Il localismo è un fenomeno dalle molteplici sfaccettature e dalla lettura complessa. Peculiare del mondo del surf, ha sempre suscitato accesi dibattiti fra i surfisti e sdegnose incredulità tra chi non frequenta le spiagge.
Non è questa la sede per lanciare strali pro o contro il localismo, ci limitiamo in questo caso a constatare la longevità del fenomeno e la sua occasionale degenerazione in comportamenti estremi e violenti, che molto hanno a che fare con contesti sociali lontani dalle nostre coste; contesti in cui le comunità surfistiche hanno vissuto ai margini della legalità fino a pochi anni fa – e, in alcuni casi, lo fanno anche ora – dove il surf, il senso di appartenenza a un gruppo e la rivendicazione orgogliosa della propria marginalità fanno da collante a logiche da gang. Dando luogo a comportamenti che poco hanno a che fare con lo spirito del surf comunemente inteso, ma che molto hanno a che vedere con la precaria condizione di sottoproletariato sfruttato in cui molti surfisti – specialmente nelle isole – si trovavano a crescere.
Detto questo, presentiamo le 4 più famigerate – e oltraggiose – surf gang del pianeta.

1 Da Hui

Gli Hui O He’e Nalu – che sta per Club of Wave Riders – si formarono originariamente nel 1976, in risposta alle tensioni tra i nativi della famosa North Shore di Oahu e i non nativi che cercavano di promuovere lo sport del surf, capitalizzando l’alta qualità delle onde della regione.
I Black Shorts, come venivano comunemente chiamati – per per via del loro abbigliamento da surf, costituito da un costume nero portato a mo’ di uniforme – si focalizzavano sulla necessità di proteggere i break più popolari dagli estranei. All’epoca, molti locali erano frustrati dal crescente afflusso di surfisti non hawaiani sulla North Shore, così come dalle competizioni di surf, che monopolizzavano gli spot escludendo gli hawaiani da tutti i ritorni economici.
Nel loro periodo di massimo splendore, i Da Hui, si erano guadagnati una certa reputazione, sopratutto per il modo incisivo di imporre il loro punto di vista. Durante i contest, ad esempio, i membri del club remavano fino alla line up in segno di protesta, si rifiutavano di andarsene e, spesso, picchiavano surfisti australiani e sudafricani che, secondo loro, non avevano rispetto né in acqua né a terra.

Sebbene Da Hui non sia più una vera e propria gang e sia attualmente più focalizzato su progetti volti a sostenere la comunità e sulla promozione del proprio marchio di abbigliamento, i Black Shorts sono ancora riconosciuti come il primo gruppo che è riuscito a imporre, e a far rispettare, le regole non scritte che dominano gli spot Hawaiani.

2 Wolfpack

L’evoluzione dei Da Hui ha portato al formarsi della più pericolosa delle surf gang delle isole, il Wolpack (in Italiano, Branco di Lupi). Quando le attività dei Black Short divennero troppo morbide infatti, qualcuno decise di impadronirsi del trono vacante.
Autodefinitosi difensori della North Shore, i Wolfpack hanno dominato le line up della zona, con l’intimidazione e la forza, per anni. A Pipeline i ragazzi dalle nocche tatuate decidono spesso chi può presentarsi in line up e chi no e quale onda va a chi, facendo rispettare, con metodi poco ortodossi, il loro complesso codice di comportamento – per capirsi, il surfer californiano Chris Ward droppò un local su un’onda a Banzai Pipeline; fu immediatamente spinto in spiaggia, dove un membro del Wolfpak gli spaccò letteralmente la faccia.
Sunny Garcia non è l’unico grosso nome legato alla gang, anche il compianto Andy Irons e suo fratello Bruce ne hanno fatto parte assieme al fondatore Kala Alexander (conosciuto più per le sua reputazione di testa calda che per le sue abilità come surfer) che tirò su la banda dopo essersi trasferito sulla North Shore da Kauai.
Alexander ha sempre detto che la mancanza di rispetto delle regole e il conseguente moltiplicarsi dei comportamenti pericolosi in acqua l’avevano costretto a formare la banda ma, ben presto, le attività del gruppo si espansero fino a comprendere una vasta serie di attività illegali.
Il nome “Wolfpak” è già tutto un programma “Ci muoviamo in branco”, racconta Kala “Surfiamo insieme e facciamo tutto quanto insieme. Se ti metti contro uno di noi, ti metti contro a tutti quanti.”
I violenti mezzi usati dal Wolfpak per far rispettare le regole in acqua hanno fatto guadagnare notorietà al gruppo anche al di fuori del mondo del surf. Internet è pieno di video che mostrano risse dentro e fuori dall’acqua e, nel 2007, al Billabong Pipe Masters, Sunny Garcia ha inseguito Neco Padaratz – contro cui stava in batteria – sulla spiaggia e l’ha pestato.
L’incidente ha mostrato in mondo visione chi è che davvero comanda a Pipeline.

