25158343_1019153191560940_7537151246501480605_n

Se proprio dovessi dirla tutta, la verità è che vorrei smettere di lavorare, o tipo cambiare lavoro, così che potrei comprarmi una macchina da trasformare in stereo e stare almeno due ore al giorno a ascoltare musica, basterebbe, anzi no non basterebbe, sarebbe il minimo sindacale, ma almeno sarebbe qualcosa, tipo appuntamento fisso di almeno due ore in cui potrei rintronarmi in un abitacolo e alzare le statistiche in merito al ritorno dell’ipoacusia in quanto malattia professionale. Inoltre potrei approfittarne per stare tutto il giorno a massaggiarmi le cappelle delle volute del cervello, quelle che assomigliano ai cazzi che campeggiano sullo stendardo dei Dwarves, a fare da ombra al teschio piratesco che ne costituisce l’emblema, per farne schizzare fuori parole bianche e umidicce e imbrattare così tutti i pezzi di carta che mi capitano a tiro con i loro spermi molesti e viandanti, che potrebbero combinarsi a rima o semplicemente baciare l’attenzione di qualche povero cristo che magari si prende il tempo e la briga di stare ad esercitare i propri bulbi oculari nell’esercizio, appunto, della lettura e non nella semplice osservazione dell’immagine. E questo è tutto. Ma a chi sto a raccontarla, non succederà mai, ecco perché ho deciso di riposizionarmi sulla tastiera e perché in questo benedetto diciottesimo anno del nuovo millennio che finalmente compie la maturità, affronta l’esame e guadagna la possibilità di poter votare alle elezioni, guarda caso il destino mi mette davanti a mesi e mesi di concerti ai quali in un modo o nell’altro dovrò decidere concomitatamente di partecipare e di rinunciare. Sicché ho cominciato con i vecchini arzilli dei Sonics l’altro giorno che mi hanno fatto pensare a un sacco di gonne anni ‘50 che si alzavano in volute aritmetiche dandomi il pensiero di immaginare mutandine bianche a pois rossi delle giovini ormai evolute in nonne – e sarebbe meglio se ci fossero state loro che sicuramente avrebbero donato movimento e scandalo – e questa settimana a arrovellarmi nell’eterno dilemma del: andare a Milano a vedere gli At The Drive In e The Butcherettes da solo sobbarcandomi chilometri di neve e nebbia padana unite a sei ore di macchina andata e ritorno o ripiegare su Bologna a vedere Dwarves, Nick Oliveri e Svetlanas sobbarcandomi due ore da solo andata e ritorno e neve e stica? Ho deciso che sarebbe andata per la seconda, che la prima mi faceva troppa fatica. La fatica non va mai sottovalutata perché è differente dalla pigrizia, offre una scelta mentre l’ignavia offre solamente un impedimento.533784_10150712112789076_2057852252_n
Quindi mi sono armato di dischi – Damned Damned Damned dei Damned che se lo scrivo un’altra volta partirà un anatema dritto come un siluro e maledirà me e voi, Anger Flares (street OI! dal giappone con furore) e GI dei Germs, perché ho perso di recente una scommessa su un rebus la cui soluzione era Media Blitz e mi sentivo in dovere di fare ammenda – e ho deciso di sfidare la tempesta di neve che albergava tra Firenzuola e Sasso Marconi e andare al Freakout a vedere cosa succedeva. E dio – o chi per lui – benedica la direttissima che è dotata di lunghe gallerie che permettono di andare in culo al maltempo, qualsiasi cosa esso sia.
E siccome c’è sempre una prima volta per me lo è stato il Freakout e siccome non ero andato a guardare niente mi sono aspettato chissà cosa ritrovandomi in un piccolo posto contenuto del tutto simile a un ventre e andava bene così perché il club quello deve essere e mi pare che offra parecchie più cose rispetto a altri locali altisonanti che fanno un gran baccano ma poi alla fine non danno nulla; e all’interno sia Oliveri che The Fresh Prince of Darkness che ciondolano a giro e tipo non c’era uno tra i presenti che parlava in italiano e quindi mi pareva di essere come in terra straniera, in una Londra lontana la cui bandiera issata troneggiante sulle nostre teste era l’incombente stendardo dei Dwarves, dal palco sulla platea, in un curioso e sarcastico contrappasso. E ci si mescola alla spicciolata tra gli avventori che piano piano riempiono il locale.
