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Quanto ne sapete delle Hawaii? Oltre a Pipeline e a Waimea voglio dire… oltre alla Volcom House, alla Billabong house e a tutte le altre camere di divertimento sponsorizzate da brand miliardari? Oltre ai culi scolpiti delle ragazze fotografate di schiena mentre osservano qualche omaccione tatuato che si infila in qualche profondo tubo azzurro? Oltre alle storielle da bar su quelle sinistre caricature di uomo che sono i membri delle Locals gang più agguerrite? Oltre alla santificazione della parola Rispetto?

Ci siamo imbattuti in questa interessante domanda leggendo un editoriale che l’editor del surf magazine “Inertia” ha pubblicato qualche anno fa. L’articolo ruota sul fatto che se non avete mai speso lunghi periodi di tempo sul posto e ricevete la maggior parte delle vostre informazioni sulle Hawaii da depliant di viaggio e media di surf specializzati (come faccio io), probabilmente la misura della vostra conoscenza del luogo è costituita da informazioni preconcette e, in larga parte, false.

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Un membro della surf gang wolfpack

Le Hawaii ci vengono infatti mostrate come la versione un po’ inquietante di una Disneyland del surf; tipo Topolino con un tatuaggio sul collo e un tirapugni stretto in mano.
Quella che la maggior parte di noi Surf addicted abbiamo delle isole è, naturalmente, una visione limitata e molto commerciale di un luogo molto grande e molto complesso. Le Hawaii sono un’isola-nazione; un luogo di grande ricchezza e di povertà estrema – dove diversi gruppi etnici e socioeconomici si contendono il potere e l’influenza su l’unico settore che macina soldi con una certa regolarità: il turismo.
Sarebbe importante, quindi, fare un passo fuori della lente di ingrandimento che ci costringe a focalizzare la nostra attenzione soltanto sui Golden Seven Miles ( i sette chilometri di paradiso del surf, quelli in cui si concentrano i migliori spot del mondo) e provare, per un minuto, a prendere in considerazione una porzione più ampia e meno artefatta della società Hawaiana. Per fare questo, l’articolo sopracitato, cerca di dare uno sguardo al consumo di droghe, preso come cartina tornasole di un certo tipo di disagio sociale.

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Cristalli di Meth

Le Hawaii sono la capitale del consumo di metanfetamine degli Stati Uniti dal 1980. La prima apparizione di metanfetamina in questa parte di mondo si ebbe quando le organizzazioni di narcotrafficanti cinesi iniziarono un test-marketing dell’Ice – una forma cristallizzata di metanfetamina – nelle Filippine, in Corea e in altre parti del Sud Est asiatico. Da lì, arrivò alle Hawaii con le comunità della grande diaspora asiatica. Nel corso degli anni molte persone hanno accusato il governo federale di aver volutamente ignorato il problema, al fine di focalizzare l’attenzione sulla repressione dell’uso di marijuana .
Concentrasi sul contrasto della Marijuana può essere considerata, infatti, più una scelta di tipo politico piuttosto che di reale contrasto a problematiche legate all’abuso di sostanze. Nella sua ultima valutazione, il National Drug Intelligence (NDIC) ha chiaramente dichiarato che la metanfetamina è la più grande minaccia legata all’uso di droga alle isole Hawaii seguita, in nessun ordine particolare, da cocaina, cannabis, eroina e dal crescente abuso di farmaci da prescrizione, come antidolorifici oppioidi.
Quando il giornalista Tetsuhiko Endo cominciò una serie di interviste finalizzate a capire l’impatto che le metanfetamine avevano avuto sulla comunità surfistica delle Hawaii nel corso degli anni, quello che tutti si aspettavano – dati i precedenti di abuso di meth nella comunità surfistica del nord California [ – era che l’impatto dell’ice sulla surf community fosse più o meno lo stesso di quello avuto dall’eroina, in Australia e alle Hawaii, negli anni ’80 [un impatto molto pesante n.d.r ] .

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Kala Alexander, membro influente dei Wolfpack

Questo si è rivelato essere un falso presupposto. “La cosa strana è che, per una volta, la comunità surfistica non è risultata, in larga parte, influenzata “dall’epidemia” della nuova sostanza lanciata sul mercato”, ha dichiarato il professore di Studi culturali e tradizionali Hawaiani, nonché shaper di grande esperienza, Tom Pohaku Stone (Stone ha un master in studi delle isole del Pacifico e riesce a parlare della storia sociologica delle Hawaii con la stessa facilità con cui shaepa una tavola tradizionale Olo ).
Questa, tutto sommato, è una notizia incoraggiante se si considera che le stime sul numero di tossicodipendenti da meth nello stato, si aggirano intorno alle 120.000 unità su una popolazione totale di circa 1,2 milioni e che quasi il 35 per cento degli uomini detenuti in carcere a Honolulu sta scontando pene legate in qualche modo al modo delle sostanze stupefacenti – una percentuale più elevata di qualsiasi altra città in America.

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Tom Pohaku stone

Stone nota, tuttavia, che l’ice riesce comunque a impattare indirettamente la comunità surfurfistica, così come sta influenzando tutta la società Hawaiana. “Personalmente non ho avuto nessuna esperienza con questa droga” ha detto, “ma ha preso un tributo molto alto sulla mia Ohana. I miei nipoti, le mie sorelle minori e molti altri familiari si sono inoltrati su questa strada da cui non è facile uscire… “.
La società tutta ne è così impregnata che sta diventando difficile per l’industria del turismo mascherare la realtà che circonda le splendide immagini da cartolina che siamo soliti vedere sulle riviste; così, nonostante la propensione dei surfisti ad indulgere verso altre droghe, la meth è diventata una specie di scheletro nell’armadio pure per i grandi marchi di surf, che fanno della North shore la propria vetrina privilegiata.
“Il mondo del surf e, sopratutto il suo aspetto più commerciale, continua ad essere legato all’idea di ‘easy leaving ‘. “ Continua Stone. “ E l’immagine dallo spirito libero solo sulla spiaggia assieme alla sua tavola da surf e a un sorriso a 32 denti, continua ad essere quella più utilizzata per la promozione dell’immaginario collettivo legato alla pratica di questo sport. Immagine che risulta, adesso più che mai, lontana dalla realtà che la circonda. “
A conclusione di questa piccola disamina non vorremo però aver dato l’idea sbagliata di una comunità, quella del surf Hawaiano, che pare essere aliena all’uso massiccio di sostanze che permea lo strato sociale che gli ruota intorno.
Semplicemente i surfisti Hawaiani non paiono attratti dal mondo caotico e prevalentemente urbano dell’abuso delle metananfetamine. Hanno tradizionalmente altri modi per tentare di aprire le porte della percezione ( o per fuggire dalla realtà, a seconda di come siamo soliti considerare un certo tipo di “esplorazioni”) : cocaina, anfetamine tradizionali, eroina, Lsd e Mdma vanno a braccetto da più di trent’anni con una delle comunità surfistiche più radicali del mondo. E poi c’è l’erba – che sulla North shore è più comune delle panette di paraffina – ma quella non vedo proprio come ancora ci sia qualcuno che si ostini ad associarla a tutto il resto.

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