Foto: Giulia Frigieri
Intro e intervista: HoboTheMag

C’è una foto che, ciclicamente, appare sulle bacheche dei Social Network. L’immagine rappresenta delle ragazze in minigonna che posano, senza velo, in una qualche piazza di Teheran ed è accompagnata da un’immancabile didascalia che recita “Iran 1978, un anno prima della rivoluzione islamica di Khomeini”, questo come a voler dire che il paese fosse un’oasi liberale prima dell’avvento della barbarie islamista. Il gioco mediatico serve per dare ad intendere che il presunto scontro di civiltà sarebbe naturalmente portato a pendere verso gli usi e costumi occidentali, in un virtuale confronto che vedrebbe il paese, iconograficamente riconosciuto come patria dell’oscurantismo, come una terra prospera e dai costumi aperti fino all’arrivo al potere della forza protetta dai Pasdaran.
Nessuno, però, si azzarda a parlare di come lo Shah gestiva il proprio potere prima della rivoluzione e, sopratutto, nessuno si azzarda a nominare la Savak.
La Savak, per i non addetti ai lavori, era la temibile polizia segreta che la dinastia Pahlavi usò per tenere sotto controllo l’Iran – in particolare dopo il governo di Mossadeqc (che aveva tentato di indebolirne il potere dando al paese una parvenza democratica), deposto da un golpe organizzato dai servizi segreti statunitensi e britannici, preoccupati per la possibile perdita di influenza sulla gestione del paese e delle sue ingenti riserve petrolifere – e che aveva dei metodi così cruenti da far impallidire la Gestapo.
Questo per dire che, quando ci si approccia a un paese complesso come l’Iran, occorre spogliarsi dai preconcetti che certa storiografia partigiana Europea e Statunitense ha tentato, negli anni, di cucirci addosso.
Non siamo qui a tessere delle anacronistiche, e intellettualmente scorrette, lodi di una rivoluzione, quella di Khomeini, che, quando non si macchia di sangue – come nel caso della repressione di comunisti e anarchici, alleati delle prime ore di sollevazione – fa acqua da tutte le parti, ma a cercare di capire una situazione sociale che si è evoluta all’interno di una terza via, opposta sia al blocco [-ex]comunista che al monolite capitalista, e che merita un approccio approfondito e scevro da preconcetti.
Tornando alla foto di cui sopra è onesto sottolineare il fatto che l’immagine che ci vien mostrata si riferisce – a voler essere generosi – a una ristretta cerchia di popolazione, per lo più alto borghese, che si muoveva intorno a una sorta di circolo privilegiato di persone che avevano la possibilità di vivere in spalla a una dinastia sempre più scollata dal paese reale che, al contrario, viveva in condizioni disperate.
Gli errori di ingerenza delle potenze occidentali, la brutalità della gestione del potere da parte dello Shah, le tragiche condizioni di vita di gran parte della popolazione, connesse a un credo religioso – quello musulmano sciita – da sempre avvezzo a una narrazione di sé che lo fa protettore delle istanze di riscatto dei diseredati, contribuirono a rendere fertile il terreno della rivoluzione islamica di Khomeini.
Da quel 1979, che cambiò le sorti del paese e la storia del mondo come eravamo soliti conoscerla, sono trascorsi quarant’anni e di acqua sotto i ponti ne è passata moltissima; l’asseto geopolitico è cambiato, così come è cambiata una delle principali forze motrici di quella rivoluzione: la gioventù iraniana.
La narrazione occidentale non fa altro che sottolineare quanto la globalizzazione e l’accesso a un’istruzione di alto livello di quella gioventù, abbia cambiato il sostegno che molti di loro davano – in potenza – alle nuove istituzioni dello stato.
E poi, adesso a Teheran si skatea, si suona musica punk negli scantinati e alle feste [clandestine] è sempre più facile rimediare dell’alcol. Tutto quanto, quindi, sembra muoversi proprio all’interno di questo solco narrativo, ma è davvero così?
Specialmente dopo le massicce proteste del così detto Green Movement nel 2009 (nate con l’intento di chiedere le dimissioni del presidente ultra conservatore Mahmoud Ahmadinejad accusato, tra le altre cose, di brogli elettorali) non si è fatto altro, sui media occidentali, che parlare di quanto i giovani iraniani fossero stretti all’interno di una morsa che ormai non sentono più propria e questo, in parte, è vero. La storia però non è così lineare come sembra.
Chi è che davvero conosce questi giovani, quali sono i loro desideri e quanto sono omogenei i loro sogni all’interno del loro apparato sociale?
Per quanto non possiamo fare altro che essere solidali con quanti si pongono ai margini del proprio tessuto sociale, rivendicando libertà personali che, chiunque sia dotato di un minimo di lettura empatica della realtà, non può che riconoscere come legittime, ci sembra corretto sottolineare il fatto che, quando si approccia a delle realtà così complesse, non siamo quasi mai di fronte a un monolite comportamentale.
Anche la gioventù iraniana non si discosta da questo schema. Siamo abituati a percepire i ragazzi di Teheran come refrattarie vittime di una società che non li rappresenta più, schiavi di una rivoluzione che – tuttalpiù – aveva infiammato i cuori dei loro padri e questo non è del tutto vero. Ovvero lo è, ma per una percentuale di ragazzi che, nel conto del totale dei giovani del paese, va poco oltre il 50 % e che subisce delle variazioni significative tra grandi centri urbani e zone rurali1.
HoboTheMag si occupa di controcultura, in particolare si occupa di punk, di skateboard e di surf, discipline che – abitualmente – presuppongono un tipo di approccio alla vita che più si avvicina a quello della percentuale di giovani iraniani che possiamo definire “non tradizionalisti”; non siamo però nelle condizioni di poter scendere nei dettagli e capire chi, come e perché si approccia a un mondo, il nostro, che affonda le sue radici nei meandri più vivi della cultura occidentale.
Per provare, in parte, a dipanare questa nebbia abbiamo pensato di fare una chiacchierata con Giulia Frigieri, antropologa e documentarista, autrice del reportage Surfing Iran.