28055904_1703810089682899_155283159548505_nE’ opportuno dire che ormai essendo vecchio l’ho tipo abbozzata con la droga e ci tengo a sottolineare che questo non vuole essere un giudizio di sorta, ma tant’è che mi ha portato anche a rifiutare un tiro di canna che una tipa che conosco mi ha gentilmente offerto, ma questo giusto per dire che in ogni caso sono ben lungi dall’averla abbozzata dal bere, ma siccome arrivavo da una settimana passata tra cesso e lettuccio ho pensato di partire con una sola lattina di moretti e magari di rifarmi all’arrivo, tant’è che tale lattina l’ho lasciata ammezzata in macchina che il gelo l’avrebbe conservata bevibile, e nell’attesa mi sono donato una becks: primo atto. No, nessuno mi paga per fare pubblicità, è solo che a mio avviso ci incastra bene suddividere la serata in bevute. Inoltre sento anche il dovere di evidenziare che, a scanso di equivoci: no, Nick Oliveri non era nudo, non lo è mai stato, e le poche foto sfuocate che ho fatto lo dimostrano; no, a questo giro non c’era una pletora di donnine arrapate sotto al palco in estasiata e sbavante contemplazione del membro di Nicola, solo punk nell’animo un po’ fatte con una stragrande voglia di divertirsi; e sì, ha pure dato il suo contributo Nick Oliveri con i Death Electric, non si è limitato solo a suonare il basso con gli uni e con gli altri e forse è stata pure la parte più interessante e originale della serata. Questo giusto per mettere in chiaro le cose e dare un minimo di senso di verità a quanto succede a giro. Si dirà poi, tanto chi cazzo legge e chi cazzo verifica quanto scritto, ma direi che per alcuni, per il sottoscritto in particolare, sussiste il dovere morale di sputtanare eventuali cazzate fini a sé stesse. Bla.
12923308_10205755338462748_8007951857906992277_nAtto secondo allora, piglio una bud e Svetlanas si impadroniscono del palco. Ora, perché evitare l’articolo? Oppure, perché se la donna è cantante dire le Svetlanas? O perché, visto che c’è una donna, dire gli Svetlanas? Tutto questo non ha importanza, visto che Olga muove il corpo in particolare dal bacino in su come posseduta, indossando un top senza reggiseno che lascia scoperta la pancia a mostrare un ombelico troneggiante che è come una bocca che spara vaffanculo a tutto spiano contro tutti quelli che albergano nei cinquanta centimetri sotto di lei, a rimarcare i diti medi mostrati senza requie che fanno da accompagnamento imprescindibile a tutta l’esibizione, che quando a fine serata le ho chiesto se era un simbolo o un’esortazione lei si è messa semplicemente a ridere. Ma il suo modo di tenere il microfono è del tutto simile alla bottiglia, lei beve e alza il gomito eruttando parole e affrontando il pubblico in mosse atteggiamenti espressioni che costituiscono il contraltare delle melodie hardcore e se l‘archetipo del punk è quello loro sicuramente non sono i Viboras e non hanno certo necessità dell’endorsement di J-Ax. Per fortuna.
