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Verso la fine degli anni ’50 molti dei pionieri del surf americano cominciarono migrazioni stagionali verso le isole Hawaii, con l’idea di ritagliarsi un periodo di tempo sufficientemente lungo per surfare, in quello che consideravano un passaggio fondamentale per la loro evoluzione come surfisti e come uomini.
Là potevano sperimentare uno stile di vita nel quale lasciarsi alle spalle quelli che erano i valori e le pressioni di un paese che, passata la seconda guerra mondiale, si trovava a sperimentare una fortissima ascesa economica, con tutto quello che è solito conseguirne. La società americana, gravida di capitalismo sfrenato, cominciò già da allora a fare i conti con una grossa fetta della sua gioventù che, per la prima volta, si trovava a confrontarsi con una sensazione nuova e sgradevole, quella del vuoto ; un vuoto che pareva aumentare proporzionalmente al radicamento dell’economia di capitale.
Lasciare tutto quindi – ed andare alla deriva, spinti soltanto dalla propria passione per l’antica arte di cavalcare le onde dell’oceano – fu la risposta che un pugno di pionieri cercarono di dare alle pressioni dell’ambiente che li circondava; dando vita così ad uno dei primi, forse inconsapevoli, vagiti di una ribellione che, di li a pochi anni, sarebbe esplosa nella Summer of Love e nei movimenti di fine anni ’60.
Ma perché proprio le isole Hawaii sono diventate così importanti per la mitologia dei surfisti?
Certo, sono una sorta di paradiso dalle incredibili bellezze naturali ed è lì che è nato il surf , ma c’è sempre stato qualcosa di più; qualcosa che andava oltre la magnificenza delle onde .
Ben radicata nell’immaginario dei surfisti c’è infatti l’idea che – a differenza di quello che succede nel nostro tipo di società – nelle Hawaii dei tempi che furono il surf fosse un elemento fondativo della comunità stessa e non un’attività ricreativa qualsiasi, da fare esclusivamente una volta portati a termine i propri compiti lavorativi.
In fin dei conti questa sorta di mito ha delle basi ben solide; il pensiero che nelle isole del pacifico – così come in tutte le società pre capitaliste – il lavoro non avesse la funzione fondante che ha all’interno della nostra collettività, ma che fosse un’attività da compiersi soltanto quando strettamente necessaria, ha radici molto profonde nell’immaginario occidentale.waikiki_alaia_frankHarvey-1
In più, ritenere che , in quella parte di mondo, fosse stata messa in atto una sorta di guerra culturale tra i nativi e i colonizzatori e che questa guerra l’avessero vinta i Puritani ( allontanando gli abitanti originari dalla loro cultura) è un esercizio intellettivo piuttosto corretto.
Sebbene l’idea che ci fosse una sorta di dicotomia perfetta : da una parte il piacere – e il surf in quanto parte di esso- , la libertà e la gioa, dall’altra la rigida etica Puritana del Lavoro sia stata spesso bollata come una “distorsione romantica “ di stampo occidentale , esistono testimonianze dirette di autori Hawaiani che ci dicono che, in realtà, le cose sono più complesse di come si vogliano fare apparire.
Haunani-Kay Trasks, uno studioso e attivista hawaiano, ha spesso dichiarato – parlando a proposito dei propri antenati – “ La nostra cultura indigena era antitetica agli sviluppi europei del cristianesimo, del capitalismo e dell’individualismo predatorio. Questo forse perché la politica di identità culturale può essere altrettanto essenzializzante delle fantasie imperialiste. “
Bingham4Se si leggono le fonti e i racconti dei primi missionari ci si rende ben presto conto che praticamente tutti si lamentano del fatto che i nativi paiono essere indifferenti al lavoro e totalmente focalizzati su attività futili – dal punto di vista di un colono– come il surf. Lo storico Gavan Dawns nota che “lo stile di vita degli isolani pare essere totalmente frivolo; le donne, in particolare, paiono considerare il lavoro come una vera e propria disgrazia. “, un missionario, George Bates, scrive che “ Non ci sono in giro artigiani operosi e orgogliosi del proprio lavoro, né abili commercianti … “ mentre un altro missionario, William Ellis, si dichiara stupito del fatto che “ Tutti i giorni attività fondamentali come pescare, coltivare i campi e lavorare per la comunità , non sono fatte fino a che ogni membro della società – uomo donna o bambino che sia – non abbia dedicato sufficiente tempo all’attività di cavalcare le onde. “
Apparentemente, quindi, siamo molto distanti da una distorsione romantica della realtà anzi, a star dietro alle fonti, sembra proprio che i nativi se ne stessero ben lontani dal lavoro quando qualche bella mareggiata incontrava la costa.
