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Una leggenda è una memoria di eventi accaduti in un passato mitico e inafferrabile, nel senso mentale del termine; è una conoscenza di massa che si basa su assunti persi nella notte dei tempi, di cui non esiste empiricità di evidenze ma che è accettata come status reale di un passato misconosciuto ma presente nell’adesso, in guisa di sottofondo culturale e appiglio sociale nei modi di fare, nei pensieri e negli usi. La leggenda istituisce il fattore inconoscibile ma insito nelle nostre esistenze, è il racconto di ciò da cui siamo venuti in salsa ancestrale; è la storia orale, tramandata con rime e suoni provenienti da “l’altrove” e che è necessario riconoscere come possibilità di essere vera, per trarne insegnamenti e giovamento, per poter essere costituente della nostra personale bussola, a guidare e orientare i nostri costumi e a dare un senso concreto ai nostri movimenti, in quanto portatrice di echi sia di sbagli che di successi, valevoli di costituire un insieme dinamico di precetti fondanti e fondativi, capaci di trovare risposte ai nostri “perché” e di dare un senso ai nostri “come”.
I Nabat sono una leggenda. E lo sono in quanto costituiscono sia il significante che il significato di un genere e di una sottocultura che pare non aver mai attecchito nell’Italia del festival di sanremo (il minuscolo è imperativo), ma che in realtà è diffusa tra migliaia di ragazzi, facendo prima da catalizzatore e poi diffondendo la sua energia primordiale attraverso una rete di condivisioni ed eventi che non hanno niente a che vedere con il “social” ma che hanno tutto a che fare con la “partecipazione”; a discapito di quelli che sono i proclami dei politici di turno, di qualsiasi schieramento essi siano, il circuito dei centri sociali sopravvive da decenni, tra lotte, disfatte e a volte troppo piccole vittorie, ma aggrappato imperterrito ad una idea di diffusione di contenuti per cui si potrebbe tranquillamente parlare di “cantieri sociali” senza dover andare a scomodare politiche “smart” e “kilometri zero”, dacché esistono da molto prima che queste definizioni facessero la loro comparsa al servizio della politica di imposizione sociale in atto e di appropriazione indebita delle formule che finora erano state bollate semplicemente come dannate utopie libertarie e/o roba da freakettoni.
Sono passati trentotto anni dal 1979 e non è venuta meno la necessità di offrire concerti interminabili a fronte di trovare queste diffuse nicchie primitive in cui accogliere ogni genere di inadeguatezza manifesta e farla sfogare in deflagrazioni rumorose, sudate e coinvolgenti; sto parlando del fatto che tutti coloro che sono e si sentono all’interno di una bolla antica e navigata, si stringono intorno ai fuochi tribali delle loro convinzioni con propri simili, con i quali è lecito poter trovare sempre e comunque quel punto di contatto che caratterizza una vita che altrimenti sarebbe solo stanca e piena di rabbia. Intendiamoci, non che non lo sia per il novanta percento del tempo, ma esiste la possibilità di poter stare ad ascoltare – e stare a raccontare – quelle storie che tanto si vorrebbe sentire, che parlano di noi nonostante siano già passati Reagan e la Thatcher e gli scioperi dei minatori nel Regno Unito, la marcia dei colletti bianchi, la caduta del muro e le guerre di assestamento che ne sono derivate e che tuttora sono in atto, l’avvento dell’informazione digitale e la progressiva ed estrema fascistizzazione del confronto, roba che si deve tornare indietro di cento anni per vederne di uguale nella violenza delle istanze, in particolare a livello di istituzione e tolleranza, da parte dello stato (degli stati), di certe formazioni sociali.
