30223385_10156153920332978_1982512258_oDi solito per aver voglia di parlare di certi argomenti ci vuole un certo tipo di sprone; o si è cresciuti dentro una qualsiasi di quelle associazioni ambientaliste che riempiono il tempo di giovini volenterosi e votati alla salvaguardia del pianeta, o si è invecchiati dentro qualche dipartimento universitario o si ha un qualche tipo di interesse, personale o economico.
Io – lungi da qualsiasi attrattiva verso l’universo aggregativo di stampo costruttivo, troppo poco costante, concreto e intellettivamente adeguato per qualsiasi dipartimento universitario e lontano da qual si voglia pretesa economica in quel lembo di arenile iper concessionato dal demanio che è la costa Versiliese – ho voglia di parlarne per un mero tornaconto personale, che poi – casualmente – è strettamente legato alla salvaguardia di questo tozzo di terra che, a mio avviso, farebbe meglio ad espellere il genere umano come il peggiore dei parassiti.
Ma torniamo al punto; quando il mare e il lavoro lo permettono cerco di entrare in acqua e di surfare quelle poche – e piccole – onde che riesco a surfare; in linea di massima, lo faccio sempre nello stesso posto, il tratto di mare che va da Viareggio a Massa Carrara.
D’estate ci sono poche mareggiate e troppi bagnanti e perciò, è quando il freddo comincia a farsi sentire, che comincia il periodo più proficuo – se il tempo speso a cercare qualche buona onda in un mare non sempre generoso come il nostro si può definire proficuo – per chi ama dilettarsi nell’antica arte di cavalcare le onde.
L’inverno passato però, oltre che con una cronica cervicale da umido, mi sono trovato almeno un paio di volte con l’occhio sinistro prima e il destro poi, gonfi come due palle da golf; e tutte le volte le palpebre hanno cominciato a ingrossarsi e a diventare purulente il giorno successivo ad un’uscita in mare. Congiuntivite batterica dice il dottore, stai sempre nell’acqua l’avrai raccattata li.
Ci sono cose che uno – o meglio dire che io – riesce francamente ad accettare con difficoltà, tra queste c’è il fatto che un’uscita in mare (magari d’inverno, quando il cielo è grigio e in acqua ci sono solo 10 scoppiati con la tavola e qualche gabbiano che gli rotea sopra la testa) possa trasformarsi in una raccolta di colture batteriche.
Poco tempo fa ci siamo occupati dell’inquinamento nel tratto di mare antistante la fabbrica della Solvay a Rosignano  e, mentre eravamo impegnati a raccogliere i dati, mi sono sentito più volte ripetere – da qualche surfista scocciato dalla consapevolezza dei risultati poco consolanti che avrebbe avuto quella ricerca – “venite a prendere campioni in questo pezzo di mare, ma anche lassù da voi non siete messi mica tanto bene, surfate in un mare di merda !”.
Li per li non ho dato molto peso alla cosa, prendendola per l’ennesimo, insopportabile, risultato del campanilismo toscano; poi col tempo – e colla scocciatura di un inverno passato a un passo dall’overdose da collirio – ho iniziato ad avere la voglia di capire dov’è che mi immergo ogni volta che qualche buona mareggiata incontra questo tratto di costa.
E’ allora che ho fatto la conoscenza dei vari fossi della zona, dal Motrone a quello dell’Abate, e che mi si è aperto un incredibile mondo fatto di batteri fecali e depurazioni mal fatte.30769004_10156153919857978_1364085209_o
Ho scoperto quindi che nei passati quaranta anni la costa toscana è stata spesso alle prese con divieti di balneazione temporanei, legati ai livelli di questi batteri presenti nel mare, in concentrazioni al di sopra della norma. A leggere i dati dell’ARPAT e di Goletta verde relativi al 2017 ci si rende conto però che entrambi gli istituti sottolineano il fatto che, nel corso dell’anno in esame, la diminuzione dei casi di inquinamento con concentrazioni microbiche particolarmente elevate è stata molto marcata, il dato più basso mai registrato.
Perché allora si registrano delle problematiche evidenti nei tratti di mare in cui solitamente si esce per fare surf?
Dire che lo stato generale delle acque è buono non significa che non ci siano punti specifici in cui i valori di soglia vengono sistematicamente superati, e se questi punti poi sono le foci dei fossi di fronte ai quali – o nell’immediata prossimità – si formano alcune tra le onde più conosciute per surfare si fa presto a fare due più due.
Le zone vicine alla foce dei fossi Motrone e Abate, per esempio, sono tra quelle che, anche in un anno “proficuo” dal punto di vista ambientale come questo, hanno – secondo i dati di ARPAT – superato in alcuni controlli i limiti concessi per la concentrazione di Escherichia Coli ( 18/04/2017 per la foce del fosso dell’Abate e 06/06/2017 per la foce del fosso Motrone) e queste sono, appunto, alcune di quelle aree in cui si esce a prendere qualche buona onda.dati generali sforamento
Che il problema poi non sia solo di chi si butta in mare con una tavola di resina è facilmente riscontrabile, basta poco per rendersi conto che, da queste parti, sono poche le zone di arenile non sfruttate dall’industria della balneazione, va da se quindi che se non ci sono i surfisti in acqua, molto probabilmente, ci saranno dei bagnanti.
Quando, nel corso della scorsa estate, ci sono stati gli sforamenti citati poco sopra, le autorità sono state costrette ad emettere temporanei divieti di balneazione che hanno scatenato un finimondo; titoloni sulle testate locali e giù con la cattiva pubblicità, il danno economico, il territorio che non viene tutelato e a farne le spese sono i poveri – poveri? – cristi che lavorano.
A prescindere da considerazioni di merito sul chi, come e perché avrebbe diritto di lamentarsi o meno, quello che è interessante conoscere sono le cause di queste problematiche e come, secondo i dati ARPAT, si è arrivati ad una situazione che, nel 2017, sembra – e sottolineo sembra – aver arginato parte delle criticità.30768632_10156153943472978_466914522_o
Partiamo dal perché.
L’origine del problema è, tutto sommato, piuttosto semplice; a monte delle foci di questi fossi c’è una piana che, assieme al suo indotto abitativo e industriale, è stata – a voler essere gentili – lasciata sostanzialmente a se stessa per quanto riguarda gli scarichi abusivi, gli scoli delle fognature e i depuratori inadeguati.