3 The Westsiders

C’è stato un periodo, a fine anni novanta, in cui Santa Cruz pareva essere la capitale indiscussa dell’hard core surfing.
E, attorno all’immagini suggestive di quei point break, c’era una leggenda che si nutriva di icone, suggestioni e racconti; c’erano Flea e i suoi drop surreali, c’era Barney con le sue mute da supereroe, Peter Mel a capofitto giù dai muri di Mavericks e c’era il wipeout di Jay Moriarity, immortalato mentre veniva giù, come un cristo crocifisso, da un’onda immensa.
Poi c’era la droga, un sacco di droga; metanfetamina per essere precisi. E il West side contingent.
Essere locals a Santa Cruz era qualcosa di più che un riconoscimento identitario e, attorno a quei quattro ragazzi cresciuti nella zona ovest della città, fiorì una scena che si spinse ben oltre il big wave riding.
La gang spadroneggiava sulla costa, lasciandosi appresso un turbine di droga, attività illecite e surf di altissimo livello che è stato egregiamente rappresentato nel film sul West side contingent di Josh Pomer, The Westsiders.
Per rendersi conto del peso emotivo di questo documentario basta pensare che in 93 minuti ci fa rivivere la morte del padre di Ratboy (di cui lui fu testimone), la morte di due dei migliori amici di Flea, la sparatoria in cui fu coinvolto uno degli amici di Barney, la morte di Mark Foo, la realizzazione della malattia mentale di Barney, la riabilitazione di Flea e la discesa all’inferno di Vince Collier (storico local e mentore del Westside contingent), una discesa fatta di stupefacenti e intimidazioni paramilitari. Riprendere la vita di Flea e degli altri membri della gang non deve essere stata una cosa facile; quando Pomer iniziò le riprese, Virostko era ancora dipendente da metanfetamine, beveva due litri vodka ogni giorno e, un anno e mezzo prima del completamento del progetto, cadde per 15 metri giù da una scogliera durante un meth party, rompendosi un braccio e sfiorando la morte.
Flea è riuscito a fermarsi a un passo dal precipizio. Poco dopo il volo di 6 piedi fra l’arenaria, familiari e amici riuscirono faticosamente a convincerlo a entrare in un centro di riabilitazione e, da allora, è pulito.
Non a tutti è andata così bene, il 15 maggio del 2015 Shawn “Barney” Barron è stato trovato morto nel giardino di casa a causa di quello che il coroner ha definito “un infarto dovuto a problemi cardiaci ereditari, aggravati dall’uso di metanfetamina”, referto che i familiari non hanno mai accettato, sostenendo che i problemi di cuore sono ereditari nella famiglia Barron e che Barney era ormai pulito da diversi anni.
In definitiva, la situazione a Santa Cruz rappresenta probabilmente il più alto livello criminale a cui è arrivata una surf gang.
Non riguarda più soltanto la protezione, seppur distorta, del luogo in cui si vive e si surfa, gestendo le controverse ricorrendo a qualche rissa e a un po’ di spaccio di droga, come succedeva anni fa. Qui si è decisamente andati oltre, non è molto infatti che i surfisti della baia sono saliti all’onore delle cronache per una grossa sparatoria legata a controversie per il controllo del territorio e lo spaccio di stupefacenti.

4 Bra Boys

Formatisi nella città di Maroubra – New South Wales, Australia – negli anni ’90 i Bra Boys sono stati più volte sotto i riflettori per via dei loro metodi violenti. In un’intervista Koby Abberton, uno dei fondatori della gang, ha spiegato che il nome “Bra” è sia un riferimento a Maroubra, città da cui proviene la banda, sia un modo gergale per dire fratello. Membri di spicco di questa tranquilla associazione sono i fratelli di Koby, Sunny, Jai e Dakota Abberton, così come Rugby Leaguers, Reni Maitua e John Sutton.
Come per la maggior parte delle surf gang, le violenze e le intimidazioni dei Bra Boys giravano attorno alla “protezione” di un particolare spot: in questo caso un reef chiamato “Cape Solander”, che i Bra boys avevano ribattezzato “Ours”.
La cattiva reputazione, tuttavia, non è limitata agli incidenti correlati al surf. Intimidazioni, spaccio e svariate attività illegali facevano parte delle attività abituali dei ragazzi di Cape Solander e, nel 2002, il Sydney Morning Herald riportò una notizia che fece conoscere a tutto il mondo i locals di Maroubra. Il giornale riportava infatti che, mentre 160 membri dei Bra Boys partecipavano a una festa di compleanno al Club RSL di Coogee-Randwick, 80 ufficiali di polizia fuori servizio stavano organizzando una festa di Natale proprio li accanto; a un certo punto, le tensioni tra i due gruppi sono degenerate in una rissa mostruosa, con i Boys impegnati a scontrarsi con le forze dell’ordine e a mettere a ferro e fuoco la cittadina, in quella che divenne una vera e propria rivolta, sedata dopo ore e soltanto grazie all’intervento degli elicotteri delle forze speciali.
Nel 2005, il Bra Jai Abberton fu prosciolto dall’accusa per l’omicidio dell’ex membro Tony Hines, ma suo fratello Koby ricevette una condanna a nove mesi, sospesa soltanto per via di vizi di forma processuali. Questa storia – assieme a quella della gang – e il procedimento legale che ne è conseguito sono ben rappresentati nel documentario Bra Boys: Blood is Thicker than Water.

Thanks to The Inertia for the original source of the Bra Boys story.