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La nascita di Michael Peterson fu il risultato di uno stupro di gruppo. Nel 1952 sua madre finì sotto le grinfie di una gang a Kirra e li, dopo nove mesi, nacque quello che sarebbe diventato il surfista più radicale e performante fino all’arrivo di Kelly Slater.
Personalità oscura ed enigmatica, parco di parole fino quasi al mutismo, refrattario alle regole, schiavo delle droghe e della paranoia, Peterson è una delle figure più interessanti della surf community.
Cresciuto nella città di Kirra, a Gold Coast, e tirato su da una madre single che si spezzava la schiena nella cucina di un caffè locale, Michael cominciò a surfare all’età di 11 anni, abbandonò la scuola a 16 e, l’anno successivo, gareggiando nella divisione junior, vinse l’evento di Bells Beach del 1970 e si classificò al terzo posto nei campionati nazionali australiani del 1970.
Le onde veloci di Kirra e Burleigh head divennero il suo unico mondo. Un mondo che divideva con gli allora adolescenti locali Wayne Bartholomew e Peter Townend, che sarebbero entrambi diventati campioni del mondo prima della fine del decennio.
Michael però era diverso, tanto era schivo a terra, tanto in acqua era aggressivo, sgargiante, persino esagerato, ma sostenuto fino in fondo da una padronanza disumana dei fondamentali e con uno stile che si era evoluto sul solco di Nat Young.
MP, 1977 StubbiesQuando qualcosa dentro rode lo stomaco e la mente, e il mondo attorno sembra andare per la sua insensibile strada, spesso si sente il bisogno di buttargli in faccia quello che ribolle nell’anima; Peterson lo faceva surfando.
L’energia sembrava irradiarsi dal suo corpo mentre volava sulle onde; le sue gambe si piegavano e si raddrizzavano quasi pneumaticamente, mentre le sue mani si contraevano e scuotevano in risposta a un ritmo interiore che lo metteva su nuovi – e impensabili – angoli, percorsi e traiettorie sulla faccia dell’onda. C’erano altri che surfavano con una spontaneità simile, ma nessuno aveva la magnificenza cruda e brutale che aveva lui.
Era capace anche di incanalare la sua energia nelle lunghe e veloci linee necessarie per cavalcare nel profondo del tubo in luoghi come Kirra e Burleigh, ed è probabile che sia stato il primo surfista al mondo a viaggiare all’interno della “green room” per più di 10 secondi; Peterson una volta disse che gli piaceva stare dentro il tubo perché “nessuno può vedermi lì dentro”, e all’interno di questa frase ci sta molto della sua personalità.mp2-dick-hoole2
Figlio di un tessuto sociale che ha sempre offerto ben poche possibilità, si approcciò al mondo del professionismo come unica strada percorribile di un destino altrimenti segnato e con un misto di esplosività in acqua, associata ad una difficile accettazione di tutto quel mondo fatto di regole e socialità che sta dietro al circuito delle gare.
Teso e introverso, Peterson di solito arrivava sulla spiaggia pochi secondi prima dell’inizio di un contest e, le molte volte che si guadagnò un podio, o non si preoccupò affatto di presentarsi alle premiazioni oppure lo faceva dando discorsi di accettazione mormorati a testa bassa, per poi andarsene subito dopo.10
Abituato a interfacciarsi con soggetti che, nella migliore delle ipotesi, erano avanzi di galera soliti trafficare nei sobborghi costieri di Gold Cost, Michael venne su con un temperamento a dir poco esplosivo e le risse pubbliche che aveva avuto con il fratello minore Tom – che in seguito divenne uno dei migliori shapers del Queensland – erano materia continua per le leggende locali, una della quali narra che da adolescenti, durante un litigio in acqua, Michael strappò la tavola al fratello e la gettò oltre le reti anti squalo. Tom allora nuotò fino a riva, aprì il cofano della macchina di Michael e scagliò in mare il distributore e la batteria del fratello. “Non so perché ho molti di questi problemi”, ha detto una volta Peterson a una rivista australiana di surf. “Cerco di essere come tutti gli altri, ma è difficile.”
In mezzo a un quadro come questo non poteva mancare l’anello di congiunzione tra una micro società fondata sulla criminalità, gli strascichi della cultura Hippie e i surfisti; la droga.
Dalla metà degli anni ’70 l’uso abituale che Peterson faceva di erba, funghetti e metanfetamine degenerò in una seria dipendenza da eroina.
