Il bodyboard è stato inventato da Tom Morey, un carismatico surfista della California del Sud.
Tom, laureato in matematica, aveva lavorato come ingegnere alla Douglas Aircraft prima di averne abbastanza di calcoli e bulloni ed aprire un negozio di surf a Ventura County, nel 1964.
Allo stesso tempo scienziato, futurista e imbonitore da circo, Morey ha trascorso la maggior parte degli anni ’60 portando strani e nuovi prodotti nel mercato del surf. La prima invenzione che partorì fu la Trisect, una tavola da surf divisibile in tre pezzi e che poteva tranquillamente essere riposta in valigia. Poi fu la volta di Slipcheck, una specie di paraffina liquida venduta in una bomboletta spray a forma di palla e disponibile in colori vivaci. Tom la pubblicizzava con slogan tipo “ti darà la forza mentale di un genio” e “Procurati la chiave per sbloccare il tuo potenziale sepolto”. Entrambi i prodotti furono nobili fallimenti (il Trisect pesava troppo, Slipcheck era decisamente fuori dalla realtà), ma con il suo sistema di pinne removibili W.A.V.E. Set Tom fece decisamente centro.

Nel 1973, dopo un breve periodo di scarsa prolificità, introdusse la Morey Boogie, una piccola tavola di schiuma senza pinne, che era una sorta di incrocio tra un bellyboard e un materassino gonfiabile.
“Acquistane uno dal tuo negozio di surf locale o costruiscila tu stesso con il kit di vendita per corrispondenza, a soli $ 25, spedizione inclusa”. Così Morey reclamizzava Il suo Boogie sulle riviste di surf della California.
La tavola era lunga 4 ‘6 “, pesava poco più di tre chili ed era progettata per essere surfata restando sdraiati sulla pancia. Presto “bodyboard “sarebbe divenuto il termine generico con il quale indicarla e Tom applicò la sua solita retorica pubblicitaria per il lancio del prodotto, dicendo che con la sua tavola finalmente sarebbe stato possibile “passare sopra i ragazzi che droppano, surfare barrel scavati in acque poco profonde e curvarsi in posizioni che nessuno ha mai sognato”.
Con la sua proverbiale esuberanza Tom, in qualche intervista, arrivò a paragonare il bodyboard nientemeno che alla stampa di Gutenberg, dicendo che entrambi i dispositivi avevano dato potere alle masse.
A prima vista, il Boogie sembrava un giocattolo per i bagnanti della domenica che i surfisti avrebbero potuto prendere in considerazione soltanto se le onde fossero state schifose, così, tanto per farsi due risate. La tavola però aveva un vantaggio innegabile: era legale durante le ore di blackball, quando le tavole da surf regolari erano vietate – negli Stati Uniti in certe ore e in certi spot i Lifeguard espongono una bandiera gialla con un cerchio nero in mezzo, che sta a significare che tutti i surfisti devono lasciare l’acqua e fare spazio ai bagnanti – e questa era una cosa che la rendeva non poco attraente. Comunque sia, quando i primi Boogie iniziarono a comparire sulle spiagge, furono usati principalmente dai bambini delle scuole, dai vacanzieri del fine settimana e dai turisti estivi: chiaramente questo prodotto non avrebbe avuto alcun effetto reale sulle line up della California.
Almeno questo era quello che si pensava ai tempi.
I ragazzi della spiaggia, invece, se ne innamorarono in massa; forse non era la stampa di Gutemberg, ma Morey aveva più ragione che torto.
Il suo Boogie era economico, sicuro, indistruttibile, facilmente trasportabile e divertente dal primo momento in cui si entrava in acqua – la tavola da surf non era nessuna di queste cose – così Tom vendette 125.000 body soltanto nel 1977, l’anno in cui decise di vendere il suo brevetto alla compagnia di giocattoli Kransco che ne rivendette a milioni.
Le critiche dei surfisti però erano, almeno all’inizio, piuttosto fondate in quanto novizi, surfisti part-time e turisti costituivano la maggioranza di bodyboarder dei primi tempi. Nel giro di due o tre anni dal debutto dei Boogie però, emersero una manciata di bodyboarder prodigiosamente preparati, che cominciarono a condividere le line up con i normali surfisti anche se erano considerati un enorme fastidio e trattati con malcelato scortesia.
Con il crescere del numero dei praticanti crebbe anche il disprezzo verso di loro da parte della maggior parte dei surfisti che, prevedibilmente, fecero del loro meglio per far sapere ai nuovi arrivati che gli consideravano appartenenti ad una classe inferiore.
Non eri un “bodyboarder”, eri uno “Spugnoso”, un “booger”, uno “speed-bump”, e le riviste di surf che osavano pubblicare foto di bodyboard rischiavano una casella di posta piena di lettere zeppe di insulti.
Poi arrivò Mike Stewart e qualcosa cominciò a cambiare.
Nato alle Hawaii, il un nove volte campione del mondo di bodyboarding si presentava sul palcoscenico della surf culture con un curriculum di tutto rispetto, aveva inventato almeno una mezza dozzina di trick aerei e surfato praticamente ogni tubo surfabile sul pianeta; in poche parole era semplicemente troppo forte per poter essere ignorato. Mike in poco tempo ottenne la visibilità e il rispetto che nessun bodyboarder prima di lui aveva mai avuto. Ciononostante non ebbe vita facile, negli anni ottanta la rivista Surfer pubblicò un articolo dal titolo “Mike Stewart è il miglior surfista del mondo?” e un lettore inviò al magazine una lettera che, senza troppo parafrasare, diceva “Per rispondere alla tua domanda, No, Mike Stewart non è il miglior surfista al mondo. È un frocio da boogie”.
Questo per far capire il livello d’odio che questa pratica si è sempre tirata addosso, nonostante che, dalla fine degli anni ’80, essa abbia raggiunto un enorme livello di popolarità, con tanto di riviste dedicate, campioni incredibilmente dotati e competizioni professionali.
Come per il leash, alla fine il mondo del surf ha stretto una tregua con la piccola tavola di spugna, anche se la disciplina non è ancora del tutto rispettata. Alla fine della giostra possiamo dire che la maggior parte dei surfisti non considererà mai figo il bodyboarding, ma perlomeno adesso nessuno dotato di un cervello si sogna più di ricoprire d’insulti un bodyboarder.
Non è una posizione di cui essere particolarmente orgogliosi, ma è pur sempre un piccolo passo in avanti.