676bf2481d0de91aaba2b1f49aa54e95Sorridente e potente surfista di Oahu, Hawaii, Jeff Hakman è stato il professionista di maggior successo dello sport dei re a metà degli anni ’70 e cofondatore di Quiksilver USA.
Nato nel 1948 a Redondo Beach, a sud di Los Angeles, Jeff si trasferì alla Hawaii, assieme alla famiglia, quando aveva dodici anni. Il ragazzo aveva cominciato a surfare prima ancora di aver imparato a leggere e, quando mise piede sulle isole, era già una promessa dello sport. Dopo pochi mesi dal suo trasferimento alle Hawaii cominciò infatti a ricevere tavole gratis dallo shaper Dick Brewer- entrando, di fatto, nella sua scuderia- e, a soli tredici anni, surfò assieme a suo padre Waimea per la prima volta .
L’ambiente giusto, si sa, da una grossa spinta al talento naturale e, anche in questo, Jeff, fu piuttosto fortunato; incoraggiato da un padre amante del mare e del surf si trovò, una volta ad Oahu, a frequentare i grandi maestri di questo sport. Addirittura a scuola era circondato da mostri sacri, alle superiori aveva Fred Van Dyke come professore di scienze e Peter Cole come insegnante di matematica; entrambi erano pionieri del surf delle grandi onde e locals fissi delle line up di Sunset Beach e Waimea.
La sua stella brillava così forte già nei primi anni ’60 che, nel 1965, fu Hakman il più giovane (17 anni) e il più piccolo (5 ‘4 “, 125 pounds) invitato alla prima edizione del Duke Kahanamoku Invitational, tenuto a Sunset, evento che vinse battendo veterani come Mike Doyle, Paul Strauch, Fred Hemmings e Mickey Dora.
Nei successivi 4 anni Jeff preferì dedicarsi a perfezionare il suo stile piuttosto che a seguire i contest e, nel pieno della rivoluzione delle shortboards, sviluppò un rivoluzionario stile di surfata: i piedi cementati sulla tavola, le ginocchia aperte, il baricentro basso e leggermente spostato all’indietro su una coscia diventata per questo troppo sviluppata (era soprannominato “Surf Muscle”), schiena e spalle leggermente curvate, il mento abbassato verso la spalla sinistra. Le mani tese di Hakman ondeggiavano un po’ mentre surfava e, spesso, un sorriso illuminava i suoi lineamenti; pochi surfisti sono mai sembrati così gioiosi nell’acqua. Le linee che disegnava erano più precise che innovative, ma la sua padronanza era incredibile, poteva surfare per ore – a volte giorni – senza mai cadere dalla sua tavola.
Quando, negli anni ’70, i contest cominciarono a diventare più regolari e ad offrire accettabili premi in denaro, Jeff si riaffacciò al mondo della competizione. In un circuito di gare in cui erano presenti anche Gerry Lopez, Barry Kanaiaupuni e Reno Abellira , Hakman non ebbe difficoltà a piazzarsi ai vertici. Vinse il Duke Invitational nel 1971 e 1972, la gara inaugurale del Pipeline Master nel 1971, l’Hang ten American Pro e il Gunston 500 nel 1972 e nel 1973, Nel 1974 allo Smirnoff – che era una competizione che si teneva a Waimea quando era sopra i 30 piedi e che era considerato come il punto di riferimento per il Big wave surfing – arrivò secondo a pochi centesimi di punti da Abellira. Nel 1976, a 27 anni, in quello che divenne praticamente il suo addio al surf professionistico, divenne il primo non australiano a vincere il prestigioso evento a Bells Beach, Victoria.jeff-hakman
La luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo. E tu hai sempre bruciato la tua candela da due parti dice Eldon Tyrell a Roy Batty in Blade runner.
E molto, della vita di Jeff Hakman, si avvicina a questo assioma.
La sua cavalcata verso il successo, infatti, non fu priva di ostacoli e ombre. Dotato di una personalità esuberante e poco incline al compromesso ed alle regole, Jeff ebbe, negli anni, non pochi problemi con la legge, per lo più legati all’uso e allo spaccio di sostanze stupefacenti.
Crescere alle Hawaii non è mai stato facile, nemmeno per una promessa del surf e poi, come dicevamo qualche riga più sopra, l’ambiente contribuisce non poco alla formazione di una persona e ,a metà degli anni ’60, il mondo del surf Hawaiano era ancora costituito da comunità che vivevano ai margini della legalità.
Poi erano Gli Psychedelic sixties e la dorga era dappertutto. Nell’inverno del 1975 Jeff viaggiò verso Bali, un’isola ai tempi poco conosciuta dove si diceva ci fosse uno spot incredibile chiamato Uluwatu. La, tra templi appollaiati su scogliere millenarie e tubi infiniti all’ombra di un sole rosso fuoco, le droghe psichedeliche erano parte fondamentale della scena surfistica. L’amico che gli mostrò lo spot aveva l’abitudine di fare frullati di funghi alla psilocybina prima di ogni sessione tra le onde e, ricorda Hakman, i suoi amici fumavano eroina in continuazione; quando arrivò in Indonesia non era abituato alle droghe pesanti, ma quando lasciò Bali racconta che anche lui “aveva preso una buona abitudine”.
