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Testo: Andres

Forse non molti di voi si sono accorti dell’uscita recente di un album, Crystal Fairy dei Crystal Fairy. Che fantasia! E sicuramente ancora meno ne sapranno di quello di cui stiamo parlando e del perché. Ma la spasmodica ricerca di un qualcosa di definitivo – o che almeno si avvicina a tale definizione – in campo musicale, impone delle precisazioni. Sì perché sarò fissato ma io percepisco il social network come uno strumento. Partiamo con ordine. Il web per sua definizione è dispersivo, è come un frattale che si dispiega all’infinito in forme e metodologie fisicamente tutte uguali ed è molto complicato riuscire a capire e intuire il bandolo della matassa, perché potrebbe essere infinitamente collocato ad un inizio che potrebbe possedere infinitamente un altro inizio (che non c’è mai) e inversamente un’altra fine (che non vedrai mai ma la potrai immaginare come un’eterna ripetizione della geometria iniziale). Roba che il cervello umano potrebbe restarci secco e ricordo che per tale motivo, diversi anni fa, vidi concretizzarsi tale evento materialmente in una persona, che esiste e ci è rimasta e di cui tacerò l’identità se non dando come indizio il nome di una famosa catena di prodotti elettronici (che non menzionerò per il legittimo dovere di non fare pubblicità). La rete appare come il cacciavite a stella che in questo momento chi legge ha visualizzato nella propria mente (il mio ha il manico arancione), che può essere utilizzato per svolgere umili e appaganti lavoretti di casa o essere piantato rabbiosamente nell’occhio del proprio prossimo. La colpa (o il merito, se c’è, a seconda dei punti di vista) non è in ogni caso del cacciavite, ma di colui che lo utilizza.
Ancora e per l’ennesima volta mi ritrovo a dissertare su quanto mi appaia strano parlare dei social network in funzione della musica, è come sprofondare in un adattamento forzato a delle logiche che sento che non appartengono né a me (ma di questo chi se ne frega), né al panorama culturale che vorrei descrivere, legato a dimensioni lontane nel tempo e nello spazio, dove esistevano i flyer, molecole disegnate, a collage, fotocopiate e vergate a mano, in un vortice amanuense di farlo-da- soli-cazzo, quando adesso basta un click. Non lo accetto e non lo accetterò mai. Ma mi adeguo in parte ai nuovi metodi di comunicazione, così com’è stato per i cellulari, ed adesso e at a certain age (avevo paura a scriverlo in italiano) ritengo che sia fondamentale farlo.
Schermata del 2017-03-07 12:30:46A questo punto il problema quindi si sposta su un altro livello, che concerne l’utilizzo dello strumento; personalmente mi fregio del fatto che cerco il più possibile di evitare una condivisione a vanvera, provando a trasmettere contenuti (potenzialmente soggetti a una critica ben più feroce che se fotocopiassi una fanzine da distribuire con nudi bracci pesti, tenuti stentatamente nascosti da maniche di camicia di flanella strappate; questo genererebbe solo sano disgusto) al posto di limitarmi a sparare cazzate e inondare la vita virtuale con la descrizione di ogni millisecondo di quello che avviene nelle vita reale.
Tutto questo per dire che è possibile anche usare le piattaforme digitali per avere belle notizie fresche come un uovo, ancora sporche della merda prodotta dal culo che le ha cacate, ignorando tutto il resto che promette l’uovo ma alla fine ti lascia solo la merda, appunto. E’ così che riesco ad avere un filo diretto con una cospicua parte di tutto ciò che mi interessa (è possibile sì, in culo ai fottuti gattini del cazzo, ai video delle ricette tosco-americane e agli spam generati da algoritmi interessati principalmente alla tua attività commerciale). Quindi.
La Ipecac Records (wikipedia ci informa Ipecacuanha è il nome di una pianta che induce il vomito) ci ristupisce ancora, forte della mente malsana da cui è nata, quel Mike Patton che prima mi dette del frocio e poi mi sputò addosso i residui di un panino (pieno di merda, disse lui) quando i Tomahawk suonarono a sCorreggio nell’Emilia insieme ai Melvins nel 2003 (o forse era nel 2004 ai giardini Margherita di Bologna, non so gli scaracchi nel viso mi mettono in confusione); ma è più conosciuto come cantante dei Faith No More, grossissimo e fondamentale gruppo attivo negli anni novanta e recentemente tornato alla ribalta dopo l’uscita dell’ottimo Sol Invictus (2015). Tra gli altri, l’etichetta supporta gli Isis (che ora hanno dovuto aggiungere al nome The Band, non sia mai che qualcuno fraintenda, c’è da ritrovarsi imbottiti di piombo in un batter d’occhio), Fantomas, Eagles of Death Metal, Le Butcherettes, Melvins, Mark Lanegan, QOTSA, Zu (italiani!), Venomous Concept, Mondo Cane, Peeping Tom, and many more. Questo è un lato della medaglia. L’altro lato è King Buzzo, al secolo Buzz Osborne, che son trentacinque anni che nell’underground di un certo tipo e soprattutto livello (andatevi a vedere come cazzo spacca il libro Neither Here Nor There, curriculum vitae anfetaminico dei Melvins) rigetta musica e grafiche e progetti, collaborazioni (Jello Biafra, Pigs of the Roman Emnpire e Lustmord per dirne alcune) definitive. La Fantomas Melvins Big Band (Buzzo alla chitarra e voce, Patton alla voce ed effetti) si presentarono a Bologna nel 2006 con due batterie, dietro una delle quali stava Dale Crover (ovviamente) e dietro l’altra Dave Lombardo (Slayer? Davvero?). Tanto per citarne una.
Il supergruppo adesso si chiama Crystal Fairy, e per riallacciare il discorso, c’era verso di saperlo. E di ascoltarli. L’abbiamo fatto e questo è quello che abbiamo sentito.91c3ce2a

