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Testo : Andres

Avevo già in mente di scrivere qualcosa su Don Letts ma due recenti avvenimenti me lo hanno reso necessario; il primo, più ovvio e concreto, il suo passaggio in Italia giusto questo mese, da Coversano (BA) presso La Casa delle Arti dove è stato proiettato anche il suo ottimo documentario sui Clash “Westway To The World” (si consiglia vivamente la visione) e con il quale si è vinto pure un Grammy, fino al Covo di Bologna, facendo seguito ai concerti di Doxie (felsinea punk&roll band tutta al femminile) e Membranes, gruppo inglese di culto della scena post punk DIY attivo fin dal ‘77. In entrambi i casi Letts ha svolto DJ Set, come fa da anni manovrando dalle punte dei suoi enormi dread le dance hall di mezzo mondo al suono di dub, reggae e punk.
Il secondo motivo invece abbraccia una sfera più ideale e coerentemente legata ai contenuti di cui spesso su Hobo amiamo farci carico, nella misura in cui diventa utile per spiegare certi punti di vista e prese di posizione che a volte, inevitabilmente, sono oggetto di commenti superficiali e piuttosto ignoranti (nel senso di “colui che ignora in quanto non possiede strumenti per discernere”, ma anche in senso di “deficiente” alla fine).
Per non farla troppo lunga, mi sto riferendo alla recente uscita di una nostra disanima sul fenomeno razzista nel surf in anni passati, in particolare sul fatto se vi sia stato o meno uno sviluppo e come si collegava con la forte tendenza localista di alcune esperienze.
17555143_10154433837561658_57687755_nMa questo non è un articolo specifico sul “razzismo nel punk” (tralasciando certe, comunque molto limitate, derive ad ultradestra del movimento skin, che niente hanno a che fare con il punk, sia come genere musicale che come attitudine a vivere ed interpretare un certo modello di posizione di sé stessi nella società occidentale), ma su Don Letts e il parallelo mi fluisce naturalmente, perché per chi non lo sapesse (!) Don Letts è nero. E’ il nero del punk e non perché si vestiva con i giubbotti di pelle nera: l’Acme Attractions su Kings Road a Chelsea (London), il negozio di vestiti in cui ha lavorato nella seconda metà degli anni settanta, era specializzato in Peg e Zoot Suits, i completi tipici della cultura nera caratterizzati da giacche ampie e pantaloni a vita altissima, estremamente popolari negli Stati Uniti degli anni ‘40 tra la comunità jazzista nera, gli immigrati messicani (Pachucos) e i mafiosi italiani. E che furono pure oggetto di divieto durante i duri anni della seconda guerra mondiale, perché ad avviso delle autorità statunitensi “consumano troppa stoffa cazzo!”, ma in realtà furono una scusa per favorire la repressione delle frange più povere ed emarginate della società in quelli che furono chiamati “Zoot Suits Riots” nella West Coast e che videro falangi di marinai travestiti da braccio di ferro armarsi di spranghe (che il braccio proprio di ferro alla fine non l’avevano e una spranga resta pur sempre una dura spranga, anche se hai la circonferenza del bicipite di Olivia) ed andare a spogliare (letteralmente) e pestare tutti coloro che incontravano a che erano dressed that way.