In pochi anni però tutto quanto cambiò; i Calvinisti videro nel surf e nella danza tradizionale Hula i più grandi avversari alla diffusione dell’etica puritana del lavoro e concentrarono, quindi, ogni loro sforzo affinché i gli abitanti delle isole “smettessero di giocare e divenissero delle persone serie”.
Perciò lavorarono assiduamente, cercando di distruggere tutto ciò che era tradizione e costume, spianando così la strada alla macchina capitalista che, già allora, cominciava a scaldare i motori; e lo fecero così bene, il loro lavoro, che in meno di un secolo riuscirono a decimare una popolazione che, prima del loro arrivo, contava quasi un milione di abitanti. Portando a casa, oltretutto, il ragguardevole risultato di riuscire ad inserire i giovani hawaiani nella routine di repressione e ammaestramento all’obbedienza verso l’autorità, tanto cara al sistema educativo americano.
Il Puritanesimo, quindi, nel suo matrimonio di convenienza con il capitalismo industriale, fu l’agente che cambiò il valore che le persone davano al loro tempo, inculcando anche nella testa degli autoctoni l’insana equazione “tempo uguale denaro”.
Perciò , alla fine, quello che rimase fu l’archetipo.
Come tanti altri archetipi di uomo primitivo, l’immagine dell’indigeno a petto nudo sulla spiaggia , con niente altro addosso che la sua tavola da surf, evoca un tipo di connessione che, nelle società moderne, si ritene perduta: la connessione con la natura e con “il naturale”. Connessione la cui ricerca ha un ruolo fondamentale nell’utopia dei primi surfisti .
E di questo non c’è da stupirsi più di molto.
karl-marx-hopeSe fossimo negli anni ’70 sarebbe stato naturale pensare ai collegamenti con la dottrina di Marx; Nei suoi manoscritti infatti il pensatore tedesco identificava l’alienazione come una delle più profonde ferite che il sistema capitalistico infligge all’uomo;Il lavoratore è alienato rispetto al prodotto della sua attività in quanto egli produce un oggetto che non gli appartiene ed è alienato rispetto alla sua stessa attività, in quanto essa ha la forma di un lavoro costrittivo in cui egli è solo uno strumento di fini estranei.
Il lavoratore è , inoltre, alienato rispetto al suo stesso genere umano perché gli viene impedita l’unica condizione in grado di innalzarlo sugli animali, cioè quella di un lavoro libero e creativo. Infine, egli è alienato anche rispetto al prossimo perché il rapporto negativo con il capitalista lo porta ad avere un rapporto conflittuale con l’umanità in genere. La dis-alienazione può avvenire, secondo il filosofo, solo con il superamento della proprietà privata e con l’avvento del comunismo.
Certo, non siamo più nel ’77 e fare certi parallelismi politici è diventato oltremodo fuori moda, ma c’è da riconoscere che l’idea che nell’inconscio di coloro che per primi abbracciarono il surf come filosofia di vita, ci fosse la volontà di rispondere a quel senso di alienazione con qualcosa di diverso, non è del tutto fuori luogo. Considerando anche il fatto che il surf si presta benissimo a rispondere a questa esigenza, sopratutto se teniamo conto che uno dei pilastri su cui si fonda la sua cultura è quel concetto di farsi beffe del valore comune dato al tempo, tanto caro ai movimenti di rivolta nati all’interno del capitalismo industriale occidentale ( siano essi bohemien o beatnik).
Se, a livello sociale, le teorie del filosofo tedesco possono essere considerate un adeguato metodo di lettura della battaglia per la riconquista della propria umanità, a livello individuale c’è forse un’altra via che più naturalmente si adattava alla strada scelta da certi surfisti.surf-car-top-superJumbo
La volontà di lottare per la libertà individuale e la ricerca di una società basata sulla collaborazione volontaria e libera dalla schiavitù del lavoro salariato, paiono fare da collante allo stile di vita dei pionieri. Stile di vita che si avvicina incredibilmente agli ideali libertari; Niente stato, niente gerarchia , nessuna imposizione e , sopratutto, nessun intermediario; tra se stessi e il mondo , tra se stessi e il proprio tempo, tra se stessi e l’oceano.
E non è difficile capire come si possa arrivare a fare certe analogie; in fin dei conti l’essenza stessa del surf, nei fatti, è in totale opposizione all’alienazione che definisce la logica del capitale e la sua funzionalità.

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