King Buzzo alla chitarra e Dale Crover alla batteria, non c’è necessità di presentazioni. Forse alcuni si ricorderanno del polistrumentista Omar Rodriguez Lopez, o comunque dei gruppi in cui ha militato, roba tipo At The Drive In e Mars Volta. Conclude il quadro alla voce la cantante messicana Teri Gender Bender, dal gruppo Le Butcherettes ma attiva e nota nell’underground di un certo tipo di musica alternativa che ricorda molto da vicino alcune nicchie parecchio anni novanta – consiglio per svariati motivi che lascio scoprire ai singoli il video girato per la canzone Don’t Try To Fool Me, interpretata in doppio e su istanza del cantate franco-cileno Adan – Jodorowsky – Adanowsky.
Non sto scherzando.
Anticipato dal singolo Drugs on the Bus uscito a Ottobre 2016, questo album fonde nuclearmente stili e caratteri dei quattro musicisti, generando con lo scorrere delle tracce una tensione radioattiva che a volte è percepita come un’onda d’urto (Chiseler, rombante traccia d’apertura con venature power metal, le cui atmosfere mi hanno riportato alla mente, dal cassetto di un neurone dimenticato, Land of the Free dei Gamma Ray), altre volte come un veleno invisibile, che viene silenziosamente assorbito da cellule impazzite in distorti abissi tumorali (Under Trouble, allucinante planata su ritmi ipnotizzanti e visioni di bambole sporche di sangue poiché costrette incatenate tutto il giorno in un mattatoio nel quale si lavora carne di scimmia). Sebbene non ami molto lo spagnolo come lingua, che mi pare spesso un’incomprensibile balbettio psittaciforme cianciato rapidamente con voci chiocce, Teresa Suarez riesce a distrarmi anche in questo caso, e in Secret Agent Rat ci insegna che lo spagnolo si può usare per cantare anche se i testi non parlano d’erba e i musicisti non suonano ska. Apprezzai nel 2004 il debutto solista di Melissa Auf Der Maur, tra l’altro supportato da garanzie che ai tempi la gente avrebbe fatto a botte per avere (una roba della serie Josh Homme e Nick Oliveri), ma sebbene pieno di idee interessanti, molte delle quali sviluppate pure bene, alla lunga l’ascolto scade spesso nel chicchirelloso, come se si decomponesse in meringhe; nel taglio acido della voce di Teri, gocciolante e corrosivo in Necklace of Divorce, gli acuti franano sulla base ritmica senza doversi dannare, giusto per paragonare, di provare a descrivere la dolcezza dei paesaggi alpini: la montagna porta la morte e loro si limitano a cantarne. Nel progredire successivo Moth Tongue e l’omonima Crystal Fairy (ottima) sono Stoner Witch in hate fuck con Stag. Si sprofonda in una grande malinconia, sentire una canzone come Posesión nel 2017 ad esattamente trenta anni dall’uscita di Sister dei Sonic Youth potrebbe far correre il rischio di riconsiderare seriamente alcune posizioni sinora tenute su quanto realmente c’è a giro, magari non di nuovo ma di intelligente interpretazione sì; il suono Seattle-like di Sweet Self aggiunge un altro tassello di conferma.
In tutte le undici tracce si gioca peso e in casa, che l’ombra di Senile Animal si stende immensa ad ammantare il tutto con la propria carica, derivante dall’essere probabilmente la miglior produzione dei Melvins degli ultimi dieci anni; ascolti Drugs on the Bus e pare tutto reintrodotto come un tir che dopo la sosta si reimmette in autostrada, usando la spinta della corsia di accelerazione per ripiombare in pista prepotentemente, spintonando e strombazzando e zigzagando tra utilitarie di generi musicali il cui unico carburante è al momento composto da dosi di revival mescolate in tutta fretta, marce fino all’osso (e non nel senso positivo del termine).
Difatti, ormai viviamo un tempo in cui la catalogazione musicale diventa sempre più difficile, non ci si riunisce per suonare uno stile, come poteva essere stato negli anni sessanta o novanta, ma per suonare con chi viene ritenuto sufficientemente idoneo da un punto di vista di idee, attitudine, stile e whatever will be, will be. Quello quindi che viene poi fuori da queste collaborazioni è sempre un grosso punto interrogativo iniziale che spesso si risolve in uno esclamativo al primo ascolto. Forse ancora non mi metterò a gridare “Eureka!”, ma di certo Crystal Fairy potrebbe costituire un’ottima strada da percorrere verso quel traguardo, magari con un prossimo secondo album. Nel frattempo mi ascolto questo con immenso piacere.

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