Waimea-BayAlla fine degli anni ’50 Pat Curren era l’icona dei big wave riders della North Shore, ma niente era statico in quei tempi di fermento. Nuove generazioni si formavano all’ombra del Vulcano Mauna Kea e, tra di loro, il giovane Greg Noll si era messo in testa di voler essere il prossimo alfiere delle onde giganti, e nessuno fu in grado di intralciare la sua strada.
Non solo era il più grande, il più esuberante ed il più rumoroso del gruppo, ma era anche quello più focalizzato di chiunque altro sul trasformare la pratica sportiva in una vocazione di vita.
Nel 1957 stava già producendo dozzine di film di surf e gestendo l’impero che era diventata la Greg Noll surfboards, ma i soldi, il successo e tutto quanto gli girava intorno non erano abbastanza per lui. Noll era ossessionato dall’idea di essere ricordato come uno dei grandi pionieri del surf delle grandi onde e da una concezione del confronto dell’uomo con i propri limiti che sfiorava la vocazione al martirio.
A quei tempi, Waimea era ancora considerata off-limits per i surfisti. Anche quando l’oceano era piatto e i bambini del posto correvano e giocavano nudi lungo la battigia, tutto quanto, attorno, era pieno di silenziosa minaccia. La baia stessa, racchiudeva dentro di se le caratteristiche geografiche più suggestive della North Shore: era profonda e ampia, con due speroni neri di roccia lavica collegati da una spiaggia sabbiosa a forma di mezzaluna che, a sua volta, si allungava in una profonda valle scavata dal letto di un fiume.
A quei tempi, guidando la Kam Highway, mentre seguiva un itinerario di un chilometro e mezzo lungo un braccio della baia – verso la foce della Waimea Valley-  un immaginario surfista aveva due minuti pieni per contemplare la rocciosa punta orientale. A meno di cento metri dalla punta di uno degli speroni della baia, un’onda si apriva su di un reef di roccia tagliente, con quel tipo di forma che persino un non-surfer riconosce come irresistibile. Il problema era che era più grande, più spessa, più ripida e più violenta di qualsiasi altro surf break conosciuto nel mondo.

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Gregg Noll a Makaha

Nulla, del surf a Waimea, è cambiato nel corso dei decenni; oggi come allora, le onde più piccole passano sopra la barriera corallina senza alcun effetto, mentre dieci piedi di schiuma si insinuano lungo i punti rocciosi su entrambi i lati della baia, producendo un arenile che affonda rapidamente, sibilando sulla ripida lingua di sabbia. Dieci o quindici volte l’anno il surf è abbastanza grande da far alzare onde che si ripiegano sulla barriera corallina e forse in tre di queste occasioni – quando il moto ondoso è massiccio e ordinato e il vento è leggero – Waimea entra nel pieno della sua gloria tremante.
Trenta piedi, più o meno, è la dimensione massima di Waimea. Oltre a ciò, fa close out. Troppo piccola non rompe, troppo grande fa close out. Un surfista, usando un equipaggiamento tradizionale, dove confrontarsi con almeno una ventina di piedi di parete massiccia se vuole surfare quest’onda; è così, prendere o lasciare.
Per tre o quattro generazioni di surfisti, a partire dagli anni ’50, il confine tra onde cavalcabili e non cavalcabili è stato tracciato dai giorni grossi a Waimea.
La semplice altezza verticale non è mai stata la misura esatta per definirla e questo era particolarmente chiaro a quei primi, grandi, cavalieri che si spaccavano i denti sulle onde grosse di Makaha. Si rendevano conto che l’onda di Waimea era diversa da tutto quello che erano soliti surfare, anche quando era grosso. Li la cresta dell’onda si sollevava in un attimo, portando con se tonnellate di energia incanalata nelle profondità del pacifico, per farle esplodere nella baia come una piccola detonazione atomica.
Non era solo il take off kamikaze che teneva i surfisti di North Shore a bordo della Kam Highway, a guardare le onde senza surfarle, ma una serie di episodi nefasti e di leggende lugubri che circondavano il luogo.

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A destra Dickie Cross

Anzitutto c’era stata la morte di Dickie Cross che, nel 1943, era annegato cercando di surfarla, poi c’era l’incubo dell’enorme corrente in uscita – visibile fino dalla strada – che, quando le onde superavano i venti piedi, sembrava risucchiare l’intera baia verso il mare aperto. Si diceva poi che tutta la zona fosse una sorta di allevamento di squali e, come se non bastasse, affacciato sulla scogliera c’era un severo campanile appartenente alla missione dei Santi Pietro e Paolo, che aggiungeva un po’ di severità spirituale; così come il tempio Heiau situato vicino alla foce della Valle di Waimea, con il suo antico altopiano in pietra lavica dove animali e esseri umani venivano sacrificati ritualmente a Ku, a Lono Oa Pele o a qualunque altro dei terribili Dei hawaiani che dovevano essere placati.
“La cattiva fama del luogo lo rendeva molto più avvincente”, ha detto in seguito Greg Noll. “Per anni guidavamo verso Waimea sulla strada per Sunset o Haleiwa e, a volte, mi fermavo a guardare queste onde enormi e bellissime. Saltavo su e giù cercando di convincere gli altri ragazzi, e me stesso, che Waimea era la cosa da fare. Ma i tabù erano troppo forti. “

To be continued…

Thanks to : Matt Warshaw

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