In particolare gli allacciamenti fognari abusivi sversano direttamente nei canali e, anche a causa della scarsa o poco adeguata depurazione, queste acque “scure” vengono riversate nei fossi che poi le portano fino al mare, producendo quel simpatico mix di schiuma a colibatteri che, chi frequenta queste secche, non può non conoscere.
Ma, dicevamo, nel 2017 le cose sembrano essere andate molto meglio, come mai?
La risposta a questa domanda ha due risultati; il primo – e più importante – sono le scarse precipitazioni che, portando un flusso minore di acqua nei fossi, hanno fatto si che gli sversamenti in mare fossero minori, il secondo – e più controverso – si chiama Acido Peracetico.
L’acido Peracetico (C2H4O3) è un disinfettante chimico risultante da una miscela di acido acetico (CH3COOH) e perossido di idrogeno (H2O2) in una soluzione acquosa; questo prodotto è usato da molti anni nell’industria alimentare anche per la rimozione di batteri e funghi dalla frutta e dalla verdura. Negli ultimi anni si è cominciato ad utilizzarlo anche nel settore della depurazione delle acque e, partendo da quest’ultimo utilizzo, si è pensato di adoperarlo anche per arginare l’inquinamento marino da batteri fecali che si riscontrava in queste particolari zone.
Adesso, dopo che una sperimentazione gestita dall’Università di Pisa è in corso, sembrano vedersi i primi risultati, ma è davvero così?
A dire il vero sono molti i dubbi che vengono sollevati da più parti. Se si ha il tempo – e la voglia – di fare qualche ricerca in rete ci si rende immediatamente conto che sono molte le voci che parlano di “soluzione tampone” e non poche quelle che sottolineano i rischi che, l’utilizzo di questo tipo di acido, potrebbe portare all’ambiente e agli esseri umani. Se si ha poca voglia di approfondire ci si può limitare alla lettura degli svariati articoli di giornale che sottolineano come l’investimento di milioni di euro per una procedura che agisce sulle cause, ma non elimina gli effetti che le hanno procurate, sia quanto meno discutibile. Questo perché, a sentire il parere di molti, utilizzare un disinfettante chimico per ammazzare i batteri che poi verranno comunque riportati da una rete fognaria e depurativa non adeguata è uno spreco di soldi e un rischio inutile. Si parla di rischio perché da più parti si sottolinea il fatto che l’impatto di questo acido con l’ambiente non sia del tutto indolore.
30546662_10156153920302978_462397654_oE questo che significa? Anzitutto significa che per capirci qualcosa non si può fermarsi agli articoli di giornale, ma c’è bisogno di approfondire un po’ e rompersi la testa su qualche pubblicazione scientifica; fortunatamente le brutte giornate con molta pioggia e tanto vento non sono mancate, lasciandomi il tempo per bruciarmi le sinapsi su qualcuno di questi enigmatici documenti.
Dopo tre pacchetti di sigarette e uno smodato uso di Google translate sono arrivato alla conclusione che c’è uno studio di tossicità del febbraio 2015 che evidenzia il fatto che l’acido Peracetico sia una sostanza “altamente reattiva e che può produrre forti effetti locali a contatto diretto con occhi, pelle e tratto respiratorio”, che si associa ad un’altra ricerca (fatta da Kitis M. del Department of Environmental Engineering della Suleyman Demirel University) pubblicata nella US National Library of MedicineNational Institutes of Health che mette l’accento sul fatto che “I principali svantaggi associati alla disinfezione dell’acido peracetico sono gli aumenti del contenuto organico dell’effluente dovuto all’acido acetico (AA) e quindi alla potenziale ricrescita microbica (l’acido acetico è già presente nella miscela e si forma anche dopo la decomposizione dell’acido peracetico). Un altro svantaggio dell’uso dell’acido peracetico è il suo costo elevato, in parte dovuto alla limitata capacità produttiva nel mondo.”
D’altro canto ci sono ricerche scientifiche come Literature review: In-water systems to remove or treat biofouling in vessel sea chests and internal pipework che pongono invece l’accento sul fatto che “Quando l’acido peracetico viene applicato all’acqua di mare non persiste e non produce sottoprodotti mutageni quando reagisce con materiale organico, rendendolo attraente da una prospettiva ambientale (Kitis 2004; Cristiani 2005). È un rischio per la sicurezza dei lavoratori, tuttavia, a causa del fatto che è instabile e corrosivo. “
La problematica, quindi, è tutt’altro che semplice; d’altra parte la stessa ARPAT nel 2015 esprimeva non pochi dubbi dichiarando che “I superamenti dei limiti previsti dalle leggi vigenti, che determinano i divieti di balneazione, si sono verificati anche quando quei trattamenti venivano effettuati e che l’acido non è previsto dalla normativa ambientale e può avere effetti collaterali sull’ambiente. La sostanza”, proseguono, “può avere una certa efficacia sui microrganismi indicatori di contaminazione”, ma in realtà non elimina necessariamente tutti gli elementi patogeni. “Rimuove il segnale di pericolo, ma non il rischio effettivo per la salute“
Allo stato attuale però L’ARPAT sembra più possibilista, e – come riportato sul loro sito – “Conseguentemente a un accordo di programma per la tutela delle foci fluviali e delle acque marino costiere della riviera apuo-verisliese che prevede, tra l’altro, che in via temporanea possa essere effettuata una disinfezione con acido peracetico (PAA) delle acque dei fossi per ridurne la contaminazione – prevede che l’esecuzione del trattamento sia subordinata a un periodo di sperimentazione – affidato a un ente terzo, individuato nell’Università di Pisa – finalizzato a verificarne l’efficacia disinfettante e l’innocuità ambientale.”
Siccome questa sperimentazione pare tutt’ora in corso e l’analisi dei dati e dei documenti scientifici non mi ha permesso di arrivare ad una conclusione circa il rapporto costi/benefici di questo trattamento ho deciso di sentire i soggetti coinvolti rivolgendo alcune domande sia ai tecnici ARPAT sia al sindaco di Camaiore Alessandro del Dotto, capofila del progetto di sperimentazione, sia ai responsabili di Legambiente Versilia.


