Il Primo numero di Thrasher

Thrasher Magazine è stato fondato nel 1981 da Eric Swenson e Fausto Vitello, con un taglio editoriale in decisa opposizione allo status quo.
La rivista – originariamente fondata come piattaforma par la promozione del marchio di skate dei fondatori, gli Independent Trucks – ha poi trasceso il suo scopo originale per diventare la rivista di skate più influente al mondo.
Sotto la guida del leggendario redattore capo Jake Phelps (recentemente scomparso), il magazine si è presto guadagnato il soprannome di “Bibbia dello skateboarding”, in riferimento al suo ruolo sacrale all’interno della comunità – è sulle sue pagine, infatti, che gli skater vengono consacrati al culto della leggenda.
Ogni buona rivista ha un uscita che non può essere persa; nel mondo dell’informazione mainstream, c’è l’uscita di Time in cui si incorona l’uomo dell’anno, nello skate c’è il numero annuale di “Skater of the Year” di Thrasher, dove la rivista celebra lo skater che, più di ogni altro, ha incarnato il mantra Skate and Destroy nei precedenti 12 mesi.
Ed è qui che sta molta della carica anti sistema della rivista, in quello Skate and Destroy ripetuto fino alla nausea. Non importano le doti sportive fini a se stesse, ci sono skater fortissimi che non hanno mai vinto lo Skater of the year di Thrasher, quello che conta – oltre alla bravura – è lo stile.
Style is everything si diceva parlando di Jay Adams, Thrasher aggiunse allo stile anche l’importanza dell’attitudine.
Attitudine, un concetto molto caro all’etica punk che, anche nel momento in cui molte forze premevano lo skating verso la normalizzazione degli sport classici, Thrasher ha sempre spinto uno stile che trova il suo parallelismo maggiore con il movimento hardcore punk dei primi anni ’80.
Certo sarebbe intellettualmente scorretto non porre l’accento sul fatto che, a discapito di tutto quel tipo di atteggiamento, le società di skateboard – di cui il giornale è stato vetrina, più o meno, consapevole – hanno sempre prodotto i video come una sorta di strumento pubblicitario e quindi, si può dire, che in un certo qual modo il germe malato del marketing ha cominciato a infettare l’immaginario hardcore della rivista fin dai suoi albori.
Certo, da qui a vedere le modelle sfilare alla settimana della moda con il logo di Thrasher a fasciargli i seni ce ne corre, anche perché – a discapito di quanto detto poco sopra – il giornale ha sempre mantenuto un’altissima qualità, promuovendo sulle sue pagine l’adesione ed il sostegno alle svariate realtà underground.
Ma com’è allora che si è arrivati alle T-shirt svendute nei grandi magazzini e alle comitive di ragazzini con i risvoltini che le indossano senza mai aver preso in mano uno skateboard?
Phelps insisteva sul fatto che Thrasher è stato generalmente coerente con la sua estetica e il suo atteggiamento per tutti i suoi 35 anni di esistenza, e non possiamo dargli torto. Tra l’altro la sua visione del mondo era davvero una visione complessa e anti establishment, costruita in anni di vita al di fuori della legge, in una San Francisco drogata e pre-tecnologica.
Quello che è successo, a nostro avviso, è stato quello che succede sempre quando il capitale riconosce la forza di un fenomeno che, sostanzialmente, non è del tutto allineato con i suoi dettami: lo coopta, tentando di assorbirlo e risputarlo fuori come mero prodotto, svuotato dal suo impatto culturale.
A questo ha contribuito molto anche la scelta, a nostro avviso opinabile, di affidarsi a Viceland – il marchio multinazionale di canali televisivi di proprietà di Vice Media – per la diffusione e la trasmissione dell’annuale “King of the Road” di Thrasher. Storicamente, K.O.T.R. era distribuito in DVD assieme alla rivista o pubblicato sul sito web di Thrasher, farlo trasmettere da un canale televisivo ha fatto perdere gran parte della carica underground dello spettacolo. Viste all’interno del cappello normalizzatore di un canale via cavo anche le trovate più estreme diventano tollerabili e uno show che era hardcore diventa qualcosa che non ha più impatto contro culturale di quanto non ne abbia mai avuto JacKass (molto poco quindi n.d.r.).
Negli ultimi anni perciò, specialmente da dopo l’avvento di internet, la voce ostinatamente sfacciata della rivista è stata ridotta a una sorta di formula precostituita e persone che cercavano di sfruttare il fattore cool dello skate si sono presentate a bussare alla porta.
Prendi un ragazzo con i capelli lunghi e non lavati, tatuaggi da marinaio, un atmosfera da musica metal, gli butti addosso una maglietta di Thrasher, fai una foto ed hai una potentissima immagine di poser da dare in pasto ai ragazzini.
Poi ci si sono messe le star; Rihanna, Ryan Goslig e qualche altra icona adolescenziale hanno cominciato a farsi vedere in giro con quella t-shirt, tanto che un noto settimanale di moda ha avuto a dichiarare “È ufficiale: non è più necessario possedere o avere un’idea di come andare in skateboard per abbracciare lo stile skater”, poi è arrivato anche Vogue a dire quanto fosse figo vestirsi da skater e la situazione a cominciato a prendere una brutta piega.
E, anche se è vero che nessuno può controllare chi indossa le magliette Thrasher “Non inviamo scatole per Justin Bieber o Rihanna o per quei fottuti pagliacci”, diceva Phelps, ci viene da chiederci se non fosse stato possibile almeno mettere qualche pezza, specialmente sui permessi di distribuzione delle magliette. Voglio dire, permettere ai grandi magazzini generalisti di vendere le proprie magliette di fatto le sdogana. Ma è naturale che un marchio voglia crescere e diffondere la propria influenza direte voi, il problema è che Thrasher non è un marchio, o almeno non lo era.
Era una rivista che dava voce e rappresentava gli interessi del suo pubblico, quello degli skater.
Che diavolo di motivo hai per conoscere la rivista se non hai idea di cosa sia un ollie?
Se dico che dovresti skateare per indossare una maglietta Thrasher passo per oltranzista, ma la verità è che la penso esattamente così. Penso anche che i modelli e gli attori che se ne vanno in giro con quelle magliette sminuiscono ciò che Thrasher rappresenta, o meglio, rappresentava.
Il mio problema è che mi piace ancora pensare allo skate come ad una sotto cultura con i propri codici e i propri valori; dedicarsi alle tavola a rotelle significa dedizione, abnegazione alla causa, coraggio e ossessione; l’asfalto è basso, duro e con i denti aguzzi, quando si cade ci si brucia la carne e ci si spaccano le ossa. Non voglio proprio dire che una maglietta di Thrasher te la dovresti meritare, ma anche si.
So però che non sono rimasti in molti a pensarla così, probabilmente anche all’interno di Thrasher.