lydia-lunch-low1Testo : Andrea Fedi

Succede a volte che entrano delle situazioni che non preventivavi, che anzi rimettono persino in discussione quello che si pensa. Sono quei momenti in cui ci si chiede dove si è sbagliato, che senso ha tutto quanto è stato detto e scritto anche e soprattutto da te, perché in quel momento pare che la vita sia bella, e credi che stai veramente ascrivendo un significato concreto alla tua esistenza. Hai un potere in mano, hai una decisione da prendere e questo non è permesso spesso! Figuriamoci in Italia! Figuriamoci a Prato! Cazzo! Eppure…
Sabato sera ho dovuto decidere se andare a vedere Lydia Lunch o i Brujeira, e questo mi aveva già mandato piuttosto fuori di testa per diversi giorni.
Intendiamoci, quello che è sotto gli occhi di tutti e che può essere inteso da chiunque abbia orecchi per farlo non cambia, come dimostrato anche da alcune recenti considerazioni di chi è ritenuto piuttosto più autorevole di noi. E resto convinto che la maggior parte del movimento recente è supportato principalmente da una volontà in stile ride the wave, quando sarebbe troppo più figa la volontà di riunire tutto in cultura. Qui sarebbe opportuno fare un inciso: non è la qualità e la quantità che difetta, è l’effettività che manca, in quanto non esiste né sussiste alcun collegamento con niente che non si possa definire clientela, a cui viene in genere propinato niente che non si possa chiamare offerta. Ma sto divagando.
La realtà e che ho deciso all’ultimo minuto di andare a vedere Lydia Lunch e le motivazioni, che siate interessati o no, sono queste: potrò vedere un milione di gruppi sani come i Brujeira, spaccano di sicuro il culo ma conosco loro e il genere, avrò forse più possibilità di rivederli rispetto all’altra tipa (che comunque a Prato c’era già stata, al Controsenso) e poi mi stuzzicava di più la malandrina,per quello che avevo letto del suo progetto Retrovirus e soprattutto perché lei, in ogni caso, rappresenta una bella fetta della storia della musica underground dalla seconda metà degli anni settanta, paladina con Nina Hagen, Siouxsie, Ari Up, Poison Ivy, Palmolive, la Donna Gatto e decine di altre di un nuovo modo di intendere il ruolo della donna nel rock, cioè per via del punk.