Intervista dott. Guido Spinelli, Tecnico di Arpat

  1. Partiamo dalla radice del problema, perché si verificano criticità relative all’eccesso di batteri fecali alla foci dei fossi Motrone, dell’Abate e Fiumetto?

    Come abbiamo documentato più volte, questi fossi (Abate, Fiumetto e Motrone) ricevono apporti di scarichi fognari non trattati (per commistioni di acque nere e bianche, carenze nella rete fognaria, abusivismo, ecc.) provenienti dagli agglomerati urbani di Lido di Camaiore, Marina di Pietrasanta e Viareggio e, soprattutto in concomitanza di precipitazioni intense e dell’aumento estivo dei carichi generati (popolazione, strutture turistiche, ecc.), possono contaminare anche le acque costiere.

  2. Quali sarebbero, a vostro avviso, gli interventi minimi essenziali per ridurre il problema alla radice?

    Come è facile immaginare, in base alle principali cause individuate riteniamo che debbano essere realizzati tutti gli interventi necessari a:

    . completare la rete fognaria e sostituirne le parti obsolete e danneggiate;

    . eliminare scarichi e/o allacciamenti abusivi da parte di soggetti privati;

    . impedire la commistione di acque bianche e nere (rotture, tracimazioni da troppo pieno, ecc.)