  • Ciao Giulia, anzitutto parlaci un po’ di te, chi sei e di cosa ti occupi?

    Sono una fotografa documentarista Italiana mi occupo di storie di donne e nuove generazioni in Medio Oriente. Ho avuto la fortuna di formarmi a Londra dove ho studiato Antropologia all’università e dove ho vissuto diversi anni. Quello che studiavo e vivevo all’università fu una fonte d’ispirazione immensa quando iniziai a fotografare, sia creandomi un immaginario di cui mi sarei accorta solo dopo molti anni , sia facendomi realizzare quanto mi piaceva raccontare storie e momenti attraverso le immagini. All’inizio fotografavo amici in tutte le situazioni possibili, avevo un laboratorio di sviluppo all’università, lavoravo per magazine di musica e fotografavo band e concerti, assistevo fotografi sul lavoro (sempre gratis, non ho mai visto un soldo!). Ci vollero però diversi anni e molto coraggio prima di decidere di fare di questo passatempo qualche cosa di più serio. Nel 2017 finalmente inizia un corso di fotogiornalismo alla Danish School of Media and Journalism ad Aarhus in Danimarca , che mi aprì gli orizzonti sul mondo del reportage e dello storytelling attraverso le immagini . Dopo la scuola ho realizzato il mio primo progetto Surfing Iran , un’idea che avevo da qualche anno e ho piano piano iniziato a capire davvero cosa m’interessasse raccontare, ossia le dinamiche relazionali e intergenerazionali dei paesi del Medio Oriente.

  • Come è nato il tuo interesse per l’Iran e perché?

    Sono stata in Iran per la prima volta che 2014. Fu un viaggio che feci da sola, avevo 24 anni e ancora tanta fiducia nel mondo! Li incontrai persone meravigliose che mi fecero scoprire un Iran completamente diverso da quello che veniva raccontato dai Media internazionali. Tornarci nel 2017 per raccontare questa storia meravigliosa e stato come riscattare l’Iran da tutte gli stereotipi che lo circondano.

  • Come hai scoperto che c’era chi faceva surf in Iran?

