dsc_0579I quattro ragazzi seduti sullo skateboard e con la cresta verde sono punk. Seduti su di un muretto, di fronte al terminal degli autobus di Tel Aviv, bevono birra e sputano alle macchine. Dietro di loro altri tre ragazzi fanno girare le tavole sotto i loro piedi mentre saltano giù da tre lerci scalini.
Intorno tutto è piuttosto sporco; i marciapiedi, le panchine e i muri degli edifici sembrano cosparsi di una patina grigia simile alla polvere. Ci sono un bel po’ di militari , tutti quanti giovani come i ragazzi con la cresta, ma più seri e con indosso una divisa verde e in braccio il fucile d’assalto Galil. L’edificio è un obbiettivo sensibile.
Quando passo davanti al muretto uno degli skater atterra a meno di 5 cm dal mio piede destro, gli sorrido non ricambiato. ‘ La prossima domenica cerco di procurarmi una tavola ‘ – penso – mentre proseguo in direzione del mare.
Sono in pianta stabile a Betlemme da tre mesi e queste incursioni settimanali – in quello che, a prima vista, pare un mondo più simile a quello in cui sono abituato a muovermi – mi sono divenute indispensabili. Quasi ogni fine settimana vengo qua, oltre che per rilassarmi, per rientrare , anche se per poco, nel mio ambiente protetto ; quello del surf.
Si perché, incredibile a dirsi, a Tel aviv si fa surf; nonostante la guerra, i missili e le risoluzioni disattese qui c’è gente che trova il tempo e la voglia di buttarsi in mare con una tavola di resina grande poco meno di 2 mt . E io non riesco a fare a meno di rendermi partecipe di questa collettiva presa di distanza dalla realtà . Lungo Levinsky Street, che percorro verso sud prima di immettermi nella centralissima Allenby, il panorama, geografico e sociale, non cambia. Giardini dall’aspetto malmesso, case basse col tetto piatto e ricoperte di graffiti, negozi di biciclette , minimarket e quella sensazione di trovarsi nella periferia di Los Angels piuttosto che in una delle più calde capitali del medio oriente.
img_20141026_173030Poco più avanti, qualche centinaio di metri prima dell’ingresso al mercato c’è un piccolo chiosco di succhi di frutta fresca, lo gestisce Noah’, un surfista locale che Francesco mi ha presentato qualche mese addietro. Come al solito mi fermo.
“Come sono le onde?”
“Beh dovevi essere qui stamattina, erano spettacolari”
Sempre così, sempre meglio un attimo prima di quando arrivi tu.
Noah’ ha trentaquattro anni, una barba lunga dieci cm, pantaloni di velluto viola, una camicia verde a rombi gialli e un gilet di jeans. Tutto, intorno a lui – il chiosco dipinto di spessa vernice rossa, la frutta fresca appesa in bella vista e la musica di Bob Dylan che esce dalle casse dello stereo – pare messo lì per dare l’immagine di una certa visione del mondo. La figura stessa di Noah’ trasuda BIO da ogni poro. Prendo un succo di melograno e mi siedo .
“ Come va giù da te? “ mi chiede preoccupato. E lo fa con quella luce negli occhi che già ho visto altre volte, un misto di commiserazione e paura. Scrollo le spalle allora e comincio a parlare d’altro; non ho voglia di sentire per l’ennesima volta di quanto gli dispiaccia che sia costretto a vivere assieme a dei terroristi.
Chiedo dei ragazzi con la cresta che ho visto vicino al terminal degli autobus.
Risponde che sono dei punk, che molti degli skater da queste parti sono dei punk e che ci sono un sacco di edifici occupati, anche se la scena squatter non ha vita facile in Israele. L’espansione edilizia viaggia come un treno e gli edifici abbandonati lo restano per poco, per questo sono costretti a spostarsi in continuazione da un posto all’altro. La maggior parte di questi ragazzi ha alle spalle una situazione familiare complicata, ma sono persone a posto. Nessuno di loro è un traditore della patria mi dice.
Qui è necessario aprire una parentesi : in Israele il servizio militare è obbligatorio per tutti, tre anni per gli uomini, due anni per le donne. Gli obiettori di coscienza sono pochissimi e la loro scelta li porta a subire gravi conseguenze sia sul piano legale che sul piano sociale. In poche parole se non servi la patria sei un traditore.
Sorrido, facendo notare al mio amico che la parola patria associata a dei punk mi suona un po’strana.
“Non siamo a Londra, c’è una guerra qui !” mi risponde serio.
Pago, gli stringo la mano e mi alzo.
Attraverso il mercato; frutta, verdura, olive e un gran bel pezzo di mondo concentrato in meno di un chilometro. Poco meno di venti minuti dopo una fila di grattacieli nuovi di zecca saluta il mio ingresso sul lungo mare. Di fronte, una bandiera con un’onda iscritta dentro la stella di David campeggia su di un basso edificio, arroccato intorno alla scogliera della spiaggia che qui tutti chiamano Dolphinarium. E’ L’Israeli Surf Club. File di tavole di spugna arancione con sopra stampato il logo del Club sono appoggiate al muro del noleggio tavole; a fianco c’è un piccolo bar dall’aspetto vagamente polinesiano. Seduti sugli sgabelli quattro turisti americani sorseggiano delle birre gigantesche; accanto a loro una fila di mute sono stese ad asciugare su di una rastrelliera: anche su ognuna di esse fa bella mostra di sé l’onda iscritta dentro la stella di David.img_20141012_164901
Continuo a camminare per un altro centinaio di metri, oltre il molo c’è l’unico edificio dall’aspetto dimesso della zona. Quattro mura scrostate e piene di graffiti emergono tra il molo e un piccolo parcheggio, a ricordo di una qualche attività commerciale di poco successo. In una porzione di questo grande e fatiscente edificio c’è il negozio di surf di Gavriel.
Gavriel è un ex militare con la fissa del surf che in un certo periodo della vita ha deciso di lasciare l’esercito per dedicarsi a tempo pieno a l’unica attività che, a suo dire, dà senso alla sua esistenza.
Tutte le volte che vengo quaggiù mi fermo ad affittare una tavola da lui, abbiamo raggiunto un certo grado di confidenza e spesso ci siamo trovati a parlare.
Più volte mi ha raccontato di quando era in servizio a Gaza e di come, quasi fosse il tenente
colonnello Willard di Apocalpse Now, facesse surf su quella lingua di mare mentre i suoi commilitoni gli guardavano le spalle dalla spiaggia.
“ Ci sono buone onde laggiù, io non ho niente di personale contro quei ragazzi. Diavolo, gli ho pure regalato qualche tavola perché potessero surfare. E sai cosa hanno fatto? Ci hanno fatto dei buchi e le hanno usate per andare a pescare, ecco cosa ci hanno fatto !” Dice scuotendo la testa.
Mi chiede come va giù a Betlemme, gli rispondo che va tutto bene, ma che andrebbe ancora meglio se gli F14 di Netanyahu evitassero di bucare il muro del suono sopra le nostre teste tre volte al giorno. E’ un azzardo, più volte ho notato che il sarcasmo sull’esercito Israeliano è una cosa che innervosisce pure un hippy come Noah ‘, figuriamoci un ex militare con i pettorali di un culturista e il collo di un pugile.
E invece Gavriel ride. Ride e mi da un pugno benevolo su di una spalla.
Ogni volta che ci incontriamo noto che mi guarda esattamente come il ragazzo del chiosco della frutta. Per loro sono il povero ragazzo Italiano costretto a vivere in quella terra di barbarie che si estende oltre il muro che hanno tirato su. E’ un atteggiamento insopportabile, ma ancora non sono in grado di sostenere una discussione costruttiva su quest’argomento. E poi non credo servirebbe a molto. I ragazzi quaggiù sono quasi tutti come lui.

