sunny-garciaAvete presente la figura dell’Hawaiano allegro e panzone che surfa felice, sul suo 9 piedi, circondato da un nugolo di figli?
Bene, questo è sempre stato tutto quello che Sunny non voleva essere e adesso, dopo 47 anni vissuti rocambolescamente su questa terra e fra le sue onde più grosse, possiamo dire che è riuscito nel suo intento fin troppo bene.
Crescere a Waianae, sulla West Side di Oahu, non era – e non è – un’impresa facile, neppure per un local. Sunny è solito dire “ Se cresci sulla West Side di Oahu hai tre possibilità : Fare surf, metterti nei casini o fare entrambe le cose “ e, per lui, non è stato un grosso sforzo scegliere la terza delle opzioni.
Vincent Sennen Garcia è nato nel 1970, figlio di un meccanico di automobili e di una casalinga che ben presto si allontanò da casa assieme al figlio. Makaha e le sue onde erano a due passi dal cortile, così, all’età di 5 anni, cominciò a surfare. La sua prima adolescenza fu un infinito susseguirsi di surfate inframezzate da continue espulsioni dalla scuola cattolica a cui era iscritto, da sospensioni dalla squadra juniores di basket che frequentava quando non era sulla spiaggia e da risse aperte per un nonnulla; per finire poi con l’essere buttato fuori dai Campionati del mondo juniores di surf . Tutto questo per via del suo caratteraccio e per l’attitudine alla vita che aveva appreso a forza di calci fin da quando era bambino .
E qui è doveroso aprire una parentesi e parlare dei Da Hui, del Wolfpack e del localismo estremo della West Side di Oahu.
Con l’esplosione del surf professionistico nelle isole e il conseguente moltiplicarsi di gare ed eventi, nel 1976 alcune delle gang locali decisero di unirsi e formare la Hui O He’e Nalu o Club di Wave Sliders. Conosciuti come Da Hui – i Pantaloncini Neri, per via dei costumi da surf neri che indossavano come uniforme – erano soliti (tra le altre cose) remare fuori durante le gare per rovinare contest che, a loro avviso, gli privavano dell’accesso a spot che consideravano “propri” . Bravate, queste, che erano soltanto la ciliegina sulla torta di un atteggiamento da gang che comprendeva comportamenti ben più pesanti, quali il controllo delle spiagge tramite minacce e distribuzione di percosse varie; queste ultime riservate, sopratutto, ai surfisti Sud Africani ed Australiani che consideravano usurpatori di uno sport che i loro antenati avevano inventato.
L’esperienza estrema del Da Hui non durò molto e già agli inizi degli anni ’80 la sua presenza come locals gang aveva perso influenza; dalle loro ceneri però sorse quella che sarebbe diventata una delle più temute bande di surfisti di sempre, il Wolfpack, gang di cui Sunny Garcia ha fatto parte.

