18361426_120332000710295857_2076565296_nOggi proviamo [la cautela è d’obbligo quando si tratta di band seminali] a parlare dei Nabat, storico gruppo punk OI! italiano, e per farlo pensiamo che la cosa migliore sia guardare indietro, un bel po’ indietro ad essere precisi.
Nel 1918, quando il regime bolscevico russo cominciò una ferrea persecuzione degli anarchici, molti di loro pensarono di riparare nell’unico posto che, allora, pareva essere terreno fertile per gli ideali libertari: l’Ucraina.
Il popolo ucraino, nato in una terra storicamente patria di ribelli, briganti e contadini, aveva un’immensa anima libertaria tenuta assieme da una figura storica dell’anarchismo russo, Nestor Makhno. Assieme a lui, fin dai primordi della rivoluzione russa, gli anarchici ucraini cercarono di mettere in pratica i loro principi, cercando – e, molto spesso, riuscendo – di costruire, nei villaggi e nelle città, una società anarchica e autogestita.
Fu questo il contesto culturale in cui i fuoriusciti anarchici russi andarono a rifugiarsi, contesto nel quale, assieme ai compagni ucraini, tentarono di creare la testa dell’incudine che avrebbe dovuto scardinare sia il regime zarista e borghese, sia la crescente deriva autoritaria del governo bolscevico: una confederazione di tutte le anime anarchiche dal nome Nabat (in russo “Campana e Martello”).
Dopo anni di lotte e di successi, quell’esperienza, purtroppo, morì [così come morirono altre esperienze libertarie che lasciavano intravedere una possibilità di successo organizzativo degli ideali anarchici] stroncata dalle forze rivoluzionarie russe divenute, ben presto, strumento della reazione.18425757_120332000628680340_1479717110_n
Da questo esperimento di libertà arriva l’origine del nome della band bolognese; questo tanto per essere chiari e per fugare ogni dubbio sulle inclinazioni politiche del gruppo punk, inclinazioni che tutt’ora portano avanti con orgoglio.
E, tanto per continuare nell’opera di dissipazione delle nebbie che, in questo paese, avvolgono i movimenti e le idee politiche, ci sembra il caso di fare un’altra digressione e di parlare, per un attimo, del movimento Skinhead.
Qui da noi alla parola Skinhead vengono subito associate alcune immagini ben precise: una testa rasata [of course], le croci celtiche e il saluto romano. In realtà il movimento Skin non è (o meglio, non sarebbe) niente di tutto questo.
Le origini del movimento vanno ricercate alla fine degli anni ’60 nel proletariato inglese; tradizionalmente si usa dire che la cultura Skin nasce dalla fusione tra la cultura Rude Boy, tipica dei figli degli immigrati giamaicani e caratterizzata dal culto verso la musica ska e reggae, con quella dei Mods, figli dei proletari inglesi, che per primi interagirono positivamente con le comunità immigrate dalla Jamaica, cercando di emularne lo stile di vita e accomunandosi al loro amore verso la musica ska.
Il fatto che i ragazzi dell’East End Londinese sentissero una sorta di comunanza verso i giovani immigrati giamaicani non deve stupire più di tanto; la classe operaia è classe operaia, non importa in quale parte del mondo si va. Fu naturale, quindi, che i poveri, giovani, ragazzi bianchi sentissero una connessione con i poveri, giovani, ragazzi neri.
Chiassosi e violenti –di una violenza gravida di volontà di riscatto sociale – questi ragazzi trovarono nell’odio comune verso le classi abbienti un ulteriore punto di comunione, comunione che riuscivano a celebrare ogni sabato pomeriggio su quello che era l’unico campo di battaglia disponibile: gli spalti di uno stadio di calcio. I ragazzi ricchi dell’Upper London avevano le loro squadre di riferimento, così come le avevano gli Skins; e, ovviamente, non erano le stesse. Ci volle poco, quindi, perché nella rivalità sportiva fosse proiettato tutto l’odio di classe covato da generazioni di sottoproletariato; odio che sfociava, ad ogni partita, in vere e proprie sommosse.
Da qui anche il cattivo rapporto con la polizia, propensa a prendere di mira principalmente la più povera delle fazioni, arrivando ad arrestare chiunque si presentasse nei pressi dello stadio indossando anfibi di pelle o bretelle su di una camicia a scacchi.
In questo contesto, alla fine degli anni ’70, arrivò il punk a travolgere la scena musicale e il quadro sociale; fu perciò inevitabile che, vista la sua forte connotazione proletaria, una parte di quei giovani Skinhead che popolavano i sobborghi inglesi ne rimanesse affascinata. Così una branca del movimento punk si fuse con quello Skin, dando vita al Punk OI!, genere caratterizzato da una forte pulsione anti razzista.
Quanto di più lontano ci possa essere dal fascismo insomma.
cd010babaeQuesta è la realtà, che poi ci siano state importanti divagazioni a destra di parte del movimento Skin, una volta legatosi con quello punk, è innegabile; ma che sia la devianza ad avere avuto il sopravvento – nel senso comune di pensare agli Skins – rispetto alla regola, ci pare piuttosto significativo e funzionale al tentativo di demonizzazione di una controcultura che, dalla strada, si opponeva fortemente al progressivo imborghesimento della classe lavoratrice e del proletariato in genere. Idea, questa, che da fastidio un po’ a tutti, sia destra che a sinistra.
Di queste cose – passata l’ubriacatura emozionale del concerto (di cui diremo nella seconda parte di questo articolo) – ne abbiamo parlato con Steno, voce e anima del gruppo. C’è questa cosa del punk e la curva degli stadi che da sempre ci incuriosisce; così abbiamo chiesto a lui se si fosse fatto un’idea di quanto il mondo Ultras abbia ancora un legame con l’originaria cultura Oi! e Skin, ricevendo una risposta che lascia spazio ad interessanti spunti di riflessione: “Penso che l’ambiente ultras e della curva in generale non abbia più molti legami con il mondo Skinhead. Credo che, al contrario, la realtà Skin ambirebbe ad avere contatti con il mondo Ultras. Questo per dire che spesso le curve sono il luogo deputato in cui far vedere che tu esisti, come singolo o come gruppo”.

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