Antropomorfo: Che ha sembianze di
uomo.
Dizionario Treccani.

Antropizzato: Si dice di territorio o
di paesaggio che abbia subito
antropizzazione.
Dizionario Garzanti

Anthropology: The study of human
societies and cultures and their
development.
English Oxford Dictionary

Music: cogliere il potenziale
eroismo dentro un marchio ben
registrato.
Francesco Azzirri

Se gli tocchi i Pearl Jam, ti saltano
alla gola.
L’Editore.

Quando ancora si poteva fare cominciai a scrivere una specie di recensione sull’ultimo disco dei Soundgarden e l’avevo chiamata “Il Re Animale e i Residui del Grunge”. Non l’ho mai finita né pubblicata, resterà inedita a eterno monito. Un po’ forse per pigrizia e un po’ perché gli eventi si sono messi a correre all’impazzata, come del resto sono soliti fare. Adesso è troppo tardi per concludere, che potrebbe apparire di cattivo gusto, perché chi si toglie la vita alla fine riesce sempre a guadagnare quel po’ di rispetto che va a aggiungersi a quello che già era riuscito a racimolare nella vita se lo aveva fatto o, in ogni caso, è come se si ricostruisse una verginità. Questo mi fa sempre pensare a Freddy Mercury, che quando morì ne dissero di tutti i colori – pure che s’inculava le galline – solo perché era omosessuale, mentre a Cobain che sostanzialmente era, a parte il resto, un tossico all’ultimo stadio, furono tributati struggenti e malinconici ricordi in memoria dell’angelo caduto. C’è di che riflettere. Quello che aveva di bello la recensione era la descrizione del libretto dell’album, che non è mai da sottovalutare; era metal in un certo senso, un po’ in stile Iron Maiden, con le pagine dei testi (nel caso di King Animal illeggibili) intervallate da foto singole dei musicisti in posa. E mi fa ridere pensarlo perché mi diverte condividere il fatto che Kim Thayl nella foto sembra tuo zio appena uscito per una passeggiata corroborante e digestiva dopo il pranzo di Natale. Provate a guardare e poi dite se non avete avuto la stessa impressione. Tuttavia, al di là delle note di colore, quello che alla fine importa è la musica, e l’atteso disco della reunion non è stato poi né così innovativo, né ha assunto la forma e la sostanza di un consolidamento; ma che, ne avevano necessità?

Soundgarden

Erano i Soundgarden! La loro storia è stata una continua scalata alle vette del mito, ogni disco un chiodo poderoso piantato nella parete della storia della musica, perlomeno in quella degli ultimi trenta anni, fino all’apoteosi di Superunknown. E sebbene Down On The Upside lo abbia ascoltato alla noia, fino a non ne poter più, non è più bello del precedente, né di Badmotofinger, né di Louder Than Love, né di Ultramega Ok (perché era il primo e possedeva la rozzezza della sala prove). Ma glielo avevo perdonato, come è giusto che sia. E poi si erano sciolti, e avevano fatto bene. E sono queste considerazioni che mi introducono nel vivo dell’analisi. Una band, ogni band che si rispetti, dovrebbe tenere a mente o corrispondere a perlomeno – sintetizzo – quattro elementi fondamentali, essenziali per il successo e per il suo mantenimento: 1) il carisma del cantante; 2) far parte/essere esponente o inventare una scena/genere musicale; 3) sfornare un album primitivo, confermarsi con un capolavoro; 4) smettere prima di diventare la cover band di se stessi. C’è il fitto di esempi, da non sapere da che parte cominciare, in negativo. I Red Hot Chili Peppers sono uno di questi, una direttrice tendente all’infinito come una lancia in resta, la rispondenza incontrovertibile di quanto chiaramente citato sopra, l’arrivare a un capolavoro con Blood Sugar Sex Magic e il riuscire a replicarsi mantenendo il proprio stile, contaminandolo con suoni e arrangiamenti nuovi, One Hot Minute. Personalmente non accetto di buon cuore repliche, perché mi è sempre rimasta la netta impressione, alla quale cedo sempre con riserve, ma alla fine senza poterne fare a meno, che il loro concerto a Milano nel 1995 sia stato il più bello e coinvolgente a cui abbia mai assistito e non è che mi è possibile contarli sulle dita di due mani, avrei bisogno che me ne fossero prestate parecchie altre. L’impatto omosessuale di Dave Navarro a torso nudo e in pantaloni di pelle mise a serio rischio, allora, le mie convinzioni in merito ai miei gusti sessuali e, dopo lunghe riflessioni, decisi che non avevo mai visto, né lo avrei fatto in seguito, un chitarrista come lui; e in effetti è andata poi così.

