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Cape Town, Sud Africa ai tempi dell’apartheid

Sono giorni strani questi, la primavera si affaccia alla porta e grandi mareggiate da sud spingono onde enormi a frangersi su una costa ancora vestita degli abiti dell’inverno; sul comodino ho “Ritorno al mondo nuovo “ di Aldous Huxley – finito di leggere (con colpevole ritardo) da qualche giorno – e , a tratti, sento nell’aria una coltre d’odio così fitta che pare premere sulle finestre di casa. Roba che mi viene da pensare che affacciandomi al balcone potrei trovarmi davanti i nazisti in parata, manco fossimo a Norimberga nel 1935.

Ultimamente, qui su hobo, abbiamo parlato molto del surf e delle sue spinte libertarie, ma non riesco a non pensare al fatto che è inutile sentirsi in pace all’interno del proprio mondo, se si ha l’impressione che guardare al passato costituisca una sorta di alibi in cui rifugiarsi per non vedere quello che non va nel presente.
Così, sempre più spesso, ho cominciato a chiedermi se il desiderio di libertà fosse l’unica faccia di una cultura – quella del surf occidentale – che, in fin dei conti, si è appropriata di una tradizione indigena per riportala all’interno di un recinto che, pur contro culturale, faceva [ e fa , a maggior ragione ai giorni d’oggi ] comunque parte di un sistema colonialista.
Insomma, smettendo di girarci attorno, la domanda che mi assilla da qualche giorno è questa : Come sta messo il surf nei confronti del razzismo?
Per tentare di darmi una risposta ho cominciato a leggere qualche vecchio articolo a riguardo ed ho provato a contattare Tony Colrey della Black surfing association, che dal 1975 si occupa dei problemi della minoranza nera nel mondo del surf. Non avendo ricevuto risposta mi sono dovuto accontentare delle parole di un altro personaggio storico del Black Surfing, Dedon Kamathi.
Dedon era uno storico surfista di colore e attivista delle Black Panters prima e dell ‘ All African people’s revoltionary party poi; un soggetto al quale l’americano medio si riferisce abitualmente con l’epiteto “radicale nero”, termine che, praticamente, viene usato per ogni tipo di persona nera e acculturata che esprime idee e concetti che mettono a disagio la coscienza dell’uomo bianco.

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Primi anni ’60, Stati Uniti. Attivisti del movimento per i diritti civili rivendicano il loro diritto di balneazione su una delle spiagge vietate alle persone di colore

In un articolo apparso su Huck magazine nel 2016 Kamathi si rivolge al giornalista Tetsuhiko Endo – che lo sta intervistando – dicendogli, senza mezzi termini, che “ Le spiagge tendono ad essere l’ultimo dominio esclusivo dell’uomo bianco in America. Non dobbiamo scordarci “ ricorda “ che negli Stati Uniti la segregazione razziale a metà degli anni venti toccava in modo radicale perfino le spiagge, includendo anche il divieto, per le persone di colore, di acquistare proprietà sulla costa; questo ha fatto si che la neonata cultura surf nascesse all’ombra di cartelli con su scritto White only “
La conversazione tra il giornalista e l’attivista continua ricordando che, come nelle società più grandi di cui è un microcosmo, il surf porti in seno solo una piccola e marginale minoranza di ringhiosi microcefali razzisti, quel tanto che basta però per inquinare un mondo che , all’interno di se, avrebbe spinte di tutt’altra ispirazione.
Quello su cui l’attivista invita a riflettere è l’influenza dei media sulla spinta di modelli mono culturali fondamentalmente razzisti. Attraverso la diffusione nei media dell’immagine del ragazzo bianco – e, immancabilmente, biondo – associata alla spiaggia si è arrivati a definire, con quello stereotipo, l’idea del surf in tutto quanto il mondo.
” E l’immagine stessa del surf che è uno dei deterrenti maggiori per la gente di colore”, dice Kamathi. ” Tutte le immagini che hanno a fare con l’oceano – non importa se si tratti di ragazze in bikini o di beachvolley – raffigurano sempre uomini bianchi. Il personaggio del Beach boy è stato europeizzato perché vogliono mantenere il dominio e la proprietà di fronte alle spiagge. Qualunque sia il valore dei bianchi, cercano di dominare e controllare queste cose. E chi è indigeno si può pure fottere . Imperialismo ideologico ecco quello che è. ”
tumblr_ngom6zgCvz1rcv9q6o2_500L’articolo continua puntualizzando che forse Kamathi sbaglia nel fare di tutta l’erba un fascio, considerando tutti quanti i bianchi come se fossero parte di un’unica gang di avidi imperialisti , ma questo non significa che abbia del tutto torto. Quello che, invece, probabilmente è vero è che il surf non è un affare di soli bianchi [ Hawaiani, Giapponesi, Sud Americani, Europei, Africani, Messicani , Cinesi … tutti quanti surfano adesso], ma è l’industria che cerca di farlo percepire come tale.
I grandi gruppi commerciali tendono a non fare apparire il mosaico culturale che compone il mondo del surf semplicemente perché il razzismo vende; se i capelli biondi, gli occhi azzurri, le tette grosse e i bikini minuscoli fanno vendere, allora la complessità della realtà può anche andarsene a quel paese.
Prendete la storia della nascita del surf moderno: un gruppo intraprendente di ambasciatori culturali porta uno sport mistico e regale delle isole Hawaii sulla terraferma e tutti quanti lo accolgono con favore. Questo è, in poche parole, quello che sappiamo essere l’arrivo del surf nel mondo occidentale, ma è soltanto una visione parziale di una realtà più complessa.
Per ampliare lo sguardo anche al non detto, il giornalista riporta le parole di Tom ‘ Pohaku’ Stone, un ex pro surfer studioso di storia delle isole del Pacifico con una specializzazione negli antichi sport Hawaiani.
“In un contesto di colonialismo, il Surf “ racconta Stone “ divenne il punto focale sul quale fare sviluppare il turismo alle isole Hawaii. Gli annessionisti, infatti, cercarono di invogliare i ricchi Statunitensi a venire nelle isole a provare lo sport dei re. George Freeth [che era soltanto in parte hawaiano] introdusse il surf nel sud della California, mentre Alexander Hume Ford con l’aiuto degli annessionisti Sanford Dole, Lorrin Thurston [e di altri individui stranieri], presero l’immagine fisica di un nativo delle Hawaii – Duke Kahanamoku – e lo trasformarono in un dio greco del mare, con il solo scopo di promuovere il turismo … Così è stato e così è. Le Hawaii attraverso la notorietà del Duca divennero il punto di destinazione per tutti coloro che veramente volevano vivere la vita di un Waterman nativo dell’isola, mentre la California, attraverso l’immagine di George Freeth, incarnò l’aspetto dello sport più facilmente accettabile dalla maggioranza degli statunitensi. Lungo le coste del Golden State, infatti, cominciarono ad apparire migliaia di Beach boys che, emulando lo stile di vita di Freeth, poterono illudersi di vivere spensierati, come dei surfisti hawaiani, senza dover abbandonare le loro comodità e i valori americani. L’industria è stato il grande male, hanno cominciato a voler vendere tutto, anche quello che era lo spirito più puro del surf.”

