unnamedCi sono posti che funzionano come dei magneti, vengono messi in un certo luogo e, come per magia, tutto quello che di compatibile con essi c’è intorno ne viene attratto.
Il mondo della musica è pieno di posti così, piccole sale di registrazione, club fumosi e sale da concerto che, per il solo fatto di esistere e di essere manifesto di un certo modo di fare e di vedere la realtà, divengono poli di cultura intrinsecamente legati alla scena musicale – e artistica – che gli si stringe attorno.
C’è il CBGB a New York che è stato la culla dei Ramones, il Crocodile Cafè a Seattle con il suo cuore grunge, il Vulcan Gas Company ad Austin che ha fatto da balia alla nascente scena psichedelica americana e mille altri sparsi per il mondo.
A Zagabria c’è il Močvara Klub.
Allestito in una vecchia fabbrica sulle sponde della Sava, il Močvara (la palude) è uno di quegli spazi strappati faticosamente alle rovine della società industriale e trasformati in un laboratorio permanente di costruzione e modificazione della realtà.
Oltre al Močvara Klub a Zagabria c’è anche qualcos’altro, c’è Igor Hofbauer.
Igor nasce nel 1974 nella città croata e cresce a pane e fumetto underground, entrando nel collettivo Komikaze. Quando ci si trova a passare la propria adolescenza in quei grossi e grassi pachidermi grigi che sono le città post industriali – Zagabria è stata una delle culle della siderurgia balcanica – ogni buco che sputa fuori un un po’ di colore è ossigeno vitale. E forse sono proprio ondate di colore quelle che Igor vede venire fuori dal club e per questo gli si avvicina, legando indissolubilmente il proprio nome alla “Palude” del rock croato quando, nel 1999, comincia ad illustrare i poster dei concerti delle band che suonano nel locale e diventa, in pratica, l’unico creatore dell’identità visuale del luogo.73683ee888877e420ee7145e0156cef4
Ma la Croazia non è New York e nemmeno l’Inghilterra.
Fino al 1991 Igor infatti ha vissuto in un paese che non esiste più, la Jugoslavia, e non esiste più per via di una guerra sanguinosa che ho sconvolto i Balcani e il cuore stesso dell’Europa.
Quando Hofbauer comincia a mettere mano alle locandine del Močvara la guerra, in Croazia, è finita da meno di quattro anni; questo per mettere l’accento sull’importanza che certi luoghi e certi movimenti culturali possano avere avuto per risollevarsi dalle macerie dei palazzi e del cuore.
Ma i Balcani non sono gli Stati Uniti dicevamo.
E’ questo lo si vede nelle persone, nella loro attitudine, nel loro approccio alla vita e nell’espressione della loro arte. E, in questa parte di mondo – nonostante l’indipendenza, nonostante le sofferenze e il ritrovato benessere – lo si vede anche negli echi dell’influenza culturale Russo-Jugoslava, echi che si ritrovano nei lavori di Igor che appaiono spesso influenzati dal costruttivismo Russo.
igor_ratataE poi c’è Belgrado e una nuova guerra che colpisce i nemici di un tempo che, in fin dei conti, prima della guerra non erano neppure così tanto nemici. Una guerra sporca, una guerra Serba e Kosovara, una guerra americana e della nato; nazionalista, genocida, imperialista, dalla difficile e complessa lettura. Ma anche una guerra che colpisce allo stomaco una generazione cresciuta sotto i ponti della capitale Serba, nei suoi locali fumosi e fatiscenti, pieni di vita, di musica e di arte. Una guerra che colpisce al cuore la scena undergound. I suoi Punk, i metallari, i pazzi; quelli che di Milošević e degli Americani se ne fottono, quelli che male che vada si bucano sui gradini delle scale che scendono verso il Danubio, quelli che non possono uscire dal paese e allora occupano le case e fanno i concerti al sesto piano di qualche palazzo ottocentesco al centro. Quelli che entrano nei bar con le moto da cross.
Ecco, secondo noi è anche alla Belgrado che esce malconcia dalla guerra del 1999 che Igor guarda, ai suoi collettivi e all’arte che vomitano fuori.
Attenzione tutti voi quindi, visionari, stakanovisti delle controculture, berberi nostrani in vagabondaggio perenne nel deserto del sistema in cerca di un miraggio, di un qualcosa di nuovo, di una rilettura in salsa mittleuropea e slava della miseria e del disagio; forse all’est più che all’ovest spesso è necessario voltare il proprio sguardo, se vogliamo ancora raggiungere oasi in cui sia possibile far funzionare tutti i cinque sensi insieme.
Se vogliamo che ciò che osserviamo con gli occhi si traduca in un odore acre che solletichi il nostro olfatto, anche se le ciminiere e le immense periferie postsovietiche appaiono lontane.
Se vogliamo che ciò che ascoltiamo con i nostri orecchi renda concreta la sensazione di poter toccare con mano ringhiere tetanizzate di arrugginiti parchi giochi abbandonati.
Se vogliamo che anche per noi, ogni tanto, il gusto acido della frenesia possa tramutarsi nel gusto amaro della riflessione, anche se può far male.
Questo ragazzo, Igor, è un altro che ci esorta a pensare, e tra lui e noi non vi è nemmeno un immenso oceano d’acqua, solo un’apparente insormontabile distesa di pregiudizi: per chi vuole metterli da parte, l’appuntamento è alla Tekè Gallery di Carrara dal 16 giugno 2017. Scoprirete che è molto più semplice di quello che si crede, di quello che in troppi vogliono farci credere.HeavyTrash_IgorHofbauer_2016

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