Dave Navarro

Non era solo il suonare, era lo stare sul palco, il dimenare lo strumento a gambe divaricate come un bastione rock sul quale si infrangevano le onde dei nostri umori, la personificazione della violenza, dell’erotismo, della strafottenza e della libidine del R&R. Quel concerto fu un’orgia di massa in cui i Red Hot Chili Peppers scoparono migliaia di persone fino a un orgasmo collettivo che loro erano pronti a ricevere a braccia aperte e con il volto sognante alzato al cielo, di chi ha avuto la visione di un dio adorno di luce che spezza in due il firmamento a mostrare dimensioni sostenute da niente se non bellezza incontenibile. E dire che ero con mio fratello ed erano giorni che non ci parlavamo per non so quale scazzo, ma l’evento ci riequilibrò il karma e dopo quello eravamo più uniti di prima e più complici e più intimi e legati da un legame che era andato oltre al patto di sangue. Ottimo, pare che fin qui non si faccia una piega; solo che gli stadi pieni riescono, nella loro funzione idolatrante, a generare uno spartiacque tra quello che siamo e quello che che fino a quel momento si sarebbe voluto fare e essere. Ecco la compianta fuga di Navarro e il ritorno di Frusciante, che era stato immortalato in un libro italiano di narrativa adolescenziale molto famoso negli anni novanta – così famoso che lo ha letto persino mia madre – al quale probabilmente l’eroina, oltre alla giovinezza e ai denti, ha portato via persino la capacità di suonare la chitarra. Nasce Californication, un disco che si intitola come una serie televisiva in cui Fox Moulder si lamenta perché non riesce a trovare fighe pelose da chiavare, un chiaro tassello fissato per assicurare la pensione nei conti in banca, una trafila di canzoni insulse, scontate, elementari e ammiccanti al grande pubblico, pop nel vero senso del termine nascoste dietro alla patina di ribellione e di tatuaggi scoloriti, come una qualsiasi festa dei bagnini del 15 di agosto sulla riviera versiliese. I Red Hot Chili Peppers assumono quindi i contorni del gruppo che non riesce a soddisfare la quarta condizione, diventano la propria cover band e salutano per sempre i fasti del mito, divenendo espressione radiofonica di un mainstream sottotitolato affinché anche i non udenti possano riuscire a sentirsi liberi di acquistare i loro prodotti. In tal senso è come se antropizzassero la propria storia, rendendola fruibile ai più, perché i territori selvaggi su cui si erano mossi in precedenza contenevano in ogni caso quel ché di naturale e esotico, che era accessibile in pieno solo agli esploratori più intrepidi e capaci di riconoscerne e apprezzare bellezza e eroismo.