2825692d6e46ea39215c732423fc9d97La sera quindi salgo in macchina con decisione muovendomi verso il locale, l’Exenzia; a premonizione dell’intera serata, al passaggio davanti ad un circolo presente lungo la strada poco distante da casa mia, sento risuonare chitarre e rock, vociare e batteria, che si insinua nell’abitacolo dal finestrino della macchina lasciato aperto per via della sigaretta accesa, accompagnando soffi di aria gelida. Quindi penso che a) la voglia di suonare e far suonare non si è ancora estinta, visto che la si trova inaspettatamente anche nei posti più improbabili, e b) che stasera ce n’era veramente parecchie di serate, come se tutta la città si fosse risvegliata da un torpore durato perlomeno undici mesi nell’ultimo anno, se si esclude i pochi sprazzi di lucidità estemporanea, e avesse deciso che era giunto il tempo di rimediare e provare a recuperare il tempo perduto.
Al mio arrivo verso le 23:30 il locale non era ancora completamente intasato dai cosplayer della dark generation e questo inizialmente mi ha un po’ rattristato, anche perché sarebbe stato indubbiamente il caso, vista la caratura dell’evento e del personaggio, ed inoltre avrebbero costituito un buon fronte di difesa contro le minacce di invasione hipster, quelli attirati da un nome e da un’idea che più da un antico retaggio storico, che sicuramente chi ha avuto lo sguardo aguzzo non avrà certo mancato di notare. E questo perché Lydia Lunch può per molti rappresentare parecchio un vecchio vintage, una sopravvissuta, un’ultima esponente di un mondo che fu, che ha frequentato molti non legandosi con nessuno e restando sempre e solo lei, quel nome che diventa poi marca da adorazione alla stregua di un logo che non passa mai di moda, che anzi acquista col tempo maggior valore e autorevolezza, come il brandy.
Lei può sicuramente essere tutto questo; per me è un residuato dell’epoca in cui il mondo mi appariva sfuocato come nei sogni, e che ha avuto la fortuna di potersi mantenere sulle scene grazie a meriti e demeriti in ogni caso tutti meritati, fino al 2016. Fanculo se ha suonato con tutti, vediamo che propone. L’ho vista passare dalla sala prima del concerto, rasente al muro, ultima della fila composta dagli altri membri del gruppo, tutti insinuandosi alla spicciolata e alla chetichella nello stanzino scuro che costituisce un piccolo backstage, a intervalli regolari l’uno dopo l’altro. Lei pareva fasciata a proteggere un anonimato che comunque ha speso tutta la vita per non avere; l’ho notato perché lo aspettavo, chi era intorno a me sono sicuro che non si è accorto di niente, quindi forse il sistema funziona.
Il set è stato una bomba, ma proprio fico. Lo ammetto: mi aspettavo più contaminazione, più avanguardia, più elettronica; in questo sono stato soddisfacentemente deluso. Solo basso, chitarra, batteria e voce, solo distorsione, solo noise, macello urla sguardi allucinati rullate capelli bestemmie: meraviglioso come non mai.
Anche se all’apparenza Lydia appare come una zia che ti invita a pranzo dopo aver fatto il polpettone della domenica, sul palco si piega perfettamente a novanta gradi in un garrese erotico che assume forma e sostanza tra un verso e l’altro. Il batterista che pare un incrocio tra un medico del lavoro e il primo drummer di una mia vecchia band. Al basso un avanzo di galera che più tardi
avevo paura mi venisse a pestare. Come il chitarrista, un metro e novanta di birra e confusione che masturba la chitarra dimenandola come una bambola gonfiabile piegata ai suoi desideri, che cries and moans ininterrottamente mentre Lydia, la predatrice come l’ha definita Kim Gordon nella sua autobiografia di recente uscita, si sdraia languida distribuendo lussuria e rock. Ed è stato allora che ho avuto varie consapevolezze: loro sono tutti più grandi persino di me (!), adesso la maggior parte della gente che si va a vedere lo si fa perché, in un modo o nell’altro, sono coloro che hanno lasciato un segno tangibile in una storia che alcuni hanno solo letto e appreso, e se il motivo è che ti ci riconosci o semplicemente sei curioso o vuoi solo sfiorare un pezzo importante di cultura che non avrai mai l’occasione di vivere in prima persona non ha importanza.
Personalmente gradirei che lo stesso entusiasmo fosse rivolto anche al supporto di una scena e di gruppi e di personaggi contemporanei, vicini e accessibili purché validi, ma sono un sognatore.
Intanto il gruppo si lasciava contagiare dal proprio personale retrovirus, in una crisi epilettica e allucinata di parossismo musicale, lei pure a tratti un po’ stonata. Tutto questo mi ha fatto gongolare, ma il pubblico del locale (e molte volte mi è capitato di notarlo) lascia sempre una certa distanza, un misto tra rispetto e vergogna, concretizzata in quel metro due abbondanti che giacciono inerti tra palco e prima fila, divenendo terreno per fotografi arrembanti che vincono il disagio facendo solo il loro sporco lavoro. E il gruppo se n’è reso conto e l’ha fatto notare in uno slang inglese piuttosto biascicato, o almeno così mi è apparso, tant’è che a un certo punto la mancanza di pogo e di entusiasmo, se si esclude i battenti applausi di fine pezzi, ha quasi fatto incazzare il chitarrista, ripreso prontamente dalla dea della serata a placare e, presumo (voglio sperarlo),sfottere.

