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Sul dizionario Treccani, alla voce radicale troviamo, letteralmente, “ Che concerne le radici, l’intima essenza di qualche cosa”.
Nello skate, così come nel surf, la radicalità è considerata un valore, sia quando si esprime nell’esecuzione di una qualche manovra particolarmente difficile o spettacolare, sia quando rappresenta un modo totalizzante e profondo di vivere la propria appartenenza ad una cultura.
Definiamo radicali quelle manovre che in maniera perentoria e dirompente sfregiano la fluidità del movimento precedente. La disarmonia che portano tali movimenti, si fonde così naturalmente con il gesto atletico che, senza di essi, sarebbe tutto troppo contenuto, schematizzato, pacato. Ecco perché una manovra non è radicale di per sé, per il nome affibbiatole o per la spettacolarità e l’audacia che proiettano le sue linee geometriche, ma per la rottura che crea con il movimento precedente. Se provassimo a immaginare una surfata composta solo ed esclusivamente da manovre spettacolari, ardite e tecnicamente di difficile esecuzione, ci troveremmo di fronte ad un esecuzione circense. Ed il circo passa, come la voglia di andare a vederlo. Quando tutto è completamente offerto, evidente, saturo – per usare le parole di Françoise Jullien – la manifestazione dell’azione è in se stessa risultativa , quindi già superata. La radicalità, dunque, non è tout-court definita dall’azione in sé, ma dalla alterazione che si produce nel contesto. La bellezza di un layback sta nello scardinare l’armonia del precedente bottom caricato in rail-to-rail. Creare frizione, spaccare le molecole d’acqua e tornare a pompare fluidamente sull’onda. Quando con radicale si intende un modo di vivere la propria appartenenza ad una cultura allora la questione diventa più controversa, perché favorisce l’emergere di un senso primatista ed elitario, un “noi” e un “loro”, soprattutto in chi quella cultura la vede come estranea al sentire comune ed usuale.

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Qualche tempo fa, dopo aver riportato in un articolo alcune affermazioni di Miki Dora sulla negatività del professionismo nel surf, qualcuno chiosava dicendo che non facevamo altro che dare voce a stronzate da hippie e la cosa, in prima istanza, ci ha fatto sorridere ; sopratutto per il fatto che gli scriventi [per età anagrafica e vicinanza culturale ] si sentono, per lo più, vicini a quella punk generation cresciuta con il credo “Mai fidarsi di un Hippie”. Il punk ci ha trasmesso quel valore che per noi è peculiare: la rottura con l’esistente. Dal momento che amiamo tutte quelle derive anticonvenzionali, ci piace sottolineare come la cultura beat con il suo radicalismo esistenziale e rivoluzionario ha influenzato, attraverso la contro cultura psichedelica che ne è emanazione, molti aspetti della cultura surf la quale, a sua volta, ha influenzato la sua figlioccia prediletta: la contro cultura skate. Negli anni ’60, assieme alla contro cultura surf, nascevano movimenti culturali e letterari che del radicalismo facevano bandiera; è il caso degli scrittori e poeti della così detta beat generation che, con Burroughs, Keruoac e Ginsberg come triumvirato d’attacco, cercarono di farsi portavoce di una generazione che cercava di emanare uno spirito reale di anticonformismo, un visione di una vita alternativa, di vera radicalità. Certo la stiamo prendendo un po’ larga. Dire che gli skater ed i surfisti moderni siano gli eredi di quella cultura, che era fatta di protesta permanente contro l’esistente, non è corretto; qualcosa c’era in passato, ma adesso si è persa.
Restano gli echi però, connessioni a un modo di pensare se stessi e la realtà che da valore a quello che davvero è radicale; l’idea cioè di vivere una vita strettamente intrecciata alla cultura che amiamo, ad una cultura di cui ci sentiamo parte, intesa come legame tra atto fisico, espressione intellettuale, passione e, perché no, politica. Questa idea, semplice e ancora all’avanguardia, ha governato la vita di quegli scrittori la cui voce è rimbalzata tra gli immensi spazi dell’America finendo per farsi sentire anche tra il fragore delle onde di Malibù e, forse, è anche per questo che ci piace tanto la radicalità.
Tuttavia non tutto è lineare come sembra. Anche all’interno di un contesto underground, l’idea di essere più puri degli altri e di avere il monopolio di termini, concetti e filosofie è ben presente.
E poi, a ben vedere, quel “mai fidarsi di un Hippie” e niente più che un dogma e il rispecchiarsi a pieno nei dogmi non è cosa che ci piace particolarmente. Se è una stronzata da Hippie, dare voce a chi è andato a fondo di una ricerca etica e culturale portando, nel nostro mondo, anche soltanto una goccia di quella radicalità di cui certi movimenti hanno saputo essere portatori, allora ben vengano le stronzate da Hippie.

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