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Ryan Dotson  nacque nel 1945 a Long Beach, in California, da un padre che era al tempo stesso contabile e chef. La famiglia si trasferì a La Jolla quando Dotson aveva 11 anni; lì iniziò a surfare guardando e frequentando un gruppo di anziani di Windansea, tra cui Mike Diffenderfer, Pat Curren e Butch Van Artsdalen.
Da liceale si avvicinò al mondo dello shaping lavorando come glassatore in alcune shaping room di La Jolla; finito il liceo si trasferì a Encinitas e iniziò a lavorare alla Hansen Surfboards.
Ma la crew di Windansea cominciò presto a muoversi verso le Isole così, dopo aver visto le foto delle enormi mareggiate Hawaiane che i più grandi riportavano al ritorno dai loro viaggi, un solo pensiero cominciò a rodere come un tarlo nella testa di Ryan; andare ad Oahu.
La prima volta che riusci ad andarci fu nel 1963 – quando surfare laggiù era ancora un privilegio di pochi – assieme a tre amici acquistò una vecchia Plymouth, ci legarono sopra alla meno peggio le tavole e si diressero verso Haleiwa; fu amore a prima vista.
Dopo tre visite alle Hawaii, si fece strada nelle line-up di Sunset, Pipeline e Waimea e, nel 1966, si trasferì definitivamente là. L’anno precedente, sulla North Shore di Oahu, aveva fatto un apprendistato informale sotto il maestro shaper Dick Brewer e l’idea di costruire tavole da surf aveva cominciato a farsi strada nel suo cervello.
Una volta residente alla Hawaii, Dotson decise di aprire il Maui Surf Shop, a Lahaina, un piccolo negozio di vendita al dettaglio di tavole da surf che, purtroppo, non ebbe fortuna. Quando quell’impresa fallì, Ryan e la sua nuova moglie Sheila si trasferirono a Sunset Beach, giusto in tempo per le fasi iniziali della rivoluzione delle shortboard.

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Ryan a Waimea

Con una passione sfrenata per le onde enormi, Ryan si inserì a pieno nella comunità dei Big wave surfer di Oahu e, insieme al surfer e shaper Joey Cabell, cominciò a shapeare tavole da surf progettate specificamente per onde grandi, veloci e potenti; le loro tavole erano a fondo piatto, a spigolo vivo e molto strette. La shortboard revolution lo aveva investito in pieno e la sperimentazione – sia sulle tavole corte che sui gun – era all’ordine del giorno.
Ryan però aveva un carattere particolare, restio ad accettare lo status quo di una società in cui non riusciva ad integrarsi a pieno. Così cominciò a prestare sempre meno interesse alle prospettive di affermazione di sé attraverso qual si voglia carriera “convenzionale”, anche gli aspetti commerciali dello shaping non riuscivano a coinvolgerlo più di tanto; aveva poco o nessun interesse nel trasformare il suo lavoro di costruzione di tavole in un business.
Shapeava in una baracca malandata accanto a casa sua, facendo quattro o cinque tavole a settimana che vendeva solo a surfisti esperti. “Non mi occupo del surfista generico”, ha detto nel 1969. ” Progetto tavole che poi uso, quindi adatte alle alte velocità ed alle onde grosse, un kook difficilmente riuscirebbe ad usare una delle mie tavole. Mi sono sempre considerato una persona radicale, così come il mio surf. In fin dei conti, mi interessa soltanto racimolare quanto basta per campare dignitosamente di fronte a questa spiaggia, niente di più”
Ciononostante le sue tavole, che uscivano sotto il nome Ryan Dotson surf design, diventarono una sorta di oggetto di culto nelle comunità di Locals di North Shore.
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Una delle tavole shapeate da Dotson