hqdefaultL’epilogo della storia ruota intorno alle figure di Lydia Lunch, Kim Gordon (recentemente nominata), una naturale attitudine ad avere la faccia come il culo e vari personaggi di contorno.
Il concerto ha avuto la sua giusta durata e si è concluso adeguatamente, a seguito del suo ottimo divenire. Meglio che così. I membri del gruppo, Lydia compresa, si sono parcheggiati al banchino del merchandise, ad interloquire con la gente, firmare autografi, fare selfie, cercare di vendere roba. C’era troppo macello quindi mi sono diretto fuori a fumare una cicca; in testa mi risuonava solo il campanello che dà la sveglia alla disinibizione necessaria ad andare, sotto agli occhi di tutti, a parlare con Lydia Lunch. E il problema consisteva nel fatto che, primo non me ne fregava assolutamente un cazzo di farlo (ma ero spinto dal senso del dovere verso l’Hobo che è in ognuno di noi), secondo avevo solo una domanda in testa e sapevo che era una pessima idea ma non riuscivo a pensare ad altro, e anche se avessi avuto il modo e il fegato di parlarci di più (che so, invitandola a bere, appartandosi discretamente per garantire quella piccola conoscenza che avrebbe potuto ammorbidire di più certi consapevoli muri inconsci, tipo smussare gli angoli, abbandonarsi mollemente in conversazioni ubriache in cui i litigi sfociano i pianti abbracci e pacche di comprensione sulle spalle), quella stessa domanda sarebbe venuta fuori comunque.
Finita la sigaretta, mi sono diretto dentro.

Me: “Hi Lydia, nice to meet you, I’m Andres. Think I’m going to write something about this evening. Great gig, enjoyed”.
Lydia: “Hi, thank you”.
Me: “Can you answer me just one question please? Can I go straight to the point?”.
Lei mi guarda con fare perplesso, la vecchia lupa annusa l’aria.
Lydia: “Yes of course”.
Me: “Recently I red Kim Gordon’s self biography, you collaborated with Sonic Youth in the album Bad Moon Rising, you sang in Death Valley 69. What do you think about it?”.
Lei si fa sorniona, sorriso stirato ma ancora padrona.
Lydia: “Quello che ha scritto sono tutte stronzate, è una stronza”.
Io: “Come scusa?”.
Lydia: “E’ un pezzo di merda”.
Grazie Lydia, saluto e ringrazio per il suo lavoro.
Certo me la sarei potuta giostrare meglio ma, diavolo, il punk? Cioè il messaggio diretto, il pugno in faccia, la critica feroce, l’individuazione del punto più debole, il suscitare una reazione, il sollecitare un atteggiamento, il mettere alla prova? O, in alternativa “so che stai portando molto in giro il tuo progetto, com’è la risposta del pubblico?”, oppure “tu che hai fatto parte della scena alternativa da fine anni settanta, pensi, come molti sostengono, che la musica rock sia ormai prossima all’estinzione?”, oppure più orribilmente “credi che ci sia un senso a suonare punk nel 2016? Quale pensi che sia?”.
Lydia invece da gran signora si è alzata dalla seggiola, ignorando anche altri fan (ma pochini) che erano lì, e si è diretta fuori senza guardarsi indietro. Probabilmente si aspettava qualcosa di più o forse ha recepito tutto in modo piuttosto personale. Non lo saprò mai. Poi comunque dopo è tornata, tranquillizzando certi personaggi che citavo sopra e che avevano preso il tutto come uno scherzo fuori luogo di un buontempone senza cervello.
E’ invece in tutto questo un senso c’era: perché ciò che mi aspetto da una band lo ottengo quando è sul palco, e ciò che non mi aspetto invece è una reazione data dalla possibilità di interagire, che comunque può essere ottenuta. E questo rende tutto più vero e più umano, in linea con tutti i nostri personali crepuscoli degli dei. Ecco l’alito degli anni settanta e il brivido dei tempi in cui squillava il telefono ed era Thurstone Moore, ecco che forse provi a toccarlo in modo più profondo ed ecco che ne senti il pulsare perché tutto è correlato alle emozioni. Ma non tutto è solipsisticamente personale perché parte di quelle emozioni, volenti o nolenti, sono trasmesse anche a chi ascolta. E se chi ascolta [e non solo sente] fa di quelle emozioni la bandiera del proprio essere, saperne di più è come sfilare un’altra patina dalla conoscenza di sé stessi, ed è per questo che ne siamo così avidi.

Ed eccomi bello giustificato, quindi: andare a vedere Lydia Lunch in Retrovirus? Assolutamente sì. Comprare i loro dischi? Sì e ancora sì. Romperle i coglioni? Sì porca puttana, e aggiungo convinto di romperli a tutti e a tutte, ogni volta in cui si presenti l’occasione. Perché in qualsiasi modo la si metta, è probabile che a volte sia tu a riuscire a trasmettere emozioni, e forse loro la serata se la ricorderanno giusto per questo.
Altrimenti, si può continuare a limitarsi ad applaudire a fine pezzi.

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