Wolfpak-KalaAlexander
Kala Alexander

Autodefinitisi difensori della North Shore i Wolfpack hanno dominato le line up della zona con l’intimidazione e la forza per anni. A Pipeline i ragazzi dalle nocche tatuate decidono spesso chi può presentarsi in line up e quale onda va a chi, facendo rispettare, con metodi poco ortodossi, il loro complesso codice di comportamento e rispetto – per capirsi, Il surfer californiano Chris Ward droppò un local su un’onda a Banzai Pipeline; fu immediatamente spinto in spiaggia, dove un membro del Wolfpak gli spaccò letteralmente la faccia – .
Sunny non è l’unico grosso nome legato alla gang, anche il compianto Andy Irons e suo fratello Bruce ne hanno fatto parte assieme al fondatore Kala Alexander ( conosciuto più per le sua reputazione di testa calda che per le sue abilità come surfer) che tirò su la banda dopo essersi trasferito sulla North Shore da Kauai.
SunnyGarcia-EBIMG_4922Questa digressione per rendersi conto di quale sia l’ambiente culturale nel quale Garcia è cresciuto e cercare di comprendere meglio il comportamento turbolento che l’ha portato negli anni a mettere, diverse volte, a repentaglio la propria carriera.
L’espulsione dal campionato mondiale Juniores non fermò comunque l’ascesa di Sunny che saltò definitivamente sul carro del World Tour all’età di 17 anni, dopo aver abbandonato la scuola. L’esordio fu di quelli memorabili, con il nostro che entra in acqua al Gotcha Pro 1986 a Sandy Beach sconfiggendo il campione del mondo Tom Carroll e uscendone dichiarando che il suo obiettivo, per gli anni successivi, sarebbe stato quello di prendere a calci il culo di qualche top 16 della classifica mondiale.
Quel giorno Derek Hynd – ai tempi giornalista di Surfer – paragonò la meraviglia di West Side a un moderno Cassius Clay, definendolo “un incubo, un fantastico incubo nero che viene a prenderci a calci nel culo”.
L’anno successivo perse per un soffio l’ingresso nei Top 16, ma da quel giorno il matrimonio di Sunny col professionismo non si è mai spezzato. Il denaro e l’improvviso successo però lo portarono a condurre uno stile di vita degno della più marcia delle rock star. L’abuso di droghe, le risse continue e l’incapacità di impegnarsi per raggiungere un obbiettivo prestabilito gli impedirono di tirare fuori tutto il suo potenziale mantenendolo lontano dalla corsa al titolo e, fino agli anni ’90, impedendogli di esprimere in gara tutto il suo talento. Il suo recupero coincise con quel minimo di stabilità che riuscirono a dargli il suo matrimonio e i suoi tre figli.
Così si è classificato tra i primi 10 del mondo praticamente ogni anno dal 1990, salendo al terzo podio tre volte. Nel 1995 gli sarebbe bastato vincere una heat durante la finale a Pipeline e la corona sarebbe stata sua, ma il destino spesso gioca brutti scherzi e quel giorno lo fece scegliendo proprio quel palcoscenico per mandare in onda la resurrezione sportiva di Mark Occchilupo e la missione impossibile di Kelly Slater.
Garcia era a un passo dalla meta e sulle onde di casa, credeva di avere la vittoria in tasca, ma l’eccessiva sicurezza – assieme ad una buona dose di sfortuna – gli costò cara.
Fu un colpo duro, ma non fatale.
Sunny GarciaQuando entrò prepotentemente nella scena alla metà degli anni ’80, nessuno avrebbe potuto prevedere che sarebbe rimasto un contendente al titolo pure nel millennio successivo, eppure è stato così. Durante la sua carriera, ha assistito a sette diverse teste con indosso la corona del mondo e non ha mai mollato di un centimetro. Mentre si prendeva sei titoli di Triple Crown Hawaiani costruiti su uno smisurato e grezzo talento e su un’infinita voglia di rivalsa , Sunny è riuscito a guadagnarsi il rispetto di tutti i suoi contemporanei.
Local fino nel midollo non ha mai cercato attenzioni o le grazie dei fotografi per appagare i suoi fan o gli sponsor (esclusi i momenti in cui si presentava alle gare, è sempre rimasto abbastanza lontano dal circo mediatico della North Shore, preferendo andare in motocross e surfare da solo o in compagnia della stretta cerchia di amici).
Con la fine degli anni novanta e l’ingresso nel Tour di nuovi e giovani talenti a insidiare il suo regno e a stuzzicare il suo carattere poco incline alla pazienza, sembrava che la sua possibilità per il titolo non sarebbe mai arrivata.
Invece, ispirato dall’incredibile ritorno in pista di Occy – che dopo anni di oblio segnati da eccessi e dipendenze, nel 1999, decise di rimettersi in forma e rientrare nel tour diventando di nuovo campione del mondo -, Garcia l’anno successivo perse 25 chili e decise di darsi una regolata trasferendosi a Kauai, dove – con l’aiuto di Bruce e Andy Irons – riuscì in quella che pareva un’impresa impossibile.
Nel 2000 andava così forte che nessuno riusciva a stragli dietro e, alla fine della stagione, riuscì finalmente a stringere fra le mani il titolo di campione del mondo.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio – si è soliti dire – e, spesso, questa frase si porta appresso un bel carico di banalità e pregiudizio; non in questo caso però.
Lungi da poter permettere a titoli ed onorificenze di sedare l’inquietudine che gli covava dentro e il cattivo carattere che l’accompagna da sempre, Sunny non ci ha messo molto a tornare nel suo mondo e a far di nuovo parlare di se i giornali.
Tanti sono i racconti sulle sue rocambolesche imprese, le sue sfuriate, il suo legame col Wolfpak e il suo atteggiamento da gangster, molti di questi sono niente meno che leggende e quando, nel 2005, Garcia finì in prigione per avere evaso qualcosa come 400.000 dollari di tasse furono in molti a pensare a come il vecchio local, alla fine, fosse finito dentro per il più comune dei reati da Middle class man e a chiedersi quanto ci fosse rimasto, in quell’uomo, del ragazzo che prendeva tutti quanti a calci in faccia.
as_surf_sunny_taylorvision_2048Ci volle poco però perché Sunny mettesse le cose a posto mostrando al mondo intero anche l’altro lato del suo carattere, quello più sincero probabilmente. Durante il Billabong Pipe master del 2007, uno screzio nato per via di un’interferenza fattagli da Neco Padaratz stava per finire nel peggiore dei modi; per quello sgarbo, infatti, Sunny prese prima a pugni in faccia il brasiliano – mentre entrambi erano ancora in acqua – poi lo costrinse a fuggire sulla spiaggia dove Garcia e altri locals lo inseguirono, con l’intenzione di non farlo allontanare con le sue gambe, fino a che non riuscì a nascondersi sulla torretta della giuria.
La situazione era così pesante che alla fine Padaratz dovette lasciare la gara scortato dalla polizia.
Questo, alla fine dei conti, è il personaggio Garcia; un ragazzo di North Shore che, nel bene e nel male, ha dato moltissimo al mondo del surf.
Un’esistenza votata al riding, alle botte, al senso di appartenenza e al rispetto di valori discutibili, ma anche alla volontà di riscatto e all’amore per uno sport che è anche – nel caso suo e di pochi altri – cultura tribale; questa è la vita di Sunny Garcia. Se sia una vita piena di stronzate oppure no non sta a noi giudicarlo.

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