Al netto di tutti i suoi problemi però, il surf di Michael continuava a migliorare e, nel 1976, vinse la sua gara di debutto nel World Tour e alla fine dell’anno si classificò settimo; le cose però cominciavano a non girare nel verso giusto.michael-peterson-74-same-wave
Il World tour e l’attenzione mediatica sembravano avere un brutto effetto sul carattere di Peterson che rifiutava qualsiasi tipo di imposizione gli arrivasse dall’head quarter del campionato mondiale; quando gli fu consigliato di “ripulirsi un pò” lui per tutta risposta si fece allungare i capelli e cominciò a presentarsi in pubblico nascosto dietro occhiali da sole aviator specchiati e con indosso abiti scuri e spesso stracciati, con la droga come unica compagna.
Hoffman (il chimico inventore dell’LSD) una volta ha detto che nessuno con latenti tendenze psicotiche dovrebbe approcciarsi all’uso ricreativo e smodato dell’LSD, perché la sostanza potrebbe facilitare l’acuirsi ed il manifestarsi della malattia. Chiunque abbia un po’ di dimestichezza con le sostanze sa bene che questa affermazione è valida anche per qualsiasi altra droga altamente psicotropa.
Così, ben presto, Peterson cominciò a fare conoscenza con la paranoia, un sintomo della schizofrenia paranoide che, più tardi, gli venne diagnosticata.
Quando arrivò al punto di nascondersi nel parcheggio, dopo aver vinto il suo terzo titolo consecutivo a Bells Beach, perché era convinto che se si fosse presentato ad accettare il suo assegno gli spettatori “avrebbero iniziato a buttarmi addosso cose”, capì che il circuito delle gare cominciava a stargli stretto.
L’anno successivo provò due volte a presentarsi alle gare locali di qualificazione al tour e tutte e due le volte surfò alla grande, ma non riuscì ad entrare in acqua per partecipare alle finali; fu l’inizio della sua discesa verso l’inferno.

Lo Stubbies Pro del 1977 a Burleigh heid fu il suo ultimo capolavoro. Con onde perfette di cinque piedi e 20.000 spettatori assiepati sulla scogliera Peterson si presentò all’evento così malridotto che, come ha ricordato un concorrente, “difficilmente poteva aprire gli occhi”, ma surfò così brillantemente da vincere la gara, sconfiggendo il quattro volte campione del mondo Mark Richards nella finale.
Da quel giorno però le cose cominciarono a precipitare, i suoi problemi mentali si acuirono e il bisogno di soldi dovuto all’abuso di sostanze e alla scarsa partecipazione a eventi professionistici lo spinsero su una strada dove aveva visto perdersi molti dei suoi amici d’infanzia.
Dedito all’occasionale spaccio di droga Michael fu arrestato l’anno seguente dopo un inseguimento in auto ad alta velocità da Kirra a Brisbane; quando lo fermarono disse alla polizia che era un agente della CIA ed era seguito dalle spie russe. Alla fine la sua malattia mentale fu diagnosticata, Peterson fu incarcerato, poi istituzionalizzato ed infine rilasciato alla tutela e le cure di sua madre. Non surfò mai più.michaelpeterson2
Ha vissuto con la madre per il resto della sua vita. Decenni dopo, occasionalmente, un Peterson sedato e molto sovrappeso – costantemente nascosto dietro occhiali a specchio – cominciò a presentarsi alle gare di surf locali per osservare l’azione in silenzio.
Secondo qualcuno una triste fine per un campione segnato dagli abusi e dalla malattia, è innegabile però che è stato il suo stile che la generazione successiva ha raccolto e la sua breve, brillante e tossica carriera lo ha reso una leggenda del surf ribelle, avvicinandolo idealmente all’olimpo delle rock star, con una storia incredibilmente simile a quella di Syd Barret – genio lisergico e mente fondante dei Pink Floyd – che perso il contatto con la propria mente razionale finì a vivere da recluso in casa della madre, dopo quattro anni di splendida e folle creatività che cambiarono per sempre la storia della musica, così come Peterson ha cambiato quella del surf.
Nel 2012 Michael è morto a causa di un attacco cardiaco a 59 anni, lasciando dietro di se una scia di ammirazione e riconoscimenti; Nel 1992 è stato inserito nella Australian Surfing Hall of Fame, la rivista Surfer lo ha nominato nel 1985 come uno dei “25 surfisti il cui surf ha cambiato lo sport”; nel 1999 la rivista lo ha citato come uno dei “25 Surfers più influenti del secolo”; nel 2004 la rivista Surfing lo ha incluso nella lista dei “16 Greatest Surfers of All Time” e Surfer lo ha classificato al 16esimo posto nella lista 2009 dei “50 Greatest Surfers of All Time”.
Una targa di bronzo in suo onore è stata eretta a Kirra nel 2014, e scusate se è poco.

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