare il Deserto, laddove i cespugli ruotanti girano in un’eterna ipnosi, raccogliendo tra gli arbusti contorti storie leggende e illazioni di puttane, disperazione, cervi e solitudine. La realtà buca come i cactus, l’acqua fresca è quasi introvabile ed è necessario fare attenzione ai serpenti a sonagli: direi che assomiglia più o meno alla stessa cosa che si subisce la mattina se fai il pendolare, e ti trovi a dover sempre correre per non perdere quel cazzo di treno e a bestemmiare quando invece è lui a perdere te, che a volte capita anche di questo. Allora il grigio, predominante tono associato alla città bagnata di pioggia e fluidi generati da cattivi pensieri (soprattutto di lunedì mattina, per chi ha lo sculo di doverlo necessariamente affrontare), si accende dei colori caldi della rabbia, di cui l’arancione è degna sfumatura del rosso acceso.
Non è un caso che dove abbiano suonato gli Avon le pareti siano a vetri, trasparenti, permeabili sia ai comuni sguardi che all’ingerenza di un sistema che forse crede che sia bastato dotare tutti di una buona visuale ottica notturna per far sì che sapessero dove dirigere i propri passi, anziché prediligere metodi volti a favorire una crescita libera ed individuale, per vedere dove dirigere la propria mente e la propria anima: stessi lampioni, stesse strade anonime, stessa fottuta città, stesso colore. Deja vu.
Torna l’arancione della notte, l’illuminazione sociale delle strade perdute delle vite di chi, una sera, si è ritrovato ad ascoltare un concerto e forse anche ad interrogare sé stesso su cosa manca, cosa si può fare e cosa piglia bene. “Se me lo avessero raccontato non ci avrei creduto.” dice il Macca, il chitarrista dei Nausea Or Questra. Ha ragione. Ma io mi chiedo: si va a vedere un gruppo che suona un genere perché ci piace il gruppo e il genere, o si va a vedere quel gruppo perché ci suona uno che è stato a suonare con quelli che hanno inventato il genere e allora forse è un surrogato e tutto sommato quello che si vuol vedere è una cover band con qualche brivido in più? Siamo andati a cercare di scoprirlo.

I Nausea Or Questra hanno cominciato per primi e non sono una bella scoperta semmai una profonda riconferma.
Ho avuto la fortuna di conoscerli in evoluzione, dal trio solo Nausea fino a decidere di inglobare una sezione orchestrale assunta a ruolo di indiscussa protagonista sia dal punto di vista musicale che teatrale sullo stage che è anche un palco in cui si recita, con la complicità di testi impegnati profondamente anticristiani (jesusaveus!) e una fisicità molto rock senza frottole e contaminazioni barocche in stile mediatrade.
La storia continua con un nuovo ritorno ad un trio strumentale senza cantato, a bestemmiare contro il cielo per convincere il Macca (chitarrista e cantante) a tornare di nuovo ad urlare la sua rabbia nei confronti del sistema istituzionalizzato di potere cristiano.
Il ritorno della violoncellista, cantante e tastierista Eleonora, segna il fino a questo momento (e si spera) definitivo assetto di una band che oramai sono anni che propone buona musica. Sono di parte. Condividere la stessa ammirazione per un certo tipo di corrente musicale alternata che ha sede a Montesano (Washington) ed è indiscussa proprietà dei Melvins mi avvicina molto a loro.
Ma il punto fondamentale è l’interpretazione dell’ispirazione che questi ragazzi rielaborano in un processo che riesce a fondere cavalcate sparate in susseguirsi di cambi veloci, intervallati ad arpeggi di basso sui quali calano i vocalizzi di Eleonora e le ruvidi asserzioni del Macca. Le arie si fanno cupe ed esplodono con fragore, una tempesta in cui il ruolo del violoncello diventa quello del fulmine, note che sembrano perdere la morbidezza propria dello strumento e diventano lame affilate che si scaricano tra i piedi di noi poveri spettatori, immoti sulle piane di Platea (che è di nome e di fatto) ad aspettare la furia della rabbia degli dei, in sottofondo il rumore di tuono di una base ritmica bassa e violenta e la chitarra che lamenta racconti su immaginarie terre lontane, in cui tutto questo sia la norma e non l’eccezione.
Rispetto e adoro, in ogni caso, le ragazze che fanno musica. Essere A Girl In A Band (grazie Kim) potrebbe essere non sempre facile e forse alcune tipe certe posizioni devono conquistarsele sui capricci dei soliti leader gender: male. Non è per fortuna il caso di Eleonora ed è chiaro che sia lei a conquistare, quando è sul palco, non i base a quei capricci ma facendoli propri calamitandoli e direzionandoli sugli spartiti scaturiti in interminabili e alcoliche prove, di quelle dove il gruppo sogna e immagina e vive la propria musica. E tutto questo non a prescindere dai Nausea se lei è “Or Questra” ma proprio grazie ai Nausea, che anche se poi il nome intero suona meccanico come due ingranaggi arrugginiti che stridono e fanno fatica a girare insieme, rende l’idea di cosa è la band. Loro quattro. E la loro musica.
Il gruppo spalla non è un riempitivo e la Santa Valvola, protettrice della serata con Dio Drone e Struttura Birra, lo sa bene. Ho visto suonare i Nausea Or Questra diverse volte, ma credo che a questo giro gli Avon abbiano potuto affermare di aver avuto veramente un ottimo gruppo spalla. Credo che sia una delle gentilezze migliori che puoi fare ad una band che viene dall’estero, cioè anche da parecchio lontano. Mettili a loro agio in ogni modo, ma questi fanno musica, quindi preoccupati prima di tutto di dargli buona musica, e credo che li avrai fatti contenti, anche se si suona davanti a cinquanta persone in un pub di Prato in Italia, sotto la luce arancione che rischiara la foschia, terribilmente; c’è la seria possibilità che gli rimanga una bella sensazione. Da quello che ho visto prima durante e dopo mi pare che sia lecito dare una risposta affermativa.