    . potenziare ed adeguare i depuratori, per evitare un attivazione eccessiva di by pass.

  3. Da quanto abbiamo capito è in corso una sperimentazione di utilizzo dell’acido Peracetico per la depurazione delle acque, come sta andando?

    Ad oggi la sperimentazione è stata limitata all’immissione di acido peracetico (PAA) all’interno della vasca di raccolta delle acque afferenti ad una idrovora gestita dal Comune di Camaiore (Villa Luporini) ed una in Comune di Viareggio (Via Fratti), che scaricano nella fossa dell’Abate.
    Il monitoraggio, sia all’interno delle idrovore sia nell’alveo della fossa dell’Abate, è stato realizzato dall’Università di Pisa, effettuando numerosi prelievi, misure ed analisi da marzo a settembre 2017. Purtroppo, però, i risultati non sono di facile interpretazione, a causa della forte variabilità di alcuni parametri (concentrazioni batteriche, dosaggio PAA, ecc.), di incidenti ed imprevisti (rotture strumentali, immissioni di acque fangose nelle idrovore), ma sembrano dimostrare una certa efficacia nella disinfezione da parte del PAA solo in certe condizioni a fronte di un’apparente assenza di rischio ecotossicologico per il fosso.
    Le amministrazioni (Regione, Province, Comuni, AIT e Consorzio di bonifica) coinvolte nell’Accordo di Programma “per la tutela delle foci fluviali e delle acque marino costiere della riviera apuo-versiliese” (DPGRT 148/2014) sembrano intenzionate a proseguire con la seconda fase della sperimentazione, immettendo il disinfettante (PAA) direttamente nell’alveo del fosso Fiumetto

  4. Nel 2015 l’ARPAT pareva piuttosto scettica sull’utilizzo di questa metodologia, in rete si trovano dichiarazioni a voi attribuite di questo tono “ I superamenti dei limiti previsti dalle leggi vigenti, che determinano i divieti di balneazione, si sono verificati anche quando quei trattamenti venivano effettuati e che L’acido non è previsto dalla normativa ambientale e può avere effetti collaterali sull’ambiente”. E altre in cui dichiarate che, “può avere una certa efficacia sui microrganismi indicatori di contaminazione, Ma in realtà non elimina necessariamente tutti gli elementi patogeni. Rimuove il segnale di pericolo, ma non il rischio effettivo per la salute“. Siete sempre di questo parere o avete elementi che vi hanno fatto cambiare idea?

    Sostanzialmente restano tutte le perplessità già espresse, sia sulla presunta necessità di effettuare questo tipo di intervento di disinfezione dei fossi della Versilia, sia sulla compatibilità ambientale circa l’uso di PAA (o altre sostanze analoghe) nelle acque superficiali, sia sull’efficacia del PAA ai fini della qualità delle acque di balneazione. Con l’Accordo di Programma (AdP), stipulato tra i Comuni della riviera versiliese e la Regione Toscana, è stato deciso di procedere con la disinfezione e su richiesta della Regione Toscana abbiamo fornito il nostro supporto tecnico scientifico per la programmazione delle attività di monitoraggio e per la valutazione dei risultati della sperimentazione.

  5. I dati dei rilevamenti fatti alle foci nel corso del 2017 sembrano piuttosto incoraggianti, con pochi e sporadici sforamenti, siete dell’idea che sia merito dell’utilizzo dell’acido Peracetico?

    Come detto, nel 2017 la disinfezione è stata attuata solo in 2 idrovore che scaricano nella fossa dell’Abate che non sono certamente la sola fonte di contaminazione delle acque di balneazione della Versilia, mentre le concentrazioni batteriche sono state eccezionalmente basse lungo tutto il litorale, foci comprese. Come abbiamo sottolineato anche nell’ultima nostra relazione, il miglioramento della qualità delle acque di balneazione, rispetto agli anni precedenti, è stato determinato dalla “generale stabilità meteorologica del 2017, con alte temperature e scarsità di precipitazioni, [che] ha ridotto gli apporti di carichi potenzialmente inquinanti veicolati dai corsi d’acqua che sfociano lungo la costa toscana”.

  6. Su alcuni paper (link) si sottolinea il fatto che l’acido Peracetico sia una sostanza “altamente reattiva e che può produrre forti effetti locali a contatto diretto con occhi, pelle e tratto respiratorio”, e in uno studio pubblicato nella US National Library of MedicineNational Institutes of Health si afferma che “I principali svantaggi associati alla disinfezione dell’acido peracetico sono gli aumenti del contenuto organico dell’effluente dovuto all’acido acetico (AA) e quindi alla potenziale ricrescita microbica (l’acido acetico è già presente nella miscela e si forma anche dopo la decomposizione dell’acido peracetico). Un altro svantaggio dell’uso dell’acido peracetico è il suo costo elevato, in parte dovuto alla limitata capacità produttiva nel mondo.” che opinione avete al riguardo?

