_DSF9186La prima grande mareggiata porta con sé, oltre ad un ottima qualità di onde serfabili, anche la diffusione sui social network degli scatti fotografici salienti. Il soggetto fotografico cambia: ora un onda, ora un serfista su un onda, ora una spiaggia in primo piano e l’onda sullo sfondo, ora un serfista, ora volti di persone, ora un calasole con l’ultima onda della giornata che frange silenziosa sul suo punto focale.

In questo ampio spettro di colori e soggetti fotografici il turbine iper-tecnologico fagocita il reale per la smaniosa presenza virtuale che ci pervade. Si crea in questo modo una dissociazione tra il reale e il virtuale che va ad incidere sulle nostre percezioni ed emozioni. Il serfista che imbraccia la sua tavola, accende il motore dell’auto, percorre kilometri, raggiunge lo spot, si infila la muta, prende la tavola, si tuffa in acqua, raggiunge la line up, si quieta, a braccia conserte aspetta e si rimette disteso per remare di qualche metro in attesa di impattare con un set in arrivo, ha una spinta emozionale incredibile. Contemporaneamente, sul piano virtuale, si delinea la costruzione di una realtà illusoria, cristallizzata, creata inconsapevolmente dalla natura binaria dello strumento. Questa realtà illusoria veicolata dalle immagini sui social network e supportata da un universo narrativo appropriato, crea un varco facilitatore che non fa altro che tracciare all’interno di uno stato di eccitazione affettiva un percorso che la mia attenzione sarà più incline a riprendere (Yves Citton).

IMG_0024Quindi, detto in termini differenti, se io rivolgo l’attenzione verso un avvenimento per la prima volta – la prima mareggiata dell’anno o della mia storia surf – in futuro sarò più predisposto a recepire questo tipo di esperienza e costruirci una storia, personale e comune. Tutte quelle immagini e storie della prima mareggiata provocano un’eccitazione affettiva che prepara il surfista ad un condizionamento della realtà che lo circonda e lo costituisce. In questo modo si delinea il seguente ciclo: 1) vado a fare surf con buone condizioni di onda 2) mi vivo la giornata nella natura e a scambiare quattro chiacchiere con gli amici 3) torno a casa 4) mi sparo un po’ di social network 5) aspetto un mese – se mi va bene – per un’altra mareggiata 6) nell’attesa tra una mareggiata e l’altra ci raccontiamo di esperienze di surf, dell’ultima mareggiata surfata e di storie che ci permettono di riempire il vuoto creato dall’assenza di onde. Ed in questo intervallo, più o meno lungo, quello che facciamo il più delle volte è quello di raccontare e raccontarci storie che ci permettono di mentire a noi stessi, ma che ci permettono allo stesso tempo di soddisfare i nostri desideri. Ed il surf in Italia è desiderio costante, non empirismo. Facciamoci un favore e assumiamo come vero questo postulato di Giulio, amico surfista e sterminatore di conta chilometri sulle tante strade che da casa sua portano al mare: “le onde sono come delle pietre preziose, andrebbero mantenute negli scrigni di famiglia e mostrate con eleganza in rare occasioni.”15226502_10154669941622978_1370773697_n

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