pet soundsCi sono momenti che trascendono, cose di cui è difficile scrivere perché quello che si ha di fronte racchiude, dentro di sé, tutto quanto un mondo; e qualsiasi cosa si provi a dire appare superflua.
Il concerto di Brian Wilson sabato scorso all’Umbria Jazz è stato uno di quei momenti.
Per chi di voi ha vissuto gli ultimi quarant’anni sulla luna, Brian Wilson è il cuore ed il motore di quella band seminale, per la storia della musica e della cultura contemporanea, che sono i Beach Boys.
Il ragazzo – di quasi 75 anni – arriva a Perugia dopo il risveglio da un incubo che sembra partorito dalla mente di un qualche regista horror; isolamento, eccesso di stupefacenti e poi la malattia mentale, la voglia di scomparire, la vita che finisce nelle mani di personaggi ambigui che lo manipolano, lo curano, lo drogano. Brian rimane chiuso in se stesso e in casa per anni, mangiando a dismisura e lasciando che i dottori lo imbottiscano di pillole. Poi, pian piano, la luce e il risveglio.
Questa la drammatica vicenda umana che sta dietro alla leggenda Brian Wilson, uno che con l’album capolavoro che è Pet Sounds ha rivoluzionato il mondo della musica pop influenzando persino la stesura di Stg. Pepper’s dei Beatles e che adesso si presenta all’Arena Santa Giuliana portandosi appresso tutti i fantasmi di un passato difficile da lasciarsi alle spalle.
Il concerto si apre con California Girl, fantastico eco di una voglia di spiaggia che probabilmente Brian non ha mai avuto, e quello che colpisce – al di la della musica – è l’enorme carica emotiva che il personaggio riesce a riversare sul pubblico. Seduto al centro della scena, davanti ad una tastiera e con un asciugamano sulle ginocchia, quello che si para davanti ad un pubblico degno delle grandi occasioni, sembra un ragazzo di dodici anni che gesticola e si entusiasma mentre mima quasi tutte le canzoni.
Dovrebbe presentare soltanto Pet Sounds e invece la band – composta da ottimi elementi tra cui il veterano Al Jardine – si lancia in un repertorio vario che ripercorrere molti dei grandi classici, lasciando all’album capolavoro la parte centrale dello show.
maxresdefaultFiumi di inchiostro sono stati spesi, negli anni, cercando di analizzare le doti vocali che ancora rimangono nell’ugola di questo fragile e immenso Californiano di 70 anni , sprecando tempo ad analizzare quanto e cosa le droghe e gli anni di malattia si siano portati via; perdendo, così, completamente il punto focale dell’opera e del cuore di un’artista e – lasciatemelo dire – dello spirito del rock tutto.
Sono pochi ormai gli artisti in grado di salire su un palco e lasciare qualcosa nel cuore di chi ascolta e Brian è uno di questi e, se c’è qualcosa che ci ha insegnato il punk, è che la tecnica, il chi suona cosa, come e quanto lo suona, importano poco quando si raggiungono certi livelli.
La musica è emozione, cuore, passione, condivisione e – spesso – martirio; quindi, se mentre la voce forte, anche se a tratti incerta, di Brian intona Love and mercy non si smuove qualcosa dentro, i problemi , più che nelle corde vocali di chi canta, stanno nell’anima di chi ascolta.

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