Perché Philopat aveva provato a spiegare ai sociologi che noi siamo costretti a sanguinare, e che la cosa ci piaccia o no, o debba o meno essere oggetto di tesi di laurea di una disciplina di scienze sociali non ha importanza, in ogni caso sanguineremo; nessuno si prende la briga di provare nemmeno a parlarne, figuriamoci a capire. E poiché l’afflusso, che se ne dica che vada tutto bene, in realtà è cospicuo ed aumenta di anno in anno, qualcuno deve pur raccoglierlo.18360713_120332000642322056_508483794_n
I ragazzi della Underdog, armati di secchi e stracci, pare stiano facendo il possibile per pulire il sangue nella loro parte di mondo, creando situazioni in cui è possibile spurgarlo efficacemente dagli occhi e dai pori, e tutto questo assume l’aspetto di un rito pagano, in cui ci si dimena e ci si agita e si salta con gli altri e addosso agli altri e ci si tocca e si scambiano umori e odori e ci si abbraccia e in una catarsi collettiva ci si prende cura l’uno dell’altro e ci si capisce e ci si rispetta.
Fate i Nabat!” è il grido di guerra che si urla nella danza collettiva, sia che sul palco ci siano i Colonna Infame sia che ci siano gli stessi Nabat, perché ha il valore di un esorcismo e di un anatema, non come il “Valerio!” vociato negli eventi tipo Festa della Luna di Pelago (un modo educato di chiamare la Festa della Droga) che era giusto un mero e tossico tentativo di identificazione sociale e immedesimazione in un gruppo improvvisato di gente che ti avrebbe piantato un paletto da tenda in un occhio solo se interpretavano male uno sguardo.
Al K100 di Campi Bisenzio Fidel e Camilo, vergati sui muri dietro al palco, sembrano invitarti come perfetti ospiti di casa, esaltando quella fratellanza che fa dei punk un plotone di soldati resistenti, nascosti dietro ai cespugli del sistema – come quelli fisici che Guazzaloca fece collocare in piazza Verdi e via Zamboni a Bologna nei primi 2000, per celarli al pubblico borghese che doveva tornare a vivere ed esaltare l’economia dei portici, così insidiata dai giovinastri e dai loro cani – pronti a saltarti addosso urlandoti negli orecchi rime impronunciabili che parlano di rivolta e non conformità. E nei concerti che sono le loro personali battaglie, il fuoco di fila delle Katjuša sparate dalle artiglierie degli amplificatori rompono le dimensioni come i personaggi di Pirandello e spaccano la quarta parete come Deadpool, rivolgendosi impuniti e sornioni sia a chi vuole ascoltarli che a chi ne viene costretto dal volume assordante delle loro urla.
Steno si lancia come un gladiatore sulle mani arrembanti di chi lo ha visto suonare e cantare centinaia di volte e anche di chi è la prima volta che ne apprezza l’onore; gli abbiamo domandato del pubblico, degli aficionados e dei neofiti, e rispettivamente afferma, per i primi, che “l’odore della naftalina che proviene dalle coppole è bello” e, per i secondi, che “non si può parlare di cosplay nel punk ma di un esempio di cultura che continua a macinare sempre nuove realtà e che forse ormai ha trovato un significato anche qui da noi”.
Ci appropriamo quindi come iniziati o fan del concerto e del palco, intoniamo cori da stadio e celebriamo i 15 anni del Centro Sociale Camilo Cienfuegos; il punk è musicalmente sempre lo stesso? Le soluzioni, i riff, i suoni… sentiti uno sentiti tutti? Forse sì, ma quello che si realizza e quello che si riesce a vivere ad un concerto punk resta sempre e comunque un evento che raggiunge un grado di coinvolgimento difficilmente replicabile.
Ogni periodo oscuro che si rispetti è stato caratterizzato da movimenti culturali, e mi pare sempre una roba che proprio adesso le teste tardino a rotolare sulle pubbliche piazze. Ma il 1789 è finito da un pezzo. Nel ‘77, 40 anni fa, il punk fu un grido di furia e dolore rispetto a situazioni divenute insostenibili.
Steno ci tranquillizza: “Quelli che stiamo attraversando sono anni che definirei punk. Data l’equazione del punk ‘no future’, oggi viviamo sulla nostra pelle e quella dei ragazzi quello che i punk hanno urlato dal 1977 ad oggi”.
Facciamone tesoro, non disperiamo, keep on.

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