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Quando si è molto giovani, spesso, si tende anche ad essere molto stupidi. Questo, in sostanza, è quello che Clyde Singleton – pro skater dalla pelle nera di Jacksonville, Florida – pensa di se stesso. E lo pensa principalmente per via di quello che gli frullava per la testa quando, da adolescente, cominciò ad approcciarsi allo skateboarding.
“Quando ho iniziato a skateare “ ricorda “ ero l’unico skater nero della mia zona. Vivevo a Jacksonville, una delle più grandi città di pianura degli Stati Uniti, eppure non c’erano skater di colore. Dal primo giorno che mi presentai a scuola con le scarpe da skate divenni un emarginato; la gente mi indicava, ridendo, chiamandomi ‘ragazzo bianco’. Non avevo letteralmente idea di cosa diavolo stessero parlando. Ragazzo bianco, io ? La maggioranza dei miei amici che facevano skate erano bianchi, ma questo come poteva fare di me un ‘ragazzo bianco’? Non l’ho mai capito.
Il fatto è che lo skateboard non è mai stato veramente accettato, soprattutto qui nel Sud. Questo posto è pieno di gente ignorante – sia bianca che nera – e di quasi qualsiasi forma di idiota che il buon Dio ha potuto creare.”
Così Clyde si trovò tra due fuochi, da una parte i suoi amici del quartiere – abitato principalmente da gente di colore – che lo schernivano dicendogli di voler assomigliare a quei ridicoli bianchi che ‘puzzavano di cane’, dall’altra parte non contava le volte che si era ritrovato sotto il tiro della doppietta di qualche redneck razzista quando andava a casa di certi suoi amici skaters.
“La situazione che mi trovavo a vivere era paradossale” dice Clyde “ C’erano molte volte che non mi era nemmeno permesso di skateare una qualche half pipe a casa di amici a causa del colore della mia pelle. Addirittura i genitori del ragazzo che mi ha insegnato a skateare erano razzisti. Dovevo sgattaiolare nel suo garage di nascosto per imparare i trick. I suoi, letteralmente, non avevano idea che mi frequentasse. Mesi dopo, quando mi hanno scoperto, sono diventato la prima persona nera che avevano mai avuto in casa loro.
Mai.
E, ricordate, tutto questo accadeva meno di venticinque anni fa.
fakieheeltailIl problema è stato che, quasi senza accorgermene, ho cominciato pure io a farmi contagiare dalla follia che avevo intorno. Non ricordo neppure quante volte ho tagliato i miei capelli Afro e ci sono state volte che ho perfino tentato di tingerli di biondo.”
Certo le divisioni dell’America profonda non aiutavano a fare chiarezza nella mente di un adolescente problematico. Dopo che i genitori di Singleton si separarono nella metà degli anni ’80, lui, suo fratello e la madre si trasferirono da un quartiere nero sul Northside ad un quartiere bianco vicino al Roosevelt Mall. Lì tutti quanti skateavano e il ragazzo si inserì presto nella scena skate del suo quartiere. Pochi anni dopo però, si trasferì di nuovo nel Northside dove iniziò la scuola a Ribault High. Nessun altro skateava in quel quartiere. Quindi c’è da immaginarselo lui, in giro con il suo skateboard, con le scarpe Airwalk piene di buchi e con indosso una camicia di Tony Hawk. Una mosca bianca tra le nere, una mosca nera tra le bianche.
Piano piano, poi, le cose sono cominciate a cambiare e altri ragazzi di colore cominciarono ad affacciarsi sulla scena skate – gente come Ron Allen, Ray Barbee, Steve Steadham e Rodney Smith – erano pur sempre una minoranza, ma il solo fatto che esistessero faceva la differenza.
clyde 1“Col passare degli anni “ ricorda “ ho cominciato a frequentare più contest che potevo, andando spesso con i ragazzi fuori città a fare, fondamentalmente, quello che tutti gli skater vogliono fare: skateare, provare nuovi spot e incontrare nuovi amici lungo il viaggio. Quanto più uscivo dalla mia città natale, più mi rendevo conto di non essere solo.
Poi sono diventato un pro. Era il 1994 e, nel circuito, c’erano veramente pochi ragazzi di colore; ce n’erano sei o sette che erano pro assieme a me e, forse, ce ne erano stati una decina prima di noi. Era comunque una grossa figata. Non pensavo che fosse una cosa da neri o da bianchi, era una grossa figata, punto. Stavo vivendo il sogno di ogni bambino, mi pagavano per skateare e viaggiare!.
Ero lo stesso ragazzo che era stato cacciato, deriso, al quale veniva detto che ‘cercava di essere bianco ‘, che non poteva skateare alcuni posti a causa del colore della sua pelle. E adesso ce l’avevo fatta. Stavo esattamente dove stavano tutti quei tipi fighi che erano appesi sul muro di camera mia. Nessuno, o niente, avrebbe potuto portarlo via da me. Per diciassette anni ho vissuto in California, totalmente assorbito dal mondo dello skate, poi però qualcosa è cambiato…
Adesso non so più cosa sia diventato lo skateboarding. È quasi come se avesse due parti: le persone che sono veramente degli skater e le persone che vogliono emularli, e questo anche tra le persone di colore. E’ quasi divertente perché, non molto tempo fa, non avreste mai visto la seconda metà di quelle persone nei pressi di uno skateboard.
clyde 2Non volevano essere chiamati ‘ragazzo bianco’ dai loro amici. Non volevano strappare le scarpe. Non gli sarebbe passato per l’anticamera del cervello di passare i pomeriggi a bighellonare dentro qualche lurido skate shop. Ma ora? Tutti vogliono essere skater! Solo perché vogliono essere qualcosa che non sono. E tutto questo mi ha fatto riflettere, su di me, su le mie radici, su quanto fossi stato sciocco in certi miei atteggiamenti e, sopratutto, mi ha fatto riflettere su quella che prima era la mia più grande soddisfazione, essere parte dello skate system.
Così sono tornato a casa e, adesso, vivo tranquillamente lontano dai segreti del mondo dello skateboard. Vivo a Asheville, Carolina del Nord, e rispondo di quello che so e che dico.
So che amo lo skateboarding e adoro farlo con i miei amici, so che amo l’ hip hop, la fotografia, la produzione video e fare ridere la gente. Ma, sopratutto, so che l’industria dello skateboard non è niente più che una grossa burla.”

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