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Parte 1

Quella tarda mattina di novembre del 1957, Noll e il suo amico Mike Stange avevano appena lasciato Sunset Beach, che era troppo grande per surfare, e stavano guidando verso Makaha. Noll, come sempre, si fermò a guardare Waimea. Nel giro di qualche minuto si fermarono anche altre due auto così, su quel tavolato di roccia lavica, si formò un gruppetto di surfisti che includeva – oltre a Noll e Stange – Pat Curren, Fred Van Dyke e un ragazzino del liceo di Santa Monica di nome Mickey Munoz.
A quell’ora del giorno l’onda non era particolarmente ben formata e il vento aveva già messo un leggero taglio sulla superficie dell’oceano. Tutte e tre le auto erano parcheggiate sul lato ovest della baia, proprio di fronte al break, il che rendeva difficile misurare l’altezza delle onde che, comunque, sembravano non più alte di 15 piedi; una misura in nessuna maniera vicina alla piena capacità di Waimea, ma più simile a quello che era Sunset beach quando era di buone dimensioni.
La voce di tutti era forte e adrenalinica, Noll insisteva a dire che quella era l’occasione giusta, che era venuto il momento di prendere il coraggio a due mani e rompere i tabù. Così lui e Curren si offrirono di remare fuori, mentre gli altri si sbracciarono guardando l’ennesimo set in arrivo e scossero la testa, rimanendo dell’idea che andare a surfare a Makaha fosse la cosa migliore.
Curren però aveva lasciato la sua tavola a Sunset beach così saltò in macchina per andare a prenderla. Noll, nel frattempo, fremeva là fermo sulla scogliera; era impaziente, pensava che se avesse perso il momento buono questo non si sarebbe più ripresentato; perciò convinse Stange ad essere il suo secondo, sottolineando che potevano remare fuori e guardare la situazione da acque profonde, quindi decidere se fosse il caso di surfare oppure no.
Venti minuti dopo erano entrambi seduti sulle loro tavole nel canale chiedendosi cosa fare e, meno di un quarto d’ora più tardi, altri sei o sette surfisti erano seduti accanto a loro.
La corrente, nella baia centrale, era evidente, ma non abbastanza forte da riuscire a tirarli fuori dalla posizione, il che era un sollievo. Noll remava venti metri avanti a tutti, diretto verso il picco, gli altri seguivano. Non molto tempo dopo, un set di tre onde di medie dimensioni si presentò all’orizzonte e, prima che l’ultima onda fuggisse inosservata verso la spiaggia, Waimea era ufficialmente sulla mappa come un surf break da cavalcare.

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Greg Noll a Waimea

Ma chi fu che cavalcò la prima onda?
Secondo Greg Noll, fu lui a farlo e, nei decenni a venire, tutti quanti gliene avrebbero riconosciuto il merito.
Stange, tuttavia, ha sempre raccontato che Curren e Noll avevano cavalcato insieme la prima onda e queste due non sono le uniche versioni di quello che accadde quel giono; Munoz ha sempre detto che la prima onda fu presa da Harry Schurch, un tranquillo bagnino di Long Beach, ma nessuno ha mai voluto ascoltarlo.
Fino a che, nel 2008, scrivendo per The Surfer’s Journal, George Downing appoggiò la versione di Munoz e aggiunse qualche dettaglio. A quanto pareva Schurch era arrivato a Waimea prima di tutti quella mattina ed era entrato in acqua. Niente foto, niente film e pochissimi testimoni.
Schurch stesso sembrava dare pochissima importanza alla cosa, era soltanto un pò infastidito dal fatto di non essere mai citato quando si parlava della conquista di Waimea, ma niente di più. “Certo, a volte mi dava fastidio che si parlasse del primo giorno [a Waimea] e non venissi mai menzionato”, ha raccontato a Downing. “Ma sulla scala degli eventi umani che significato può avere una cosa del genere? Non molto no? Io credo che si dia troppa importanza a certe cose…”
A prescindere da chi surfò per primo quell’onda dannata, il debutto a Waimea fu tanto crudo quanto coraggioso. E uscire in mare, come uscirono quel giorno, fu davvero un atto di fede; per ragioni che non sono chiare infatti, tutti quelli che entrarono in acqua erano sotto equipaggiati, alcuni addirittura si buttarono con le loro Hot dog Californiane. Qui c’era un’onda che richiedeva chiaramente il tipo di tavola lunga, stretta e affilata che, da anni, surfisti come Downing e Buzzy Trent usavano (e che si sarebbe poi evoluta nel moderno Gun).

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Pat Curren, Waimea bay

Con i ragazzi in sella alle loro “piccole” tavole, la banda di Waimea quel pomeriggio si esibì regalando serie di wipeout a ruota libera interrotti, di tanto in tanto, da qualche corsa fino al canale. Ma la qualità della surfata, in questa fase, non aveva molta importanza. Capire che si poteva sopravvivere ad un wipeout e che non c’era pericolo di venir sputati a largo dalla corrente o mangiati da uno squalo, furono i risultati importanti di quel giorno. Il voodoo di Waimea non era completamente sparito, ma almeno adesso era gestibile.
Ma ci fu qualcos’altro che i surfisti impararono quel giorno. Mike Stange lo notò fin dalla prima volta che alzò il capo verso la scogliera. “La strada attorno a Waimea era piena di macchine e di persone”, ricorda. “A tutti piace la prospettiva di un disastro e quell’impresa aveva tutte le caratteristiche per esserne uno.”
Più di un centinaio di persone si raggrupparono attorno alla baia – probabilmente quattro volte di più di quante non si fossero mai radunate sulla North Shore per guardare il surf – ed erano tutti quanti li riunti per vedere come avrebbero fatto Noll, Curren, Stange e gli altri ad averla vinta su Waimea.
La folla urlava ed applaudiva ad ogni corsa di successo e rimaneva senza fiato con le mani nei capelli durante i wipe out, mentre le tavole da 30 libbre volavano sopra le creste delle onde come tanti cucchiai di plastica, i surfisti si lanciavano nell’aria con le braccia e le gambe allargate e svanivano sotto enormi cascate di schiuma.
L’evento fu come la rappresentazione di un dramma teatrale a cielo aperto, con i surfisti su di un enorme palcoscenico liquido e gli spettatori ad emozionarsi sulla scogliera.
Il surf-watching in sé non era nuovo. George Freeth e Duke Kahanamoku avevano dimostrato da molto tempo che le dimostrazioni di surf potevano attirare l’attenzione del pubblico e che i bagnanti estivi potevano trascorrere la parte migliore di un pomeriggio guardando pigramente le evoluzioni dei surfisti a Malibù. Gli spettatori, inoltre, avevano sempre riempito la spiaggia di Makaha quando c’era qualche contest, ma il grosso dello spettacolo avveniva sempre troppo lontano dalla costa perché ci si potesse veramente appassionare.
A Waimea è diverso; la tensione e l’azione divengono, per via della conformazione fisica del luogo, molto vicine all’esperienza visiva. La strada sterrata della Kam Highway passa esattamente sopra la baia, con eccellenti linee di visuale sul point break, proprio come se le piazzole della scogliera fossero tanti balconi di un teatro.
Così, grazie alle palle quadrate di quel gruppo di pionieri, cinquant’anni fa, Waimea Bay ha dato al surf delle grandi onde la sua prima e migliore arena.

Thanks to History of Surfing