    Conosciamo bene tutti i possibili effetti per la salute umana del PAA, ma è bene sottolineare che si riferiscono ad un uso (permesso e regolamentato) in ambienti di lavoro (industria alimentare, cosmetica, farmaceutica, depurazione, ecc.): su questi aspetti della sperimentazione, comunque, si è espressa la competente struttura sanitaria, prevedendo precauzioni e misure specifiche. Relativamente al possibile uso di PAA in ambiente naturale e, in particolare, nelle acque abbiamo già segnalato che, come riportato dalla Commissione sui Prodotti Biocidi (BPC) dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) “non dovrebbe essere autorizzato fino a quando non viene dimostrata l’assenza di rischio per le acque superficiali”; anche in questo ambito, la sperimentazione in corso, col relativo piano di monitoraggio sul biota, può fornire elementi utili.
    Sulla convenienza economica dell’uso del PAA rispetto ad altri sistemi di disinfezione non siamo competenti ad esprimerci.

  7. Come rispondete a chi pensa che l’utilizzo dell’acido peracetico sia soltanto una soluzione tampone che nulla fa per eliminare il problema alla radice?

    Sicuramente l’uso del PAA non rimuove le cause della contaminazione delle acque superficiali della Versilia, ma, eventualmente, ne riduce i sintomi (abbattimento delle concentrazioni microbiche) e le conseguenze (divieti di balneazione). Del resto, lo stesso AdP sopra citato, nelle sue premesse, prende atto che “i tempi per la realizzazione degli interventi” di adeguamento delle reti fognarie e degli impianti di depurazione della versilia “sono di medio-lungo periodo e pertanto non possono produrre sensibili miglioramenti per la stagione balneare e né per quella immediatamente successiva” (2015 e 2016) e prevede e finanzia “interventi urgenti finalizzati all’abbattimento della carica batterica immediatamente a monte della foce del Fosso dell’Abate, del Fosso Fiumetto e del Fosso Motrone, così da ridurre significativamente i rischi di tipo igienico-sanitario connessi con l’utilizzo alla balneazione delle acque costiere prospicienti le suddette foci”.30176949_10156153920307978_331075161_o

Intervista Alessandro del Dotto, sindaco di Camaiore

  1. Partiamo dalla radice del problema, perché si verificano criticità relative all’eccesso di batteri fecali alla foci dei fossi Motrone, dell’Abate e Fiumetto?

    Il problema dei colifecali in mare è causato, principalmente, da ciò che i corsi d’acqua si portano dietro; e ciò che si portano dietro è quello che raccolgono a monte, dai fenomeni di “troppo pieno” dei depuratori – che lavorano con i c.d. “bypass” di legge – sino alle promiscuità delle vecchie reti fognarie, che portano le reflue nere negli scarichi delle acque piovane stradali, per dirottarli direttamente in mare. Ci sono anche gli scarichi abusivi di chi ha i bagni del proprio immobile collegati alla fognatura bianca delle acque piovane. Insomma, sono criticità esistenti da decenni, connesse anche alle stagioni di pioggia, e mai realmente tracciate e risolte, fino al 2014.

  2. Quali sono, a vostro avviso, le passate carenze di gestione del territorio che hanno portato al manifestarsi di situazioni che hanno contribuito allo sviluppo di criticità come quelle dello sversamento di reflui nei fossi?

    La carenza è prima di tutto strutturale e di gestione: la nostra situazione, in realtà, è analoga a quella di tre quarti delle coste balneabili italiane. Depuratori inadeguati, scarichi abusivi, mancato monitoraggio, mancati investimenti in reti fognarie: come dire, le politiche ambientali non sono state il forte delle passate gestioni. Prima del 2014 c’era un sistema sostanzialmente ingovernato, che si occupava del fenomeno di inquinamento solo con l’emissione di ordinanze di divieto di balneazione durante la stagione estiva. Si è aperta, però, una fase di “responsabilità” quando, a gran voce, nuove amministrazioni – tra cui la nostra, insediata nel 2012 – e operatori turistici hanno chiesto alla Regione di essere collettore e coordinatore di una serie di azioni concrete finalizzate ad abbattere l’inquinamento organico del mare. D’altronde, con le nuove normative europee, i divieti permanenti sono diventati più vicini e nessuno vuole divieti permanenti di balneazione in zone di turismo balneare. Siamo arrivati così all’Accordo di Programma regionale, per le Province di Massa Carrara e Lucca, che mette insieme tutti gli attori attorno a un chiaro spartito di compiti e tempi costantemente monitorati della Regione, con lo spettro dei commissariamenti che la stessa può fare se i soggetti non fanno il loro dovere.

