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Lo stabilimento Solvay. Foto : David Marsili

E’ passato esattamente un anno da quando abbiamo incontrato Maurizio Marchi di Medicina Democratica per fare il punto della situazione inerentemente le problematiche di Rosignano e le acque marine antistanti lo stabilimento chimico della Solvay.
Da quell’incontro nacque l’idea di un reportage dal quale emersero dati piuttosto allarmanti.
Viste le vicissitudini – anche giudiziarie – degli ultimi anni e i conseguenti accordi che esigevano un piano di risanamento e messa in regola entro il 31 dicembre 2015, siamo qui di nuovo a chiederci a che punto siamo.
Così, anche stavolta, abbiamo contattato Maurizio Marchi di Medicina Democratica (MD), perché ci aggiornasse sulla situazione. Da un primo contatto avvenuto tramite mail abbiamo riscontrato che la preoccupazione maggiore, per l’associazione, è la costruzione di un rigassificatore (megametaniere) da parte di Edison, impianto che andrebbe ad occupare un’area contigua a quella adesso occupata dagli impianti Solvay e che necessiterebbe – oltre alla realizzazione delle strutture atte alla lavorazione – della costruzione di un ingente molo a mare con conseguente drenaggio del fondale per consentire l’attracco di navi di dimensioni notevoli.
Marchi ci dice che, recentemente, è stata approvata una mozione in Consiglio regionale che respinge il progetto, ma che la decisione finale spetta al Governo e quindi, a suo avviso, il pericolo persiste.
Per quanto riguarda invece il problema dell’inquinamento marino dovuto alla presenza e agli scarichi dell’impianto chimico Solvey, ci informa dell’esistenza di un nuovo studio affidato dalla Solvay – a pagamento – al CNR-IAMC. Nello studio, inoltrato il 21 novembre 2016 al Ministero dell’Ambiente (MD ci informa che, nonostante la richiesta scritta, non sono riusciti ad ottenere copia della fattura da un istituto pubblico come il CNR), si minimizzano – a suo avviso – gli effetti negativi degli sversamenti industriali sul mare. I risultati sono fortemente contestati dall’associazione che ci allega le carte relative con una propria, puntuale, valutazione.

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Lo stabilimento Solvay, visto dalle spiagge bianche. Foto : David Marsili

In particolare, le valutazioni dell’associazione partono dalle considerazioni che ARPAT fatto nel suo rapporto del 2014 nel quale affermava che “Per quanto riguarda le caratteristiche dello scarico, i dati quantitativi sui solidi sospesi scaricati dal 2005 al 2013, pur con ampie fluttuazioni, hanno mostrato valori che generalmente superano le 120.000 t/anno. “ – il doppio di quanto concordato, secondo Medicina Democratica – e “Per quanto riguarda gli aspetti qualitativi dello scarico, ARPAT svolge analisi routinarie…. che evidenziano frequenti superamenti dei limiti normativi per alcuni parametri.”
Secondo MD, lo studio del CNR ridimensiona l’entità del problema appoggiandosi, tra l’altro, ad alcuni, nuovi, parametri stabiliti, nel 2015, da ARPAT e la cui definizione presenta, come vedremo più avanti, non poche difficoltà.
Diversi aspetti del rapporto vengono criticati dall’associazione, dal fatto che il CNR ribadisce che la “comunità fitoplanctonica non si è alterata per la presenza dello scarico ed è simile agli anni precedenti”, dando (sempre secondo MD) ad intendere che negli anni precedenti fosse buona, al fatto che non viene fatta menzione della concentrazione di arsenico trovata all’interno di alcuni mitili trasportati da Lerici e impiantati sul pontile di Rosignano.
Non che nello studio non si evidenzino criticità e presenza di metalli pesanti come il mercurio nell’acqua, soltanto che, adottando pacificamente il decreto legge Il D.M. 260/2010 si riesce, secondo Marchi, ad aggirare il problema.
E’ qua infatti che entra in gioco l’incognita dei Valori di Fondo (VF). Solitamente infatti la classificazione dello stato chimico dell’acqua si basa sul non superamento di certi Valori Soglia (VS); tali valori, fissati a livello nazionale su base ecotossicologica, possono essere rivisti a scala sito-specifica laddove il fondo naturale delle acque sotterranee assuma delle concentrazioni superiori ai VS. In tal caso i VF vengono assunti quali VS.
Il decreto sopra citato prevede che, per sedimenti ed acque ricadenti in regioni geochimiche che presentano livelli di fondo naturali, DIMOSTRATI SCIENTIFICAMENTE, superiori agli standard di qualità ambientale, questi ultimi vengano sostituiti dalle concentrazioni del fondo naturale, diventando standard da rispettare.
Secondo i ricercatori quindi, alla luce di quanto specificato, se i valori di fondo naturale (VFN) riportati da ARPAT 2015 potessero considerarsi scientificamente dimostrati, la valutazione dello stato chimico dell’area-studio cambierebbe in STATO BUONO.
E questo, probabilmente, farebbe sì che l’azienda rientrasse nei parametri stabiliti dal piano di risanamento.
Adottare questo tipo di normativa a standard per i propri studi in un territorio problematico come quello di Rosignano significa, secondo Marchi, che “se un’area – come la Toscana costiera – è già inquinata da arsenico, mercurio, cromo ecc. (ad esempio dalla geotermia e dalle miniere di cinabro e di rame) per valutare questa area di mare si prendono a riferimento i valori (alterati) di tutta l’area inquinata più vasta, non i limiti di legge.”
Questo, a suo avviso, è molto grave perché a causa di una deroga normativa si fa passare per buona un’acqua che in realtà non lo è.

