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“Fuori dalla mia onda, fottuto Kook!”
Se non avete mai detto o sentito una qualche variazione di questa affermazione, o state mentendo o non siete dei surfisti.
La parola “kook” è onnipresente nel nostro mondo. Tanto che nel momento in cui entra a far parte del vostro vocabolario è come immergere la testa nella fonte battesimale della cultura surf; sei nel club, e con una parola è possibile indicare tutti coloro che non ne fanno parte.
Il ragazzo con la sua muta messa al rovescio: kook. La ragazzetta con il leash messo sul suo piede anteriore: kook. La coppia di turisti che mette con foga la paraffina su delle tavole prese a noleggio: Kooks.

Ma da dov’è che arriva quel termine?
La parola è entrata a far parte della cultura del surf dal 1940, almeno nel modo in cui la usiamo oggi. Alcuni anni prima Tom Blake, famoso per lo sviluppo di tavole da surf cave negli anni ’30 e ’40, chiamò il suo progetto di hollow board “scatola di sigari” o “scatola kook”. Ma, in questo caso, all’utilizzo della parola non si adatta la definizione moderna di “surfista inesperto o in violazione delle regole non scritte della tribù .”
La divulgazione del vocabolo ha una storia controversa. Matt Warshaw, il più importante storico del surf del nostro tempo e sviluppatore della Encyclopedia of Surfing – insieme al suo collaboratore e fotografo di esperienza Jeff Divine – sostiene che il termine derivi dalla parola hawaiana “kukae” che significa letteralmente “merda”.

La storia racconta che Dorian “Doc” Paskowitz e alcuni suoi amici che surfavano San Onofre negli anni ’40, avevano soprannominato un’apertura nella scogliera dove erano soliti fare i loro bisogni Kukae Canyon.
Così, poco dopo, cominciarono a chiamare kook i propri escrementi e da lì il passo fu breve, come Paskowitz ricordò in seguito : “presto qualsiasi cosa non andasse bene divenne ‘kook,’ che fosse soltanto uno stronzo o qualcuno che non era in grado di surfare non faceva differenza.”

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Dorian Paskowits. Photo :Art Brewer

L’origine del termine rimane comunque ambigua; vale la pena notare che negli anni ’50 e ’60 i surfisti rubavano parole o frasi dalla televisione e dalla cultura popolare – in particolare da film o shows televisivi – per appropriarsene in modo ironico. “Cowabunga” ne è un perfetto esempio, anche se non è durato. Originariamente scritto “Kowabunga”, era il saluto di Capo Thunderthud in un programma per bambini chiamato Hoody Doody Show. La sua prima apparizione nello show è del 1953 e il mondo del surf se ne appropriò per un certo periodo ( usandolo come dichiarazione esilarante di entusiasmo ), molto probabilmente per prendersi gioco dello show come elemento di cultura pop.
Allo stesso modo, un altro popolare show televisivo andato in onda dalla fine degli anni ’50 fino ai primi anni ’60 , 77 Sunset Strip, era caratterizzato da un personaggio comico ricorrente, Edd “Kookie” Byrns. Con l’esplosione della popolarità del surf in quel periodo (Gidget uscì nel 1959), le orde di aspiranti surfisti che cominciavano a invadere Malibu e la sua vicinanza ad Hollywood, non sembra troppo azzardato pensare che “kook” possa derivare da ” kookie”.
Chi lo sa? Forse alla diffusione contribuirono sia l’uso del termine fatto da Doc e dai suoi amici sia il personaggio comico di ” kookie “.
Quello che è sicuro è che, a differenza di altre parole come Cowabunga, Kook è rimasto in uso fino ai giorni nostri.

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Un bel graffito che dà il benvenuto ai neofiti all’ingresso di Trestles

Chiamare qualcuno kook, nel tentativo di metterlo sotto e per sottolinearne la differenza, è quello che Michel Foucault avrebbe probabilmente chiamato un “atto di creazione dell’altro”. Indicando qualcuno come “altro” si tende cioè a prenderne le distanze e a sottolineare la sua diversità rispetto al nostro gruppo di appartenenza .
Tutto questo è, francamente, artificiale e molto avvilente, anche se comprensibile.
Dal momento che, dopo l’esplosione nel mainstream alla fine degli anni’50, il surf è diventato un marchio venduto anche negli angoli più sperduti e senza sbocco sul mare del globo, ha un qualche senso che lo zoccolo duro dei surfisti abbia sentito il bisogno di affermare se stesso per il fatto di essere un surfista da più tempo, perché è solito comportarsi nel modo giusto tra le onde e per tante altre sciocchezze di questo genere.
Certo è che il fatto che il surf sia venduto in associazione a immagini paradisiache di spiagge tropicali e libertà a basso prezzo, ha fatto si che orde di neofiti poco consapevoli dessero adito al bisogno di auto affermazione dei veterani, permettendo così alla parola di sopravvivere nel tempo.

Ma la kookkitudine, diciamocelo, non è nient’altro che uno sciocco costrutto sociale. Quello che voglio dire è che fondamentalmente non c’è niente di reale in quell’appellativo . Siamo tutti Kooks di tanto in tanto. E cercare di non esserlo per tutto il tempo è, francamente, un po’ faticoso.

Thanks to the inertia magazine for the inspiration.
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