Alla fine degli anni ’60, alle Hawaii, cominciò ad esserci un bel po’ di fermento attorno al mondo del surf, vennero istituiti i primi contest professionali e, nell’ambiente, cominciarono a girare un po’ di soldi. Ryan, da sempre refrattario a qualsiasi lavoro lo tenesse lontano dalla spiaggia e dal suo ambiente, deve aver pensato che quella potesse essere una buona occasione per guadagnarsi quel tanto che gli bastava per vivere di fronte ad un buon break; così, a partire dal 1968, Dotson ha gareggiato in quasi tutte le gare di prima generazione sulla North Shore classificandosi 4 ° allo Smirnoff Pro-Am del 1971. Era un surfista dalla personalità complessa, che si rifletteva nel suo stile di surfata spigoloso e, a tratti, nervoso, ed era dotato di un talento innato nel disegnare linee alte e veloci, in particolare sulle grandi onde di Sunset; uno stile che lo rese uno dei surfer più amati dagli addetti ai lavori e dal grande pubblico.
Certe storie però nascono destinate a non avere un lieto fine e, quella di Ryan Dotson,  è una di quelle.
Il giorno prima del Duke Invitational del 1972, Ryan si fratturò in malo modo il perone, la caviglia e i legamenti mentre surfava a Sunset. Fu così costretto a restare fuori dall’acqua e dalla shaping room per otto mesi.
240 e passa giorni immobili su un letto metterebbero a dura prova i nervi di chiunque, figuriamoci quelli di Ryan. Ben presto divenne dipendente dagli antidolorifici che, probabilmente, amplificarono un disturbo bipolare non ancora diagnosticato. Nei tre anni successivi, Dotson cominciò a muoversi prevalentemente all’interno dell’ambiente ai margini della legalità che era quello delle comunità surfistiche underground del tempo, iniziando a guadagnare denaro principalmente dallo spaccio di droga; nel 1975 fu arrestato per la prima volta e condannato a una pena detentiva di tre anni.
22427250_128535471231064_8585115677348593664_nFu l’inizio della fine. Per una persona come lui che aveva investito tutto se stesso in un’unica cosa; tutta la concentrazione, l’attenzione e l’energia che era capace di tirare fuori, l’aveva sfruttata per raggiungere la maestria – nello shaping e nel cavalcare le onde – per poi rendersi conto che tutto il suo talento non contava praticamente nulla in un mondo dominato dal mercato… cosa avrebbe potuto fare?
Non tutte le personalità sono uguali, qualcuno è fatto per sopportare i calci in faccia dati dalla vita e qualcun altro no, Ryan – decisamente – no.
C’è chi riesce a riciclarsi, sfruttando il proprio mito e le proprie capacità per crearsi un futuro all’interno del recinto dell’industria e chi, con quello che ha sempre considerato un mostro pronto a fagocitare il mondo che si ama, non è disposto a scendere a compromessi.
Non sappiamo molto di come Dotson riempì il vuoto che il surf di alto livello aveva lasciato nel suo mondo e nella sua anima. Quello di cui siamo certi è che non scese a patti, anche a costo di lasciare tutto quello che amava, compreso quello specchio di spiaggia che gli aveva sempre dato l’aria che gli serviva per respirare.
Così lasciò le isole e, nel 1997, trasferitosi a Des Moines (nello stato dell’Iowa, quanto di più lontano dalla surf culture si possa immaginare), risposatosi per la seconda volta e con tre figli a carico, Dotson rapinò la sua prima banca.
Vivere lontano dall’oceano era una tortura per lui, ma sua moglie Kim aveva un lavoro all’ospedale e l’alternativa che lui poteva offrirle per ritrasferirsi alle Hawaii non era accettabile; in più l’alcol era diventato un problema serio per lui ed i soldi erano sempre meno. I tramonti di Waimea però sono duri da cancellare e la voglia di tornare sulle isole non riusciva ad andarsene; così nei successivi tre anni, negli stati del Midwest, continuò a rapinare banche fino a quando fu catturato e condannato a sette anni e mezzo di prigione. La pena relativamente leggera era, in gran parte, dovuto al fatto che Dotson non aveva mai usato un’arma mentre commetteva i suoi crimini.
Ryan Dotson, Sanding at Hansen's, Cardiff 1964Dopo il suo rilascio, Dotson si trovò di nuovo da solo, lontano dal mare e senza un soldo, ma tenne duro. Trovò lavoro in un ristorante di Des Moines ed ogni santo giorno si faceva le sette miglia per andare a lavoro in bici, rimanendo sempre pulito.
L’idea di tornare alle Hawaii e surfare di nuovo non se ne andò mai, ma il sentiero in cui la vita l’aveva portato era troppo accidentato per poterne uscire con facilità. I disegni del fato, però, portano spesso delle sorprese così, inaspettatamente, nel 2011 Randy Rarick si ricordò di lui e lo chiamò, invitandolo alla semestrale Hawaiian Island Vintage Surf Auction. Lì, accanto a leggende come Bob McTavish, Joe Quigg, Paul Strauch, Dick Brewer e Reno Abellira si riprese il suo posto nella storia del surf. Purtroppo il suo sogno di tornare sulla cresta delle onde che aveva tanto amato non poté realizzarsi, le sue condizioni di salute erano già precarie quando riuscì a tornare alle Hawaii e, nel 2015, purtroppo morì di cancro all’età di 69 anni.
Non tutte le storie hanno un lieto fine. Se c’è una cosa però che nella vita di Ryan Dotson porta un po’ di conforto è il pensare che, forse, al netto di tutte le scelte di cui non ci preme dare un giudizio, Ryan è andato avanti per la sua strada seguendo un sentiero che nessuno, se non lui stesso, gli ha imposto e che, alla fine, è riuscito a riportarlo a casa.

 

Thanks to
Matt Warshaw and Eos
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