C’è stato un momento – prima che il digitale, i prezzi esorbitanti della carta, il narcisismo egoriferito e il corporativismo eccessivo uccidessero i reportage di viaggio – in cui le riviste pagavano per avere dei resoconti dettagliati da angoli di mondo poco conosciuti.
Pare strano in un’epoca in cui la scarsità di contenuti e la centralità dell’elemento pubblicitario portano allo stravolgimento della realtà in favore del marketing – strumento e oggetto unico di quasi tutte le pubblicazioni – eppure, fino a tutti gli anni ottanta, ci sono stati dei giornalisti che con le loro parole e con la loro capacità di suscitare emozioni ed evocare suggestioni, sono riusciti a plasmare l’immaginario di generazioni. E questo grazie al fatto che esistevano ancora dei giornali che si potessero definire tali.
Cosa ancora più singolare è che tutto questo succedeva anche nel mondo del surf Journalism.
Dall’inizio degli anni settanta la coppia d’attacco Naughton/Peterson pubblicò su Surfer Journal una lunga serie di reportage dagli angoli più sperduti del globo, contribuendo a formare la coscienza di migliaia di giovani surfisti che, ispirati dai loro articoli, poterono scoprire break fino ad allora mai fotografati ed iniziarono ad avvicinarsi al mondo della surf exploration.
Nato nel 1953 a Filadelfia, in Pennsylvania, Naughton si trasferì assieme alla famiglia a Long Beach (California) nel 1959 e iniziò a fare surf a 11 anni.
Attratto fin da giovane dagli spazi sconfinati, appena finito il liceo cominciò a girare gli Stati Uniti in lungo e in largo, passando lunghi periodi alle isole Hawaii; poi, appena l’età glielo permise, aumentò il suo raggio d’azione spostandosi prima in Europa e poi in Centro America dove iniziò il sodalizio che fece la sua fortuna.
Nel 1973, infatti, decise di viaggiare assieme all’allora 17enne Craig Peterson, fotografo di surf di Huntington Beach. Peterson era nato nel 1955 a Washington DC, figlio di un ufficiale dell’aeronautica e di una pittrice, ed era cresciuto nel Maryland e a Porto Rico, fino a che non si era trasferito con la sua famiglia ad Huntington Beach dove, all’età di 10 anni, aveva iniziato a surfare.
I due si imbarcarono in un’impresa al limite del surreale, percorrendo l’America centrale a bordo dello scassatissimo maggiolone di Nautghon, dando il via ad una collaborazione che, nei successivi 11 anni, tirò fuori alcuni tra i migliori articoli di Surf Travel mai pubblicati.
La coppia, conosciuta come i “Lewis and Clark of surf travel”, inviò regolarmente a Surfer pacchetti pieni zeppi di fogli scritti a mano e diapositive a colori, nei i quali documentava le le avventure che si svolgevano in posti come Senegal, Liberia, Marocco, Francia, Spagna, Irlanda, Messico, Barbados e Figi.
Viaggiando per settimane o mesi di seguito, più volte senza un itinerario ben preciso, Naughton e Peterson aprirono la strada a dozzine di Break in tutto il mondo e, con i loro articoli, riuscirono a catturare magistralmente la stranezza, la gioia, le disavventure – qualche volta persino la noia – della loro vita di viaggiatori.
Peterson scattava le foto mentre si alternavano a scrivere gli articoli, riferendosi sempre a se stessi con la terza persona plurale . “Siamo entrati nel bar e ci siamo sistemati a un tavolo in un angolo“, scrisse Naughton nel 1975, descrivendo il loro arrivo nella città balneare di La Libertad, in El Salvador, dopo una straziante corsa in autobus di otto ore “Il posto puzzava di alcol stantio e di ascelle bagnate. I nostri discorsi ruotavano attorno alla ricerca di un posto dove dormire, sul come procurarsi più denaro, su dove c’erano le onde migliori e su dove potevamo spararci qualche altro drink. Nel giro di un paio d’ore, entrambe le nostre lingue furono intorpidite dal tonico locale. Kevin scansionò il bar. Non era certo un posto per scolarette. Cinque borchie dall’aspetto cattivo erano appese a un tavolo da biliardo strappato, sbiadito e illuminato di verde. Le persone nella stanza sul retro erano impegnate in una sorta di gioco che coinvolgeva denaro. Proprio accanto a noi una donna con una parrucca bionda stava spingendo fuori un giovane ubriacone. Kevin era rimasto senza parole vedendo Craig, che era accasciato sulla sua sedia, che faceva scorrere fra le dita una barretta di cioccolato che si gli era sciolta nel taschino della camicia. Luoghi come questo attraggono una razza molto speciale e Craig era chiaramente uno di loro. Le mosche ronzavano, le sedie scricchiolavano, le bottiglie tintinnavano, le parole scandivano il tempo: l’armonia di una cantina latina.”
Questo un esempio dell’eclettico stile di scrittura della coppia, uno stile a metà strada tra il Gonzo giornalismo di Hunter Thompson (Paura e delirio a Las Vegas ed Hell’s Angels, per citarne due tra i molti) e i classici reportage di viaggio. Un modo di raccontare il mondo di cui, oggi come mai, ci sarebbe più che mai bisogno ma che, purtroppo, è relegato negli scaffali polverosi delle biblioteche e resiste – se resiste – soltanto nelle piccole pubblicazioni a basso budget.

Thanks to
Surfer Journal
Matt warshaw