Volgere lo sguardo verso est significa, spesso, puntare gli occhi verso l’orizzonte dove nascono le cose che fanno sussultare l’anima del mondo. Il sorgere del sole, i grandi movimenti di popolazioni, le rivoluzioni, le guerre, le contaminazioni di culture, religioni, passioni e amori.
E sulla costa dove si infrange il mare Adriatico – e sulle colline dove arriva l’eco di quello specchio d’acqua battuto dall’ostro – chi ci passa ogni giorno che la vita butta sulla terra deve confrontarsi con l’inquietudine che i tramonti rosa e senza sole lasciano a blandire il cuore. Un inquietudine vorace, alimentata, forse, dall’eco della rivolta che la luce che tinge di celeste gli olivi al crepuscolo si porta appresso dalle steppe dell’Asia.
Un inquietudine che porta a non accontentarsi, a guardare più in là, altre quell’orizzonte beffardo che nasconde alla vista qualcosa di mirabile, qualcosa che non si afferra, ma si sente che c’è, che è li e che basterebbe allungare la mano ed il cuore per afferrarla, prenderla e vomitarla dentro una parte di se. Poco importa se sia musica, arte o distruzione.
SLACK è un collettivo (sindacato si dicono loro), musicale e artistico, che ci piace pensare ben piantato dentro questo immaginario distopico che probabilmente esiste soltanto nella mente dello scrivente.
Sia quel che sia, di realtà che esistono – e si definiscono – in contrasto con lo status quo del panorama a-culturale di questo paese, muovendosi in un’ottica anacronistica, ma allo stesso tempo necessaria, come quella del D.I.Y., ce ne sono poche e il sindacato del punk è una di quelle realtà.
Pare che siamo rimasti in pochi a conoscere il significato – e, sopratutto, il senso – di questo piccolo, ma fondamentale, acronimo. D.I.Y. ovvero do it yourself , fallo da solo, come si direbbe da noi.
Spulciando qua e la tra rete, fanzine e riviste musicali d’antan si arriva alla definizione concorde che il D.I.Y, inteso come filosofia, sia un’etica nata e diffusa all’interno della cultura punk, che propugna il rifiuto per le major della distribuzione musicale – parte dell’ingranaggio capitalista – e la formazione di etichette indipendenti con cui pubblicare i propri album. Dall’autoproduzione dei dischi poi l’etica del DIY si è estesa fino ad abbracciare gli aspetti più disparati della produzione artistica e musicale. Con l’esplosione dell’hardcore americano dei primi ’80, il DIY ha avuto una larghissima diffusione espandendosi al massimo della sua estensione, per poi ritirarsi come un’onda di marea.
L’oracolo di Wikipedia dice, riguardo al D.I.Y, “una filosofia che offre un’alternativa all’enfasi della moderna cultura del consumo” ed è questo quello che offre SLACK, un’alternativa.
Come, e in che modo, sia possibile farlo nell’Italia del 2019 lo chiediamo a loro. Per SLACK rispondono Giorgia e Yuri.

Partiamo dalle basi, cos’è SLACK, come nasce e perché?

G: Slack è un contenitore di tutte le attività che ci va di fare. Nello specifico siamo una decina di individui e le principali produzioni svolte fino ad ora hanno che fare con musica, arti grafiche, serigrafia, organizzazione eventi, booking, produzione discografica, registrazione analogica…Nasce dall’esigenza di fare cose e di farle collaborando.

Quanto bisogno c’è, nel panorama Italiano, di realtà D.I.Y e perché ce n’è bisogno?

G: Non saprei, non mi sono mai posta il problema, sono molto egoista quindi ammetto che le cose le faccio per il mio divertimento personale, non tanto per dare un contributo al mondo, se poi qualcuno ne trae vantaggio meglio ancora.

Y – C’è un grande bisogno di gente appassionata , gente che metta il cuore in quello che fà , che poi siano nel giro underground , D.i.y. , major o che altro a me non interessa. Io ho puntato tutto sul fare le cose a modo mio per una questione di passione e per risparmiare qualche spicciolo , ma non mi sento di sicuro migliore di qualcuno che lavora alla capitol , alla emi o a quel cazzo che sia.

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Quanto spazio ha, nel vostro collettivo, la musica e quanto invece le arti grafiche?

G: Penso che la musica abbia necessariamente più spazio visti tutti i musicisti coinvolti, le stesse arti grafiche spesso sono in funzione del lato musicale…disegnamo flyer per eventi, artworks per albums, t-shirts per bands….ecc…ecc..

L’unica cosa forse slegata sono le t-shirts che disegnamo e stampiamo io e Yuri, si tratta di disegni abbastanza random, ideati a caso, senza nemmeno lo scopo di finire su una maglietta.

I gruppi di SLACK, quanti e quali sono?

Ecco una lista completa in continuo aggiornamento:

ANTARES (Gio, Yuri Paolo)

DEFECT (Gio, Yuri Paolo)

DEAF (Yuri, Enrico, Marco and Gio)

TREE HOUSE SOCIETY (Yuri, Paolo)

GUTS (Yuri, Steve)

FANGO (Yuri, Gio)

REPLICANTS (Yuri, Paolo)

BAVOSA ( Yuri, Enrico, Steve)

YUZZ (Yuri)

THE DICK DASTARDLY’S (Enrico, Marco, Steve)

HELL BROOD (Gio)

DOTS (Paolo)

FLAP SLAP (Paolo)

THE MONOTAPES (Steve)

BLUESSCADORE (Steve)

Quali sono i prossimi appuntamenti in cui li potremo vedere dal vivo?

G: Allora… i prossimi appuntamenti targati “Slack” sono tutte le domeniche al circolo “Orbita” a Gradara, nuova situazione inaugurata Domenica 10/02, con live di Bob Corn. Seguiranno appuntamenti settimanali con live, mostre e djset.

Inoltre abbiamo una serata programmata al Wave Club di Misano : SABATO 16/02 : DEAF + SCHOOLBUS DRIVER

C’è una linea progettuale nella scelta dei gruppi?

G: Il buongusto!

Y – Le belle canzoni

La scena italiana della live music di che salute gode secondo voi?

G: Oltre ai concerti che organizziamo noi devo ammettere che vado a pochi altri quindi se la situazione è drammatica è anche colpa mia.

Y – Troppe dentiere e pochi denti da latte.

Quali sono le radici musicali nelle quali vi riconoscete?

G: intorno ai 14 anni mi sono appassionata di Smiths e Smashing Pumpkins, praticamente musica per giovani depressi.

Y – Il rock con le chitarre.

Infine, il punk è morto, moribondo o sta bene?
Y – Il punk è morto nel preciso istante in cui gli è stato affibbiato un nome.