Truly

Il semisconosciuto cantante dei Truly Rober Roth, band ritardataria e sottovalutata, che era arrivata successivamente alla soglia di partenza del grunge di Seattle, pagando gli interessi per riuscire a avere un posto in quinta fila quando sarebbero stati consegnati i premi ai partecipanti di quella maratona che fu rappresentata dall’ultimo genere musicale dotato di un senso antropico – ovvero riuscire a donare una nuova interpretazione al bisogno tutto umano di poter urlare contro le regole e le consuetudini che la società autocrea, ai fini stessi della sua sopravvivenza e conservazione. Stava crollando il muro di Berlino e l’occidente divideva le sue stesse emozioni tra la paura, l’entusiasmo della vittoria del turbocapitalismo e l’entusiasmo di chi vedeva un’occasione per ricominciare daccapo perseguendo nuovi schemi di vita e gestione della società – mi regalò un libro che allora non era ancora disponibile in italiano, Grunge Is Dead di Greg Prato. Si tratta della storia del genere raccontata dai protagonisti, dal principio alla fine, senza domande ma divisa in capitoli di cui ognuno tratta un argomento in ordine temporale, seguendo lo schema del divenire della storia dell’espressione attitudinale e sonora nata a Seattle circa a metà degli anni ottanta. Mi colpì in particolare la parte relativa agli ultimi Alice in Chains: a fine anni ‘90 uscì il loro Music Bank che conteneva un inedito, Get Born Again, canzone splendida. All’epoca pensai che meno male che c’erano ancora loro, in un’era di mortorio in cui ancora rimbombava l’eco di quel colpo di fucile che adesso desidero rievocare utilizzando le stesse parole del suo autore: that legendary blast is such a bore. La canzone mi riaccese la speranza che ancora si poteva sognare, che ancora c’era un gruppo che aveva qualcosa da dire, che ancora sussistevano le condizioni affinché la musica potesse apparire antropologicamente idonea a descrivere la condizione umana 10 anni dopo la caduta del muro, quando di tutte quelle speranze e paure era rimasta solo una cosa, il turbocapitalismo. Il testo di Get Born Again rappresenta una chiara dichiarazione di intenti, un saluto e un monito: Layne Staley fu trovato morto giorni dopo il decesso, a mostrare che si può restare da soli anche se si è conosciuti da tutti in tutto il mondo.Nel libro di Greg Prato sono raccontati – dai protagonisti – molto bene gli istanti immediatamente successivi al ritrovamento del cadavere, ennesimo, di un intero movimento, così tragico che si fatica a trovarne di uguali nella musica, funestato da morti violente, suicidi e overdose letali durante tutto l’arco della sua breve durata. Il tema principale, a detta di tutti, è solo uno: non mollate, continuate perché c’è bisogno di voi. E io sono d’accordo. Il problema è che, essendoci di mezzo il suicidio del frontman, era possibile continuare solo con una sostituzione che avrebbe, inevitabilmente, portato a una reiterazione di quanto fatto prima. Ecco allora che un gruppo che, a differenza dei Soundgarden e dei Red Hot Chili Peppers, ha continuato a soddisfare la terza condizione, si trova costretto, suo malgrado, a non soddisfare la quarta, diventando l’ineluttabile e ovvia cover band di se stesso. Gli esempi sono sempre propedeutici a un ragionamento, servono a creare una base il più plausibilmente solida che possa essere sufficientemente idonea a presentare la tesi che si vuol descrivere e, possibilmente, dimostrare. Ladies and gentlemen, let me introduce now the core of the whole writing, here you are, the Pearl Jam. Tutto questo nasce perché proprio in questi giorni sta girando uno spezzone del loro ultimo singolo, anticipatore del loro prossimo album, del quale i poveri mortali non appartenenti al loro potentissimo fan club, il Ten Club, possono solo assaggiarne uno scampolo. E’ intitolato Can’t Deny Me e pare porsi sulla scia di dissidenza esplicita inaugurata con il brano Bu$hleaguer, dall’album Riot Act del 2002, anche se i nostri non sono nuovi a canzoni di protesta, basti pensare alla Dissident di un lontano VS (che stava per 5 VS 1, allegoria americana della masturbazione maschile, forse per abituare i propri fan a quelle seghe mentali che in seguito li avrebbero pesantemente caratterizzati). Sono stato un loro fan; per certi versi mi ci considero ancora. Ma sono proprio loro che mi hanno spinto a teorizzare i 4 punti che sono poi diventati un assioma personale al modo in cui mi approccio alla musica, o meglio, alla sua interpretazione. E’ bene a scanso di equivoci dire subito che il disco perdonato è No Code, dopo quello il nulla, visto che da perdonare c’era veramente troppo. Loro nascono dalle ceneri dei Mother Love Bone, vero e proprio banco di prova, o come mi piace definirli, con una formula ripresa dal teatro, le prove generali dei futuri PJ. I cari Ament e Gossard, rispettivamente bassista e chitarrista ritmico della band, non fecero altro che ricercare il successo in ogni modo, partendo dai Green River (ottima band che annoverava al suo interno i prodromi dei Mudhoney) fino a approdare alla conoscenza dell’angelico Andy Wood, un buon artista e cantante, amato da tutti e scomparso per overdose giusto una settimana prima dell’uscita del disco di esordio, Apple. I nostri non si diedero però per vinti e passato il lutto (esorcizzato con i Temple of the Dog), misero su i Pearl Jam, ponendo come frontman quel surfista benzinaio di San Diego di cui avevano fatto la conoscenza, Eddie Vedder appunto. E per tenere fede al loro eccezionale tempismo, fecero in modo di essere in prima fila quando esplose il grunge (alla faccia pure dei Truly), annoverandosi tra i massimi esponenti anche se, a dirla tutta, al principio poco avevano di quella verve musicale, attitudinale e pure culturale che contraddistingueva il genere musicale covato nel nord ovest americano fino dalla metà degli anni ottanta. Ecco, come riassunto stringato della favola non è male.
Ten, il primo album, contenente le hit da classifica Alive, Black e Jeremy, era fatto per il successo. Non si può considerare un album primitivo, perché Apple lo era, ma già dotato di una certa maturità sia nei suoni, che negli arrangiamenti; la verve di Vedder, carismatico leader nato, si esplicava già da subito, nelle incisioni, nei video e nei live, dove amava trasformarsi in scimmia impazzita e scalare le impalcature dell’impianto luci. A ruota VS, per certi versi più crudo e essenziale, meno ragionato e più istintivo, sporco nelle distorsioni come nei puliti, sebbene fosse dotato di un innegabile filo conduttore che legava a sé le dodici tracce, da Go a Indifference, in un corpus ben più omogeneo del precedente, si percepisce il lavoro di sala prove fatto dal gruppo nella direzione di una comunione di intenti musicali. Poi Vitalogy che ho sempre considerato come l’album più grunge, dal package vintage che ricalcava un libretto di inizio secolo che leggenda vuole Vedder trovò in un mercatino dell’usato.