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A sera, quando il caldo sole mediorientale se ne va, costringendomi a uscire dall’acqua, faccio quattro passi verso Jaffa, il cuore antico di Tel Aviv.
Li, a guardare l’umanità assiepata nei piccoli pub che affollano le vie del centro, parrebbe quasi di essere a Kreuzberg, ma sono i discorsi delle persone a ricordarci quanto siamo distanti da Berlino. Due ragazze, con la testa piena di treccine viola e larghi pantaloni neri infilati dentro gli anfibi, si avvicinano per chiedermi da accendere. Sorrido, mettendomi una mano in tasca poi, mentre porgo l’accendino a una delle due, me ne esco con una frase di circostanza, così, tanto per attaccare bottone; lei si china, accende la sigaretta, poi fa una smorfia e si allontana, ridendo con l’amica.
Il Barista mi guarda e ride.
“Non te la prendere “ dice quando mi avvicino “ Questi stupidi razzi stanno rendendo tutti quanti un po’ nervosi” .
L’ambiente, al netto della scortesia femminile e della paranoia dei missili, è, tutto sommato, gradevole; se non fosse che, a furia di pinte da 6 euro e 50, si rischia di alleggerirsi il portafoglio prima di appesantirsi il fegato, potrebbe valere la pena rimanere tutta la notte tra questi vicoli.
Me ne torno di nuovo sul mare quindi, trascinando i piedi verso il terminal degli autobus, dove , quando riesco a non perdere l’ultima corsa, posso salire sullo shuttle per Gerusalemme per poi, da lì, trovare un taxi che mi lasci al muro, di fronte al Chekpoint 300, passato il quale posso rientrare in Westbank.
Facendo il percorso a ritroso mi trovo a passare di nuovo di fronte al negozio di surf ; là fuori , a girare su di una piccola rampa malmessa, ci sono quattro ragazzi: camicie a scacchi stracciate, dreadlocks e scarpe da skate. Sono gli stessi che ho visto la settimana precedente e quella prima ancora, sempre con lo skate, sempre davanti al negozio di Gavriel. Mi fermo e li saluto. Chiedo se è vero che il giorno precedente sono suonate le sirene anti missile mentre erano in acqua.
Rispondono che è vero, c’erano quattro piedi belli lisci quando quelle maledette sirene si erano messe a urlare; sono rientrati quasi tutti sulla spiaggia, lasciando pochi temerari a godersi delle onde magnifiche. Non ne possono più di tutta quanta la situazione; che si prendessero pure Gerusalemme quei quattro trogloditi di Hamas, mi dicono sarcastici, basta che se ne stiano alla larga dalla costa.

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Difficile che una possibilità del genere sia presa in considerazione a un qualsiasi tavolo di trattativa, ciononostante l’ho sentita ripetere così tante volte dai ragazzi che frequentano i posti dove si fa surf che, a tratti, quasi mi scordo del sarcasmo che è solito accompagnare l’affermazione e mi trovo a valutarla in maniera del tutto seria.
Certo è che dietro ad affermazioni di questo tipo ci sta molta dell’insoddisfazione latente e
dell’insofferenza nei confronti dell’esistente che accompagna una certa stratificazione sociale e culturale della gioventù Israeliana; insofferenza che, spesso, pare essere il grado massimo di contestazione a cui, in questo lembo di terra, riescono ad arrivare anche le così dette “contro culture”.

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