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A leggere il suo libro autobiografico “Punk&Dread” l’impressione è che lui sia stato, più che l’uomo giusto al momento giusto, semplicemente nel posto giusto al momento giusto: non suonando nessuno strumento decise di prendere in mano una cinepresa e documentare tutto quello che gli stava accadendo intorno, complice anche la sua amicizia e conoscenza di alcuni personaggi della scena nascente, da John Lydon a Vivienne Westwood, da Malcom McLaren a Joe Strummer, John Beverly (ma chi è costui?), Ari Up e le Slits di cui è stato anche agente durante il tour White Riot in cui fecero da spalla ai Clash (e che fu seguito anche da Lester Bangs, che scrisse poi un reportage fondamentale).
Il punk nell’immaginario collettivo, e soprattutto se si pensa alle immagini del ‘77, par essere una cosa da bianchi, fatta da bianchi incazzati che si facevano la fila per ottenere i pochi spiccioli dei sussidi di disoccupazione nella Londra sporca e grigia di fine anni settanta, che si dava da fare per imbellettarsi nel giubilo del compleanno del regno della vecchia babbiona. A quel tempo però la situazione era parecchio più complicata di così e le molteplici frange degli immigrati caraibici ed africani, in quello scorcio pacchiano di Inghilterra, fremevano per trovare un posto alla loro cultura e ai loro sogni.
Letts decise, dopo essersi flashato un giorno al cinema alla visione di “The Harder They Come”, film sulle gang giamaicane e sul sogno di un ragazzo di diventare un cantante reggae, che voleva a tutti i costi trovare il modo di ricreare un suo personale racconto visivo, e guarda il caso la situazione che si trovava a vivere era proprio quella ideale.17618852_10154433838746658_1213631478_n
Molte delle immagini che abbiamo in testa di quel periodo sono state filmate da un nero ed incise per sempre sulle bobine di “The Punk Rock Movie”, documentario diretto e completamente ripreso in real time da Letts che, col tempo, è riuscito ad affinare la sua tecnica e ad ingrandire la sua popolarità; non ci credete? Poniamo un esempio: il video di Rock The Casbah è suo. Pure quello di London Calling.
In realtà le istanze dei poveri e dei reietti sono sempre le stesse, a prescindere dal fottuto colore della pelle che uno si ritrova suo malgrado immediatamente dopo essere uscito dall’utero di sua madre, e generalmente all’eroina non gliene fotte un cazzo se le vene in cui viene iniettata sono poste sotto una cotenna anemica, colorata, verde, rossa o aliena che sia.
Furono quindi conseguenti i collegamenti tra i ragazzi di quel tempo, sia che passassero dalle risse con i Teddy Boys, sia che risultassero dalla fusione di generi musicali che a un primo e affrettato ascolto potrebbero apparire lontani anni luce tra di loro, che fossero a livello culturale di derivazione e provenienza, o a livello ritmico e attitudinale; e tutto questo è oltremodo comprensibile se si pensa all’evoluzione dei Clash e di tutte le loro derivazioni fino ai Big Audio Dynamite di Mick Jones, o al viaggio che Branson in persona chiese di fare a Rotten e Letts in Giamaica al fine di cercare ed esplorare nuove sonorità da poter mettere sotto contratto, immediatamente dopo quell’ultimo concerto a San Francisco che McLaren paragonò ad un cavallo condannato all’inevitabile incontro con un suo personale fato halal.
Non si diventa un’icona a caso, ma finendo sulla copertina di Black Market Clash sì; e per inciso, Letts non stava sfidando la polizia lì, e la foto è stata quasi un coincidenza.
Il collegamento tra il reggae, il roots, il dub e il punk forse non sarà completamento merito suo ma di sicuro lui ne è stato un fautore ed un artefice, tanto che si lamenta ancora di quel “bastardo di Strummer”17671002_10154433839916658_40240125_n che gli ha fregato un casino di dischi; nella migliore tradizione del Toasting (un tipico modo di rimare giamaicano fatto di strofe veloci, slangate e semi incomprensibili) lui è stato un Griot a tutti gli effetti, profeta ed oracolo della cultura nera che incontra il punk e si fa guidare da esso nel ritorno alle proprie origini, in un circolo per nulla scontato che ha prodotto un sacco di roba virtuosa e interessante.

E qui in Italia com’è andata? Il nostro contatto infiltrato a Bologna (di cui tacerò il nome se non dicendo che ha una radice infernale e suona nelle Doxie) ci ha comunicato che “Don Letts comunque in pratica non s’è visto, è stato tutto il tempo a fumarsi i tabbioni in un altro posto perché uno dei Membranes rompeva il cazzo che gli dà fastidio il fumo”. Tanto vi, gli (e le), dovevo.

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