il libretto di Vitalogy

Le canzoni sono intervallate da tracce che al primo ascolto potrebbero sembrare un riempitivo (vuoi mettere Spin The Black Circus con Aye Davanita o Bugs?) ma in realtà sono proprio quelle che danno il senso di concept a tutta la registrazione, che è come sfogliare un opuscolo che ci porta ai tempi della nonna, in cui se ti facevi le seghe diventavi cieco. Ecco dove era meglio fermarsi. L’intero lavoro si poneva come un tributo a Seattle, al grunge e all’anima ingombrante di Cobain e probabilmente forse sarebbe stato meglio se i cinque avessero deciso di prendere ognuno la sua strada, Vedder sognante a guardare il panorama delle montagne dell’Alaska scorrere dietro al finestrino di una corriera diretta a Anchorage, il suo dolce ukulele posto al suo fianco. E gli altri pure al diavolo che tanto il gruppo è principalmente lui. E questo non è un mero convincimento personale, ma provato da modi di fare e atteggiamenti resi in particolare dal seguito, la base calda dei fan. Si sono sempre caratterizzati in genere come depositari della più assoluta verità musicale, perché unici a comprendere la straordinaria carica rivoluzionaria sia politica che musicale del gruppo in questione. Li seguono ovunque, in genere in un tour nazionale di tre/quattro date, non puoi considerarti un vero fan dei Pearl Jam se non partecipi almeno a due/tre. Ognuno di loro conosce Vedder intimamente come nessun altro e la maggior parte dell’area di sesso femminile ne è più o meno esplicitamente innamorata, si cerca ragazzi che gli assomigliano e odia le mogli (la prima, Beth Liebling, fu pure pesantemente stalkerizzata) e compagne del nostro che, con l’andare del tempo, si sta evolvendo sempre più in un clone di Russell Crowe. Sarà forse anche per quello, il gladiatore che affronta palchi, folle, amministratori corrotti e imprenditori vampiri, alfiere di battaglie contro l’estabilishment. Bravo, sul serio. Dopo il concerto solista che Vedder tenne a Firenze nel 2017, pareva che ormai non valesse più la pena di vivere o di continuare a ascoltare musica, visto che tutto si era risolto lì, in quella serata, con buona pace di chi non vi aveva partecipato. La caratura emozionale dell’evento, lui ubriaco di Chianti, ognuno che vive lo show come se fosse stato da solo e non in compagnia di migliaia di persone, come se Lui avesse cantato esclusivamente per ognuna delle persone presenti, in culo all’empatia. I social il giorno dopo sono letteralmente esplosi, e per giorni non si è parlato di altro. E allora, concludo, basta, cito letteralmente da “Poesie con le Tette”, del poeta Francesco Azzirri:

“I social hanno la capacità di far uscire la carogna a chiunque e no, non mi toglierò da facebook, perché non è questo il punto. Non cambierebbe nulla; pensate se tutti facessimo finta di niente mentre alle poesie crescono le tette. Eddie Vedder è venuto a Firenze e, dagli svariati, infiniti e ripetuti post che ho letto, sembra sia stato uno dei più grandi eventi rock di tutti i tempi. Questo mi distoglie un po’ dal mio odio verso la poesia accompagnata dalle donnine gnude o dallo scorcio ripreso da un balcone di un borgo rurale in cui la nebbia si alza soavemente per andare ad accarezzare il creato, che dovrebbe portare il lettore ad apprezzare la vostra magnifica poesia. Sta bene. Potrei giurare sulle tette delle poesie che, quando saranno a Lucca per la data italiana di quello che si vocifera essere il loro ultimo tour, il concerto dei Rolling Stones sarà definito sui social magico quanto (più probabilmente quasi quanto) quello di Eddie Vedder. Ma forse sono io il cazzone: quando li vidi al circo Massimo li trovai stratosferici (considerando anche il fatto che, alla loro età, mio padre si addormenta sui cruciverba e che io, a trentasei anni, dopo dieci minuti a far mosse Jaggerine, senza cantare s’intende, morirei d’infarto) ma non mi adoperai a scrivere PER UNA SETTIMANA INTERA post su come fosse stato EPOCALE BELLISSIMO DA LACRIME. Ma è così che funziona, insomma, con le tette, i Pearl Jam, la rete e tutto il resto.”

I Pearl Jam hanno antropomorfizzato il sentire musicale rendendolo accessibile alla gente, alle mamme e ai babbi, alle ragazzine che, innamorate a 18 anni del bellone che fa l’alternativo, decidono di approcciarsi seguendone il percorso musicale e approdano ai Pearl Jam perché sono quelli più accessibili, ai ragazzini che si trasformano in Vedder perché così le ragazzine si innamoreranno di loro, imitandone la voce baritonale e roca e in alcuni casi arricciandosi i capelli con la permanente. Una volta stretti nella morsa non se ne esce più, persino dopo l’uscita di album inascoltabili, reiterati e del tutto simili a loro stessi, persino quando non c’è niente da perdonare, persino quando la formula non cambia e si avvita a molla rimbalzando sullo stesso perno oliato del Fan Club, della critica compiacente, dei milioni di seguaci che non vogliono sentire ragioni, anche quando diventa palese che sono diventati la cover band di se stessi e che si passano la palla con Ligabue. Adesso zittiamoci tutti e mettiamo Can’t Deny Me, non sullo stereo perché non è ancora possibile, sul PC, scaricata da Soulseek, chiudiamo gli occhi, inspiriamo profondamente, sospiriamo in un’estasi goduriosa, loro sono tornati e la Sua voce sensuale è tutta qui per me. Mi fa sognare, mi fa venire voglia di toccarmi pensando alla tipa che lo ama come mai non amerà me perché sta con me solo perché sono una caricatura di Lui, che mi rimette in pace con il mondo perché urla tutte le sacrosante verità che io stesso penso, sono incazzato, l’America, Trump, il turbocapitalismo e tutto il fottuto resto. Non puoi ignorarmi società, stato, pianeta, io esisto, io sono Antropo elemento e tutto viene dopo e forma parola e significato solo in base al fatto che io vengo prima a sorreggerne il senso. Ed è tutto perfettamente in linea con questa era storica, che è diventata la brutta copia di tutto ciò che è stata fino a adesso.