Gli Avon erano molto attesi, e da quello che si leggeva nei vari social pareva essere prevista molta più affluenza di quella che in effetti c’è stata. La pubblicità all’evento è stata ineccepibile, si è posta molto l’attenzione su quanto questo fosse un evento piuttosto unico a Prato. Per quel che principalmente mi interessa entra in graduatoria con i Sonic Youth e la Rollins Band all’anfiteatro Pecci, forse Le Notti di Maciste, sicuramente Mark Lanegan, inutile negarlo.
Lo Stoner così come lo conosciamo nasce dalla seconda negli anni novanta e affonda le sue radici all’inizio degli anni settanta. Peso. E’ un genere che è riuscito a creare una contaminazione strutturata, che si è elevata a suono effetto ed immagine, assumendo personalità propria. Gli Avon sono figli legittimi di questo amplesso sonoro e ci giocano come chi raccoglie l’eredità del padre, forse un po’ odiandolo sotto sotto ma comunque ripercorrendo i suoi passi. Ed è soprattutto questo che piace al pubblico che è venuto a vedere proprio fin dove si spingerà l’amore per il supremo parente più prossimo e dove comincerà l’indipendenza del prodigo figlio artista. Perché anche se hai suonato con Garcia ed Homme proporsi in proprio è un altro paio di maniche, giacché nell’etere si sono diffusi gli Slo Burn e gli Unida e i Che, ma prima c’erano stati anche i Down e poi Orange Goblin e Celestial Season e i Nebula, gli Electric Wizard e una scena che ti invitava a digitare il prefisso 35007 finanche più vicini, gli Ufo Mammuth e soprattutto gli Stoner Kebab, che sono proprio delle nostre parti e testimoni possono affermare che sono conosciuti da Istanbul fino a New York (ma in realtà si arriva a Seattle, giuro). Quindi, in definitiva, la causa principale di attrazione, per i pochi diavoli che ancora sentono nelle ossa il dovere di partecipare ad un evento rock, oltre alla figata e alla curiosità, era sentire quante canzoni dei Kyuss o dei primi QOTSA ci sarebbero state.
Complice anche il fatto che Mad Marco, il disco degli Avon, non è facile da trovare per acquistarlo, nemmeno su internet (non ho azzardato il deep), ed ho trovato delle serie difficoltà anche a scaricarlo senza utilizzare canali tradizionali come torrent emule e soulseek, ma solo da web. Sono riuscito a piratare sei canzoni. L’ascolto mi mostra una band che una sua identità la sta costituendo e questo mi rincuora, anche se ho l’impressione che Gonzalez sarà sempre rincorso dai fantasmi di un passato importante e coinvolgente.
Alla fine del set mi volevo accaparrare la scaletta, ho preso quindi il foglio bianco spiegazzato che giaceva tra gli effetti, era quello dei Nausea, il cui batterista Daniele mi ha soccorso richiedendo per me la scaletta agli Avon. Un piccolo pezzetto di scotch di carta giallo attaccato sulla chitarra, scritto in grafia minuziosa e ordinata, le canzoni in sequenza. Era perfetto, attaccato sull’altra scaletta a comporre un quadro pop di una serata diversa, come è diverso dal doversi affogare nell’alcool senza combinare niente o non avere niente da fare, tutti i fine settimana.
Il concerto ha assunto un tono di incanto perché intorno a loro erano tutti felici. La gente sorrideva e godeva dell’evento e della musica. Quindi alla fine la risposta alla domando fatta in principio non c’è, cioè è sì e no: siamo venuti anche a sentire i Kyuss e i QOTSA, ma l’evento esiste perché ci sei te, e te sei l’unico che puoi creare un evento come questo, caro Gonzalez o-chi-per-lui, quindi io sono qui anche per te, e va alla grande.

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