  3. Da quanto abbiamo capito è in corso una sperimentazione di utilizzo dell’acido Peracetico per la depurazione delle acque, come sta andando?

    E’ una sperimentazione in corso dal maggio 2015. Applicazioni di 0,5 mg/l di una soluzione di acido peracetico nelle c.d. “idrovore” (le pompe di sollevamento che prendono le acque dalla fognatura bianca e le portano nei corsi d’acqua). I primissimi risultati sono confortanti, ma la sperimentazione è in corso ed è presto per giudicare in modo serio e compiuto. Come tutte le sperimentazioni, si parlerà dei risultati alla fine del periodo.

  4. Nel 2015 l’ARPAT pareva piuttosto scettica sull’utilizzo di questa metodologia, in rete si trovano dichiarazioni a loro attribuite di questo tono “I superamenti dei limiti previsti dalle leggi vigenti, che determinano i divieti di balneazione, si sono verificati anche quando quei trattamenti venivano effettuati e che L’acido non è previsto dalla normativa ambientale e può avere effetti collaterali sull’ambiente”. E altre in cui dichiarano che, “può avere una certa efficacia sui microrganismi indicatori di contaminazione, Ma in realtà non elimina necessariamente tutti gli elementi patogeni. Rimuove il segnale di pericolo, ma non il rischio effettivo per la salute“. Siete dell’idea che siano sempre di questo parere o pensate che – alla luce della sperimentazione de dei nuovi dati in loro possesso – possano avere elementi in più che li abbiano fatti cambiare idea?

    Con ARPAT ci troviamo sempre ai tavoli di sorveglianza che la Regione convoca periodicamente: ARPAT aveva espresso le sue perplessità all’inizio, ancorché non tutti sanno che questa tecnica fu usata fra il 2000 e il 2010 dal Comune di Pietrasanta con un sistema molto più blando e generico, col solo “controllo” proprio di ARPAT. Ad oggi, ARPAT lavora con funzioni di controllo a fianco dell’Università, la quale lavora al rilevamento dati, al monitoraggio e all’interpretazione dei dati: in questo suo lavoro di controllo ARPAT ha in mano l’interruttore di “STOP” della sperimentazione. Se ad oggi non lo ha ancora premuto, evidentemente la situazione non ha presentato criticità.

  5. Su alcuni paper (link) si sottolinea il fatto che l’acido Peracetico sia una sostanza “altamente reattiva e che può produrre forti effetti locali a contatto diretto con occhi, pelle e tratto respiratorio”, e in uno studio pubblicato nella US National Library of MedicineNational Institutes of Health si afferma che “I principali svantaggi associati alla disinfezione dell’acido peracetico sono gli aumenti del contenuto organico dell’effluente dovuto all’acido acetico (AA) e quindi alla potenziale ricrescita microbica (l’acido acetico è già presente nella miscela e si forma anche dopo la decomposizione dell’acido peracetico). Un altro svantaggio dell’uso dell’acido peracetico è il suo costo elevato, in parte dovuto alla limitata capacità produttiva nel mondo.” che opinione avete al riguardo?

    Personalmente ho l’opinione che la nostra Università, i nostri Professori e gli scienziati che abbiamo coinvolto – chimici, biologi anche marini, igienisti – siano il vero punto di riferimento per le valutazioni sull’uso di questa sostanza, prima ancora di Google e del web. E’ a loro che la Regione Toscana ha affidato la costruzione della sperimentazione ed è a loro che va riconosciuto il ruolo di soggetti competenti a esprimersi. L’Università sta lavorando con serietà e rigore nel compito di analisi e studio che serve anche ad ARPAT per valutare gli effetti ambientali. Poi, ricordiamoci che al tavolo siedono anche le Autorità sanitarie e l’Azienda ASL Toscana Nord Ovest, addetta alla garanzia di tutela della salute. In questo senso, è evidente che le Autorità preposte e, soprattutto, competenti abbiano espresso i loro giudizi sull’acido peracetico. In tutto questo, intendiamoci: la mia visione “laica” rispetto alle posizioni scientifiche resta, in ogni caso, accompagnata da un atteggiamento di estrema prudenza e di rigore. Si parla di integrità e salubrità dell’ambiente e si parla di salute umana: due beni di pari importanza, correlati, sui quali non si gioca né si scherza.

