Brent Dorington, Pipeline

Con questa domanda iniziava un famigerato articolo di Surfing del 1972; si, perché quello che adesso ci sembra un indispensabile accessorio per la nostra sicurezza, non ha avuto una storia semplice.
Fino agli inizi degli settanta, infatti, le tavole erano prive di leash e, quasi ad ogni wipe out, si era costretti a delle lunghe e faticose nuotate fino a riva per recuperare la tavola. Questo, se da un lato rendeva lo sport appannaggio di pochi – e fisicamente preparati – privilegiati (con l’arrivo della resina prima e l’accorciamento delle tavole dopo, la popolazione surfistica era notevolmente incrementata, ma nulla di paragonabile a quello che successe negli anni a venire), dall’altro rendeva piuttosto scoccianti certe session in cui si passava più tempo a nuotare che a cavalcare qualche onda.
Già nei primi anni ’30 Tom Blake aveva provato a costruire qualcosa del genere, attaccandosi ad una cintura stretta in vita una corda di cotone che aveva fissato alla tavola, l’idea però gli sembrò più pericolosa che utile e, perciò, decise di abbandonarla. Poi nel 1958 un francese di nome George Hennebutte inventò qualcosa di molto simile ad un leash, ma anche la sua invenzione non venne presa in considerazione e, presto, fu dimenticata.
Quello che è, unanimemente, considerato l’inventore del leash moderno è Pat O’neil, filglio di Jack O’neil (il “creatore” delle mute da surf), che – nel 1970 – fissò con una ventosa un lungo tubo chirurgico al nose della tavola e legò l’altra estremità al suo polso.
A prescindere dal fatto che il leash teneva vicina la tavola dopo un wipeout, inizialmente si pensava che un surfista potesse usare il nuovo prodotto anche per migliorare curve e cutbacks; alla fine del 1971, comunque, il leash aveva cominciato ad essere legato caviglia e fissato alla coda della tavola (come il francese Hennebutte aveva fatto anni prima), e cominciava ad essere venduto da Control Products e Block Enterprises, entrambi dalla California del sud.
Pubblicizzato come sistema di sicurezza, le prime versioni in gomma dei prototipi erano in effetti molto pericolose: lo stesso Jack O’Neill perse definitivamente la vista all’occhio sinistro nel 1971, dopo che la sua tavola legata al leash scattò all’indietro e colpendolo in faccia. Intanto, migliaia di surfisti di migliaia cominciavano a costruirsi da soli i primi laccetti, utilizzando surplus di cordino elastico marino che rimediavano al porto.
Tornando al titolo di questo articolo, il pezzo su Surfing fu intitolato “To leash or not to leash…” perché per i primi anni il dibattito sulla pericolosità o meno della nuova invenzione tenne occupato l’intera comunità surfistica.
I puristi osservavano, giustamente, che i leash incoraggiavano i surfisti meno esperti ad entrare in spot che avrebbero altrimenti evitato (in particolare i break rocciosi, nei quali sfasciare la tavola era un attimo se non si era abbastanza abili da non perderla) e che, rimuovendo, il tempo di nuoto dall’esperienza di ogni surfista, le line up sarebbero state più affollate che mai. Inoltre, sostenevano, facendo affidamento sul leash i surfisti in generale stavano diventando meno preparati in acqua. “Il guinzaglio è per i cani” era il motto non ufficiale del gruppo del No Leash.
I sostenitori del Leash invece, dicevano che era molto più divertente fare surf che nuotare, e che i laccetti avrebbero promosso una pratica di surf più libera e sicura. Nel 1975 il gruppo pro-leash aveva definitivamente vinto il dibattito (sebbene sarebbero dovuti passare ancora alcuni anni prima che i leash fossero usati sulle grandi onde) e nel 1980 era raro trovare un surfista che non usasse il laccetto.
La costruzione e l’affidabilità dei leash sono migliorate costantemente nel corso degli anni; Passi fondamentali furono fatti nel 1975, con l’introduzione del laccetto di Control Products, costituito da otto piedi di cavo di nylon inseriti all’interno di sei piedi di tubo di gomma, così da limitare la tensione di trazione e nel 1978, quando l’uretano divenne il materiale principale.
Negli anni ci sono stati ancora alcuni incidenti legati all’uso del leash , un piccolo numero di surfisti è annegato dopo che i loro laccetti si sono aggrovigliati su una roccia o su qualche barriera corallina (incluso, con ogni probabilità, il big wave rider Mark Foo, a Mavericks nel 1994), e il leash è stimato essere la causa di oltre il 10 percento degli infortuni dovuti al surf.
Tuttavia un numero incalcolabile di infortuni è stato evitato da quando le tavole non volano più come missili dopo ogni caduta. Molti surfisti di grandi onde, inoltre, affermano di essersi salvati la vita dopo un massiccio wipe out usando il loro leash per “arrampicarsi” fino in superficie.
Nonostante questo, l’ironia e lo scetticismo che hanno accompagnato la nascita di questo accessorio continuano a persistere nei nomignoli che gli vengono, tuttora, affibbiati: gli australiani, per esempio, chiamano il leash “cappio per le gambe” e ci sono dozzine di sinonimi spregiativi con cui il laccetto è stato chiamato nel corso degli anni, tra cui “ding string,” “surf strap,” “shot cord,” “shock cord,” “power cord,” “kook connector,” “kook cord,” “sissy string,” “dope rope,” and “goon strap”.