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Lillatro. Foto : David Marsili

Da quello che ci è dato di capire, il problema, quindi, sta nella determinazione di questi nuovi valori di fondo, valori che andrebbero, di fatto, a sostituirsi a quelli di legge permettendo alle aziende tipo la Solvay di muoversi entro margini più ampi.
Ma com’è che si stabiliscono questi valori di fondo e chi è che ha provato a stabilirli per l’area di Rosignano?
Tutto quanto parte dal rapporto ARPAT 2015 nel quale l’agenzia prova a definire questi valori di fondo e lo fa determinando valori che consentono al CNR di scrivere quanto segue nelle conclusioni del proprio rapporto:
“Nonostante il superamento dei valori soglia, le concentrazioni medie di As, Cr, Hg, Ni non si discostano dai valori di fondo naturale (VFN) relativi ai sedimenti dell’area di Rosignano (ARPAT,2015), facendo ipotizzare un’origine in parte antropica, per tali metalli.”
Quello che ci sembra interessante in considerazione a questo aspetto della vicenda è che la determinazione di questi importanti valori non è una cosa del tutto lineare, nè tanto meno semplice, soprattutto per zone complesse come l’area di Rosignano.
L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) in un rapporto diffuso nel 2009 e inerente le linee guida per la determinazione di valori di fondo per le acque sotterranee – valori che, si ricorda, permettono di andare in deroga ai limiti di legge per la presenza di certi agenti chimici nelle acque – evidenzia infatti questa problematica:
“ Occorre premettere che, in considerazione delle problematiche ambientali relative ai Siti di Interesse Nazionale, caratterizzati da un elevato impatto antropico sulle matrici ambientali, non è possibile determinare veri e propri valori di ‘fondo naturale’, ovvero dovuti esclusivamente a processi naturali che caratterizzano il corpo idrico sotterraneo, non essendo distinguibili gli apporti di inquinanti connessi alle attività antropiche da quelli connessi ai processi naturali stessi.“
Questo tipo di considerazione – pur riferendosi, nello specifico, alle acque sotterranee – ci pare possa avere un valore di carattere generale.
Visto che ARPAT stessa nelle premesse al suo rapporto ammette la difficoltà nelle determinazione di tali valori (per quanto riguarda il mercurio evidenzia “la presenza di un’importante fonte di contaminazione antropica da mercurio originata in passato dallo scarico a mare della Società Solvay”) ci siamo chiesti come questi ultimi possano essere presi in considerazione dal CNR. Abbiamo così pensato che sarebbe stato utile parlare con responsabili dello studio CNR IAMC e chiederlo direttamente a loro; l’operazione però si è rivelata più complicata del previsto e, ad oggi, non siamo riusciti ad avere contatti con nessuno dei referenti del CNR IAMC.

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Lillatro. Foto : David Marsili

In conclusione, quello che ci interessa sottolineare è che, a nostro avviso, quando si parla di regolamentazione ambientale l’applicazione di leggi e regolamenti non è materia facile né di lineare e chiara applicazione; in più, da sola, non è mai sufficiente ad una corretta salvaguardia del territorio.
In particolare, la complessità dell’ambiente in esame, la sua storia e l’inevitabile compromissione dei valori naturali dovuta a anni di intensa attività industriale richiederebbero un’attenzione diversa e una cura straordinaria. Lasciare ai numeri, ai rapporti e alle difficoltà di definire certi valori di soglia, la gestione di un territorio che è parte integrante della vita di una comunità e – elemento non secondario – parte fondante della storia del surf italiano ci sembra poco responsabile.

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