E quindi al finire di un set piuttosto tirato che si è accompagnato anche a un discreto ritorno da parte del pubblico, donati dieci minuti di ripiglio, ecco Oliveri prendere il possesso dello stage con la sua cover band che parte immediatamente infiammando il locale con Tension Head da Rated R ed è ottimo perché la sua vena punk ha un che di autentico e si sente negli arrangiamenti da dove viene, cioè da come rende un qualcosa che se si ascolta adesso negli stadi o palazzetti riempiti da Josh Homme non rende sicuramente nella stessa maniera. Adesso, è oltremodo chiaro a tutti che i QOTSA non hanno combinato più niente degno di nota dopo Songs for the Deaf ed è mia opinione – e pure di parecchi altri tipi che conosco – che tutto derivi dall’assenza di Nick Oliveri e della sua violenza tipicamente rock & roll. In pratica: i gruppi che raggiungono degli apici tali da riuscire a sfornare album epocali come minimo devono tendere a restare sulla stessa linea del punto massimo raggiunto dalla loro parabola, e possono aspettarsi di essere perdonati solo, e dico solo una volta, non due, tre, mille, solo una e questo è assolutamente vero e se non lo fanno possono aspettarsi di veder finire i loro album in edicola o nel settore delle offerte a prezzo stracciato. Pare invece che Oliveri se ne sbatta tranquillamente del passato se non a rimarcarlo umoristicamente con magliette che a prima vista potrebbero essere considerate uno scherzo visto che riportano la scritta “say no to drugs” e ho pensato di chiedergli se era serio oppure no, ma a una seconda occhiata mi sono accorto che no in realtà era puntato e quindi scritto N.O., le sue iniziali, e quindi tutto torna e diventa allucinogeno come quei funghetti che furono galeotti al suo ultimo tour in Australia con i QOTSA, o almeno così si racconta. 28059295_10156091874154076_8712364148706144037_nE trovato il senso le labbra possono distendersi in un sorriso e la testa abbandona l’headbanging in un moto annuente di comprensione e l’entropia universale rientra al proprio posto. E loro partono con Gonna Leave You che può pure essere un’ammissione e una ragazza gli urla “stronzo!” correndo a pogare sotto al palco perché sì e anche no, nel senso che pare ammettere “sei stronzo perché non ci sei più ma lo sei anche perché hai ancora il potere di farmi bagnare le mutande!”. Si susseguono in un set troppo breve Green Machine dei Kyuss, You Think I Ain’t Worth A Dollar But I Feel Like A Millionaire, tutte scarne e portate all’estremo, sviscerate nella loro vena più punk, più urlata, più sporca, seminale, sensuale, unta, rabbiosa e poi tutto finisce nel terzo atto: paulaner, l’appoggio sul tavolo del bancone e il barista me la porta via perché era finita ma non me ne ero accorto, allora gli tolgo di mano la bottiglia vuota e lui mi guarda con la stessa compassione che prova quello che mi sta di fianco e che mi offre compiacente una lattina di tuborg, quarto atto, cominciano i Dwarves all’improvviso.
Il loro set pare in ogni caso studiato da anni passati a cambiare formazione, a fare concerti e a vedere video su youtube perché tutti sanno quello che devono fare, da Blag Dahlia fino all’ultimo dei fan, quando porge il microfono per farci cantare, quando scatena lo stage diving con Everybody’s Girl, quando permette a cani e porci di salire sul palco per poi lanciarsi tra le braccia dei propri amici pronti a salvare i coraggiosi di turno da una sicura rintronata sul pavimento, afferrando e alzando corpi che ondeggiano in balia di un mare di braccia. Nonostante l’antesignano di Voldemort fosse assente – He Who Cannot Be Named – non se ne è sentita la mancanza, sicuramente non da un punto di vista musicale, probabilmente da un punto di vista di colore, ma alla fine questo non è fondamentale in un concerto punk. E il termine dell’atto è come se si fosse in sala prove tra amici, giù in mezzo alla folla e diretti verso il bancone, tra bevute e pacche sulle spalle, ci siamo divertiti. E per chiudere il cerchio senza lasciare niente di incompiuto, la povera moretti che stava in mia trepidante attesa in macchina è stata molto felice di rivedermi e di riaccompagnarmi a casa sano e salvo, lasciandosi bere fino all’ultima goccia.
Giusto una roba, mentre guidavo, mi solleticava ancora i pensieri aiutandomi a restare sveglio; il fatto di non essere a fine degli anni settanta non è solo palese da un ovvio punto di vista calendaristico, ma riverbera nelle parole dello youtuber sconosciuto con il quale ho condiviso l’accendino: “seguo i gruppi, li riprendo e poi metto i concerti online. Nessuno segue più, non lo fa più nessuno”.