I problemi di Jeff divennero troppo grandi per reggere la vita da professionista proprio nel 1976 dopo la vittoria a Bells beach, uno dei sui momenti di massima gloria.
hakman-2Hakman era arrivato in Australia con tre once di cocaina glassate nella pinna scavata della sua tavola da gara, con l’idea di scambiare la coca con l’eroina una volta arrivato. L’eroina all’epoca era, infatti, molto meno cara in Australia che in America e Jeff era nel pieno della sua dipendenza quando vinse a Bells.
Ciononostante, ebbe il fiuto di riconoscere un’opportunità di business in una nuova, ma ben avviata ditta di costumi da surf australiana chiamata Quiksilver e, prima che la competizione fosse finita, si era assicurato la licenza di fabbricazione Quiksilver USA.
Il marchio, negli Stati Uniti, cominciò a diffondersi a macchia d’olio tra i surf shop di tutte e due le coste e macinare dollari su dollari.
Ma, nonostante fossero pochi a rendersene conto, il fantasma dell’eroina continuava a camminargli accanto e, ben presto, venne a presentargli il conto da pagare. Cominciò a usare 500$ – dell’epoca – di Brown Sugar al giorno e, nonostante avesse accumulato una piccola fortuna con Quiksilver, Jeff vendette le azioni della società per comprare droga. Certo, di stare dentro l’azienda non era più in grado; un giorno, mentre era al lavoro nel suo ufficio Quiksilver a Costa Mesa, in California, una Mercedes si fermò nel piazzale e sei gangster armati di pistole irruppero nella ditta chiedendo conto, non proprio gentilmente, di una certa partita di droga che non si trovava più.
Così, in poco tempo, perse tutti i suoi soldi, la licenza aziendale e fu ridotto a lavorare come commesso di un negozio di surf.
3793820Era strafatto durante la nascita di suo figlio nel 1982 e, non molto tempo dopo, contrasse l’epatite condividendo un ago con un altro surfista. Sorprendentemente, nel 1984 Quiksilver gli ha dette un’altra possibilità come socio fondatore nel loro nuovo ufficio europeo con sede in Francia, ma Hakman venne retrocesso a direttore dei progetti speciali dopo aver usato i soldi della compagnia per comprare droga.
Harry Hodge di Quiksilver Europa non lo mollò e fece di tutto di farlo restare dentro la ditta. Questo, probabilmente, gli ha salvato la vita.
Convinto da parenti ed amici che non poteva continuare a vivere in quel modo nel 1990 ha accettato di trascorrere sei settimane in una clinica di riabilitazione fuori Londra e, dal 2012, è pulito.
Recentemente, in una lunga intervista ad Outsideline, Hakman ha parlato del suo periodo di dipendenza; il giornalista l’ha trovato sorprendentemente privo di emozioni mentre raccontava la sua storia con l’eroina. Non c’era auto recriminazione o malinconia. Invece, c’era quasi un senso di meraviglia, come se stesse descrivendo una giornata particolarmente fenomenale sulla North Shore. Non cerca di incolpare la sua dipendenza di niente e non prende la via più facile di dire che era un’esigenza per sopperire al bisogno di adrenalina che gli aveva lasciato il big wave surfing.
“Non andrei tanto lontano da dire che bucarsi è come buttarsi giù a Waimea con 30 piedi”, dice. “Quell’istante di scendere giù da un’enorme parete liquida gli è molto vicino, ugualmente potente, ma non uguale. D’altra parte, la stessa cosa che mi ha fatto diventare un tossicodipendente mi ha reso sicuramente un buon surfista, ti butti nella cosa e c’è solo quello…sei addicted. Io pensavo di poterlo gestire”, racconta. “Ma ogni tossicodipendente lo pensa”.Jeff-Hakman
L’uso di droghe a lungo termine sembra aver avuto poco o nessun effetto sulla salute e sulla forma fisica di Hakman e, anche a sessanta anni suonati, è rimasto uno dei surfisti più dinamici della sua fascia d’età.
Il passato sembra allo stesso tempo vicino e lontano mentre, oggi come allora, si guarda Jeff dirigersi verso la spiaggia con una tavola sotto braccio. I suoi capelli adesso sono sono grigi e tagliati corti e ci sono delle rughe di preoccupazione agli angoli degli occhi, ma lui ha ancora lo stesso fisico asciutto di trent’anni fa e in faccia un sorriso grande da ragazzino.

Thanks to:
Phil Jarrat
Surfer Journal
Surfer
Matt Warshaw
Outsideline