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George Freeth (1883-1919)

Annessione, avidità, esotismo, campagne turistiche.
E’ tutta qua, quindi, la storia del surf occidentale?
Sicuramente no, ma è un aspetto interessante della storia, una visione diversa da quella ufficiale, che certo non è totalizzante, ma aiuta a comprendere certe tematiche connesse ai problemi di razzismo che, a tratti, si riscontrano nel mondo del surf.
Qualche tempo fa, nelle sale Statunitensi, uscì un interessante documentario sul surf e le persone di colore dal titolo Whitewash. Il regista, Ted Woods, ha un opinione piuttosto interessante riguardo l’argomento : “ Il problema è che ci piace fissare le cose dentro piccole scatole e categorizzarle. Questo va li, quello va là, col verde si passa e col rosso ci si ferma. L’idea di un surfista nero non entra nella scatolina che il mondo ha ritagliato per il surf, così viene tagliato fuori. Così come è stata tagliata fuori la complessità dei rituali hawaiani legati al surf, quando questi non si adattavano alla perfezione all’immagine romantica che si voleva dare dello sport, una volta che questo è stato trasformato in un’attività commerciale altamente redditizia. “
Questo è il fenomeno sociale che Woods definisce Whitewash – e che in Italiano dovrebbe suonare, più o meno, come “risciaquatura nel bianco “ – ; un processo che mitologizza i surfisti Americani e Australiani, relega i Polinesiani dentro i musei, trasforma le persone di colore in anomalie e le donne in meri corpi.

Le cose troppo complicate non sono funzionali alle vendite, perciò, visto che la complessità di una cultura così antica sarebbe stata di intralcio nelle campagne pubblicitarie (così come la sua multiculturalità) è stato meglio, per l’industria, rendere tutto quanto sterile, pulito e pronto per il consumo di massa.
Al netto di tutte queste considerazioni, non è comunque corretto dipingere i surfisti come una massa di ignoranti razzisti. In fin dei conti la cultura surf non ha mai abbandonato la consapevolezza delle proprie origini indigene e Duke Kahanamoku e Eddie Aikau sono soltanto due degli innumerevoli eroi dalla pelle scura che la totalità della comunità dei surfisti riconosce come padri. Nel corso degli anni inoltre riviste e personaggi influenti del mondo del surf si sono a più riprese espressi pubblicamente contro qualsiasi deriva razzista si parasse intorno a loro, dall’apartheid in Sud Africa (Nel 1985, Tom Carroll, Martin Potter e Tom Curren boicottarono tutti gli eventi in Sud Africa per protestare contro l’apartheid ) all’ascesa di Donald Trump.
Il problema, comunque, può essere aperto anche ad una lettura più ampia; il campione Sudafricano Shaun Tomson una volta ha dichiarato : “ Io non credo che noi surfisti abbiamo mai avuto problemi di razzismo, semmai abbiamo un enorme problema di attitudine: il localismo. Ed io ho sempre equiparato il localismo con il razzismo e l’intolleranza. Credo che i surfisti debbano rendersi conto che se dici a qualcuno di uscire dall’acqua solo perché viene da un posto diverso, non sei migliore di un razzista.”
Certo, è una lettura un po’ parziale e non del tutto corretta a nostro avviso, ma qualcosa di vero c’è. Razzismo e localismo non sono esattamente la stessa cosa, ma quando uno dei due è presente è facile che si manifesti anche l’altro, visto che il costrutto mentale che sta dietro a questi due -ismi non è poi così differente, basandosi , fondamentalmente, sulla costruzione arbitraria di un altro da stigmatizzare e demonizzare.

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Shaun Tomson, Sunset beach, 1976.

Thanks to Huck magazine

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