  6. In una dichiarazione attribuitale dal Fatto quotidiano lei nel 2016 ha dichiarato che la situazione in cui si trova è da “crisi di coscienza tra la necessità di salvaguardare l’ambiente e quella di salvaguardare la salute” . Cosa può dirci a proposito?

    E’ quello che dicevo poco fa. E’ la crisi che attanaglia chi prende piena consapevolezza che un’ordinanza di divieto di balneazione è un certificato di pessima salute del sistema: quando ci si mette la firma, si sta dicendo un duplice ordine di cose, ossia che il mare è inquinato e che la salute delle persone potrebbe essere pregiudicata. Una cosa seria e drammatica: ma non bisogna farsi prendere dal panico e bisogna che il politico faccia il suo, cioè costruisca risposte e soluzioni. Con questa situazione, un Sindaco può fare poco, direttamente, sia per limitatezza di strumenti giuridici sia per limitatezza di risorse: questa è la crisi. Ma politicamente ci siamo adoperati con enorme energia perché la Regione – che ha poteri e risorse – ci seguisse in questa consapevolezza e ci venisse in aiuto. Esiste una politica che si sporca le mani e lo fa rispettando ruoli, competenze e regole. Ambiente salubre e bello e salute umana salvaguardata sono i due obiettivi cui stiamo lavorando: e la stagione estiva 2017 ci ha confermato che siamo sulla buona strada.

  7. Come rispondete a chi pensa che l’utilizzo dell’acido peracetico sia soltanto una soluzione tampone che nulla fa per eliminare il problema alla radice?

    La sperimentazione è, al momento, il fazzoletto al naso gocciolante di un organismo – il territorio e i corsi d’acqua – che non è stato benissimo: l’Università e ARPAT sono “i medici” che stanno lavorando a tracciare le cause di quel “gocciolare”. E’ chiaro che man mano che si tracciano le cause, arrivano le soluzioni. Esempio: abbiamo rilevato zone ancora senza copertura fognaria e abbiamo investito col gestore del servizio idrico – GAIA S.p.A. – 2,3milioni di euro, così coprendo il 90% del territorio abitato. Altro esempio: come Comune abbiamo fatto un programma di investimento di 100mila euro annui per videoispezioni della rete fognaria meteorica per scovare gli allacci abusivi – che inquinano le nostre idrovore -, e siamo già oltre quota 100. Certo, se in questo programma di lavoro la sperimentazione dimostrasse che il peracetico è valido perché non intacca l’ambiente e perché abbatte i rischi che la salute umana corre con l’inquinamento, allora lo brevetteremo il giorno stesso; ma se ne parlerà a fine sperimentazione. Adesso, via, a lavoro!30546489_10156153919722978_308749526_o

Intervista a Riccardo Cecchini e Gilberto Baldaccini di Legambiente Versilia

  1. Partiamo dalla radice del problema, perché – secondo la vostra esperienza – si verificano criticità relative all’eccesso di batteri fecali alla foci dei fossi Motrone, dell’Abate e Fiumetto?

    Il problema è prevalentemente strutturale. Le zone urbanizzate sono ben servite da fognatura nera, spesso però questa interagisce con quella bianca per problemi di portata o di infiltrazioni. Vi sono possibili travasi che possono contaminare acque bianche e acque bianche che sovraccaricano la fognatura nera. Questo fenomeno sembra da imputare ad errori di progettazione. Poi c’è un aspetto legato alla normativa: agli impianti di depurazione è consentito bypassare le portate che superano i normali flussi dovute alle acque piovane, che sono in eccesso rispetto alla portata dell’impianto. Teoricamente ciò non dovrebbe verificarsi se non nel caso di fognature cosiddette miste. In pratica è impossibile evitare acque cosiddette “parassite” che con le piogge incrementano la portata delle fognature nere. Non sono infine da escludere allacci abusivi alla fognatura bianca da parte di abitazioni singole.

  2. Quali sarebbero, a vostro avviso, gli interventi minimi essenziali per ridurre il problema alla radice?

    Una prima cosa da fare, e in parte alcune amministrazioni locali la stanno facendo, individuare i tratti di fognatura bianca e nera che interagiscono tra loro e individuare i “furbetti” che si sono allacciati abusivamente. Poi però si dovrebbero ripristinare i flussi regolari e questo richiede uno sforzo finanziario non indifferente. Secondo intervenire sulla normativa, per provvedere al problema suddetto. Almeno per le aree che sono sensibili come quelle costiere. Anche questa operazione richiede finanziamenti consistenti finalizzati a rivedere l’assetto degli impianti. Servirebbero aree capienti, anche semplicemente per accogliere le acque piovane e trattarle successivamente. Nel contempo interventi per eliminare le infiltrazioni parassite.

