16736513_10154924533812978_1761490931_n

Testo : Andrea Fedi

Se negli anni 90 il gruppo di Prato, per notorietà e capacità di attirare fan ai loro concerti erano gli Extralarge, adesso sono gli Stoner Kebab.
E non me ne vogliano Tonno & Company per i quali nutro comunque un profondo rispetto.
Questa affermazione posso farla per almeno tre motivi: 1, nessuno sa chi siano gli Stoner Kebab in realtà, e questa già di per sé è un’ottima ragione. Ma in realtà non è vero, io conosco personalmente tutti quelli che vi hanno suonato, da Rashid, ad Alan Banjo fino a Paul Maj-Hano e i fratelli Roba eccetera. 2, dopo dodici anni di attività, quattro dischi, una marea di collaborazioni e concerti live in patria e non, hanno sicuramente il diritto di detenere lo scettro (anche se si parla di Prato e non so sinceramente quanto questo sia un bene o un male). 3, sono conosciuti da Istanbul a Seattle. Ne sono sicuro perché è stato verificato: il nostro redattore passando forzatamente per la Turchia quando i controllori di volo di Tel Aviv negarono al suo aereo il permesso di atterrare in Israele (la sua presenza sul volo era probabilmente la causa di ciò, ma non ho prove a supporto di questa tesi fantapolitica, complottista e stuzzicante), conobbe un giovane autoctono bizantino che, appena saputo della sua provenienza da Prato, ci tenne a fargli ascoltare un gruppo che secondo lui, spaccava culo, ed era proprio quello dei nostri eroi.
16729713_10154924533752978_1096922255_nC’è la seria possibilità che la sua conoscenza della band sia avvenuta quando, ricercando tra gruppi doom/stoner stranieri, sia stato attratto dall’appetitosa fusione tra il suo genere musicale preferito e il suo tipico piatto nazionale.
Per quanto concerne Seattle invece, una fortunosa, quanto atipica, frequentazione di alcuni dei protagonisti della vecchia e gloriosa scena musicale anni novanta del nord ovest statunitense, ci ha permesso di far passare da uno dei confini più controllati del mondo (io personalmente sono stato perquisito quattro volte e ho dovuto affrontare tre interrogatori prima di riuscire ad uscire dall’aeroporto internazionale Seatac, forse anche per questo) la musica sovversiva prodotta nell’ex paese del tessile, ancora calda e odorosa dell’aria che si estende dal Macrolotto 2 agli stanzoni di Vaiano, dietro il campetto sportivo situato presso i bastioni della Misericordia.
“Sì perché dove ci sono ora le fabbriche prima si estendevano i campi!”, dice il vecchio con le mani sotto le ascelle, tra uno sguardo perso all’orizzonte del cantiere e una bestemmia per come viene portata male la carriola dal muratore di turno. Probabilmente è vero tanto quanto è vero che prima gli Stoner Kebab suonavano a San Giorgio in compagnia di un mulo ignorante come una capra; un animale, non un sovvertitore della psicostoria di Hari Seldon (e quindi Asimov può continuare a dormire sonni tranquilli), ma sicuramente un mostro ispiratore di sapienza desertica anche se non siamo proprio in Nevada. Tant’è che i nostri ne rimangono così folgorati che in seguito decideranno di dedicare una canzone al luogo che tanto, con i suoi frizzi e lazzi, ha significato per loro: Saint George.
Purtroppo come tutti i racconti anche questo ha un momento tragico, e la storica sala prove dovette essere abbandonata. Decisero però di ascendere in vallata, a nord della Città [la leggenda vuole montando caproni blasfemi ai quali loro stessi avevano insegnato a moccolare in italiano e a godere del sesso omosessuale, dal momento che si dovettero arrangiare per trovare un posto per gli strumenti] in compagnia di un gruppo di, come definirsi, tossici-nerd smarriti e inconsapevoli come un personaggio romantico di un racconto di Eichendorff, del quale facevo parte. Nello stanzone che affittammo e che divenne anche sala prove amavamo porre caffettiere elettriche sul fornello del gas a fondersi, mentre lo sguardo di sbirri controllori cercava freneticamente di raccapezzarsi tra lo spiegarsi dei vessilli neri dell’associazione, rossi dell’Unione Sovietica e una lavagna in cui era inciso il perenne monito “il vero leccatore di fica beve due litri di broda l’anno”. Il biglietto da visita perfetto.16754185_10154924533792978_1524373389_n
Ma nel mezzo a tutto questo macello di lattice e pensieri sconnessi sorgeva, come una cascata vermiglia decisa a spezzare le leggi della gravità, un parallelepipedo sorretto da cristi metallici sottratti ai cantieri limitrofi (e il cerchio si chiude), al cui interno giacevano, tra l’umidità dei muri confinanti con discariche bruciate dolosamente dai proprietari per riscuotere l’assicurazione, cavi, amplificatori, strumenti, microfoni, riff, immagini e, a volte, Richard Benson, Massimo Ciavarro e Colui-Che-Non-Può-Essere-Nominato (no, Harry Potter non c’entra niente, il rebus è risolvibile solo conoscendo la scena metal italiana di quaranta anni fa).