  3. Da quanto abbiamo capito è in corso una sperimentazione di utilizzo dell’acido Peracetico per la depurazione delle acque, cosa ne pensate?

    Legambiente considera l’uso della disinfezione una strada non praticabile e accettabile solo negli ambiti consentiti dalla normativa. Auspica il sensato impegno di tutti i soggetti coinvolti (Amm. Comunali, Gestore servizio Idrico, Consorzio di Bonifica, ecc.) nell’affrontare il problema alla radice, anche coinvolgendo il potere legislativo, per le questioni già esposte. Vi sono, poi, aspetti etici e ambientali che vanno chiariti alla luce della possibilità di immettere sostanze estranee direttamente nell’ambiente acquatico per abbattere le cariche microbiche.

    Legambiente è convinta che una tal pratica, qualora venga adottata, dovrebbe assumere carattere di provvisorietà e dovrebbe essere attuata nel rispetto di severe prescrizioni che ne prevedano un utilizzo giornaliero, dosato in funzione delle capacità di abbattimento della sostanza, che non siano finalizzate alla sola eliminazione del “campanello d’allarme”, rappresentato dagli indicatori di contaminazione fecale (Escherichia coli), ma alla tutela della salute pubblica. L’utilizzo dovrebbe essere mirato alle fonti già da tempo individuate e quindi, nel caso del fosso dell’Abate, limitato alle idrovore che raccolgono le acque bianche e le recapitano, spesso contaminate, nel corpo idrico, anche per garantire l’efficacia del disinfettante che richiede adeguati tempi di contatto. Legambiente auspica infine che siano attuati controlli appropriati sui possibili effetti sull’ecosistema da parte di organi istituzionali (Università, Agenzia per la tutela dell’ambiente, ecc.), oltre a prove che ne validino l’effettiva funzionalità. Ciò nel rispetto del principio di precauzione, sancito dalla Direttiva comunitaria, che impone l’immediata sospensione dei trattamenti, qualora questi creino anche il minimo impatto sull’ecosistema e sulle sue componenti.

  4. I dati dei rilevamenti fatti alle foci nel corso del 2017 sembrano piuttosto incoraggianti, con pochi e sporadici sforamenti, siete dell’idea che sia merito dell’utilizzo dell’acido Peracetico, della riduzione di certe criticità fognarie oppure semplicemente delle scarse precipitazioni?

    Tutto quanto è stato fatto in questi ultimi anni ha probabilmente favorito il miglioramento della situazione, compreso l’effetto del peracetico. Tuttavia siamo convinti che il fattore determinante sono state le scarse precipitazioni della stagione estiva.

  5. Su alcuni paper (link) si sottolinea il fatto che l’acido Peracetico sia una sostanza “altamente reattiva e che può produrre forti effetti locali a contatto diretto con occhi, pelle e tratto respiratorio”, e in uno studio pubblicato nella US National Library of MedicineNational Institutes of Health si afferma che “ “I principali svantaggi associati alla disinfezione dell’acido peracetico sono gli aumenti del contenuto organico dell’effluente dovuto all’acido acetico (AA) e quindi alla potenziale ricrescita microbica (l’acido acetico è già presente nella miscela e si forma anche dopo la decomposizione dell’acido peracetico). Un altro svantaggio dell’uso dell’acido peracetico è il suo costo elevato, in parte dovuto alla limitata capacità produttiva nel mondo.” che opinione avete al riguardo?

    Non abbiamo approfondito i suddetti aspetti. Essendo un forte ossidante e comunque possibile l’azione diretta a livello degli organi più sensibili. Dai risultati delle sperimentazioni effettuate da Arpa e Università non sono stati evidenziati danni correlabili con la tossicità su organismi acquatici test e senz’altro, da questo punto di vista, è più sicuro del cloro. Rispetto a questo sembra sia senz’altro più costoso e per questo forse meno diffuso nei trattamenti di disinfezione anche delle acque potabili.

  6. Siete anche voi dell’idea che l’utilizzo dell’acido peracetico sia soltanto una soluzione tampone che nulla fa per eliminare il problema alla radice?

    Si

Al netto delle risposte che abbiamo ricevuto pare delinearsi una situazione dalla lettura tutt’altro che semplice; le problematiche del territorio sono evidenti, così come gli sforzi intrapresi dagli enti per porvi rimedio. Mentre attendiamo fiduciosi i risultati della sperimentazione condotta dall’Università di Pisa mi sento di dire che a questo punto, se anche fossimo nella merda fino al collo, l’importante è che, a chi l’ambiente deve tutelarlo, non gli venga voglia di mettersi a fare gli schizzi.

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