Il proprietario lo chiamavamo Il Chiava perché se lo facevi arrabbiare ti lasciava una chiave in bella vista, in modo che tu potessi capire tutti i doppisensi che comportava, ma siccome aveva paura di Justine Timberland (l’allora chitarrista degli Stoner Kebab) che lo voleva menare ci ha lasciato in pace, anche quando gli distruggemmo a calci e pallonate il “mobile del mille e due”, che aveva avuto la bella idea di lasciarci in custodia. E tutto avvenne tra grida e televisori a schermo catodico raccattati sugli argini dei marciapiedi che piovevano gettati dall’alto di un tetto in cemento armato, disintegrandosi fragorosamente sull’asfalto. Giuro.
Alla fine della fiera fu in questo contesto che nacque “Chapter Zero”, primo figlio di questo gruppo straordinario e, secondo il mio modesto e opinabile parere, anche grazie a questo; e per fortuna. Già allora potevi trovare i ragazzini, che piratavano gli stanzoni vicini per depositarci chili di fumo e avere un posto libero e sicuro per il sesso postpuberale, ad ascoltare le prove rischiando seriamente l’ipoacusia a causa dell’evidente poca abitudine ad un certo tipo di volumi.16736231_10154924533817978_1011988813_n
A distanza di dodici anni l’ennesimo miracolo di Santa Valvola, diventata protettrice anche degli Stoner Kebab, decide di riproporre in vinile le prime fasi di un esordio che nasce come un’epopea sviluppandosi come una saga a tutti gli effetti, tra trionfi, cadute, aquile di sangue incise sulla pelle di pochi eletti, le ossa de li morti puntate contro er nemico [cit.] e musica, musica, musica, prima un pesante risucchio agli stati più fondamentali e pesanti della materia, poi un controbilanciamento simile ad un’espulsione solare, che emette onde psichedeliche che agiscono direttamente sui vortici creati dalla materia grigia del cervello, stirandola e incurvandola e vibrando al suono dei risucchi prodotti dalle singolarità noise.
Sabato undici febbraio corrente anno si concretizza un vero e proprio release party, alla corte dei Golden Drakes di Prato, degni ospiti che mettono a disposizione un locale fumoso molto California anni settanta, se si ha l’empatia di percepirlo. Avevo notato la faccia sorniona della luna rivolta verso Coiano e non avevo potuto fare a meno di pensare che potesse costituire un segno; cosa che in effetti poi c’è stata. Perché non era inusuale vedere il primo storico cantante e bassista, Muccio, ai concerti della sua band, ma vederlo montare sul palco e impugnare il microfono sì. E tutto questo è avvenuto poco prima di metà concerto, quando i Kebabbari si sono concessi il lusso di autocelebrarsi partendo con una tirata diritta di Chapter Zero, dalla prima alla penultima, nell’ordine Cop Song, Amazing Aurakaria, The March of the Yellow Wizard e Saint George.
Muccio ha orchestrato degnamente la calata in carica dei quattro cavalieri in un’apocalisse che è stata hardcore nell’attitudine e doom nei metodi, portandoci in sella a brividi sonori che erano anni che anelavo.
La quinta traccia omonima che conclude il disco se la sono giustamente lasciata alla fine, degna conclusione di un set che aspettavo (e non avevo mancato di richiedere) da molto tempo. Un set che ha avuto inoltre il pregio di spaziare su tutta la produzione, interpretato con energia rinnovata e più dinamismo, a tratti perfino inaspettato, rispolverando quelli che sarebbero stati vecchi successi se non fossimo in Italioga, compresa una versione di Astronavi Domani da Superdoom che si è eretta come un muro nel quale potevi sentirti legittimamente costretto a battere la testa.
Un coinvolgimento nella serata, come dire, forse meno metal e più punk? Sarà complice il fatto che il batterista aveva sottratto il charleston a un bimbo di cinque anni e che questo per infantile e sacrosanta ripicca si sia rotto (il charleston, non il bambino) dopo un paio o tre canzoni, costringendo tutti a bloccarsi per diversi minuti in attesa che Pisi (Santa Valvola) compisse il solito miracolo procurandone un altro?
16754602_10154924533807978_1808805793_nE quando tutto è terminato non ho potuto fare a meno di pensare che non è giusto che lo abbiamo visto solo noi presenti, quanti saremo stati, ottanta, cento persone? Meno forse?
Sarebbe stato importante che un concerto simile potesse essere goduto da più persone possibile, che ci fossero i mezzi e che esistesse la sensibilità necessaria a capire che a volte non importa fare chilometri e ricercare gruppi che vengono dall’altra parte del mondo e spendere un visibilio per riuscire a passare una bella serata di rock&roll; appare sempre più ovvio di come ci sia roba abbastanza sana anche a pochi metri da casa, ma la dipendenza attuale che deriva da formaggi, teglie di agnello, cover band e dalle serate a tema resta molto difficile da superare.
Certe cose sono seminali e siccome alla fine non ci sono poi moltissime occasioni per viverle – che questi signori mica lo fanno di mestiere di suonare, per inciso – propongo sia alle generazioni cresciute guardando l’Attimo Fuggente che alle successive cresciute guardando i cellulari, di provare ogni tanto a cimentarsi almeno con la partecipazione. Che utopista, che intellettualoide, che bestia! Poverini, avete tutta la mia comprensione.

Annunci