    Durante il viaggio del 2014 un’amica Iraniana (Fatemeh) mi parlò di questo progetto chiamato Waves of freedom, un progetto nato da due surfiste Europee che intendevano usare il surf come strumento di aggregazione e cambiamento sociale nel sud dell’Iran. Interessandomi all’argomento trovai chi erano le fondatrici, la surfista Irlandese Easkey Britton e la film-maker Marion Poizeau che non solo avevano identificato un luogo con onde adatte al surf nel sud dell’Iran (cosa che nessuno prima aveva fatto) ma avevano poi coinvolto due atlete iraniane Shahla Yasini (diver) e Mona Seraji (famosa snowboardista di Tehran) nel creare il primo di team di donne surfiste in Iran! Il documentario di Marion Into the sea, mostra come nel 2013 Easkey abbia insegnato a Mona e a Shahla a surfare e di come le comunità locali (ovviamente prevalentemente maschili) si siano appassionate allo sport e di come si siano poste le basi fin da subito per uno sviluppo esponenziale. Dopo anni che seguivo la storia ho trovato il contatto di Easkey e dopo una lunga chiacchierata con lei, e qualche scambio di email con Shahla Yasini, sono partita!

  • E’ un fenomeno legato a un luogo preciso e a degli spot precisi oppure ci sono persone che surfano lungo tutta la costa?

    La regione del Belucistan, o meglio la costa sud del Belucistan che si affaccia sul golfo dell’Oman è l unica regione che ha onde abbastanza alte per surfare durante i mesi estivi. Tuttavia, la baia di Ramin (il villaggio ormai famoso per il surf in Iran) è l’unica insenatura abbastanza sicura per il surf , per via delle correnti e degli scogli che ci sono.

  • Seguendo il tuo progetto ho scoperto che la prima surfista della zona è una donna, Shahla Yasini, come gli è venuto in mente di mettersi a surfare? E come l’hanno presa i suoi concittadini?

    Io credo che il fatto di vedere tre donne come pioniere (di cui due iraniane) di uno Sport cosi alieno all’Iran , abbia sicuramente motivato tanti giovani (sia uomini che donne) a cimentarsi e abbia aiutato l’immaginario collettivo femminile (soprattutto nella regione di Chabahar) a pensare al mare come ad un posto non più off limits. Purtroppo il Belucistan è una regione ancora molto tradizionale e lo spazio pubblico delle donne è davvero limitato. La spiaggia infatti non è concepita come un luogo per le donne, o meglio quelle che si vedono sono per lo più un accompagnamento alla cornice familiare e spesso rimangono lontane dalla riva ad aspettare uomini e bambini che fanno il bagno.
    Ci sono diverse ragioni che allontanano le donne dall’acqua, la mancanza di abiti adeguati per donne musulmane che vogliono praticare sport acquatici ( in Iran in particolar modo, dove la legge prevede l hijab obbligatorio) per esempio, una mentalità ancora fortemente patriarcale e anche l’assenza di spiagge private come a Queshm , famosa località turistica Iraniana o come nel nord del paese sul mar Caspio. La conformazione morfologica della costa del Belucistan (tutta scogliera a strapiombo), non permette di creare spiagge riservate alle sole donne dove queste possano sentirsi libere di muoversi e anche di prendere confidenza con l’acqua.
    Per tornare alla domanda io credo che il migliore recipiente di questo movimento siano stati i giovani in tutto il paese. Seppure provenienti dalla classe medio alta di Teheran o di altre città ragazzi e ragazze attraverso social media e passaparola sono stati in grado di creare un vero e proprio network attorno alla comunità di Ramin, organizzando workshop, chiamando sponsor ed espandendosi sempre di più.

  • Il Surf è una disciplina che presuppone – specialmente se praticata da una donna in un paese come L’Iran – un approccio alla vita di tipo non convenzionale. Che idea ti sei fatta dei ragazzi che si sono avvicinati al surf? Diventare dei surfisti è anche una via di fuga dal loro stile di vita tradizionale? E’ una valvola di sfogo attraverso la quale poter esprimere se stessi in un ambiente culturale avverso o è un qualcosa che si sta sviluppando in armonia con le convenzioni sociali del paese?

    Per quanto il surf a Ramin abbia portato una vera ondata di aria fresca e costituisca tutt’oggi una valvola di sfogo per gli abitanti di un paesino rurale a 100 km dall’Afghanistan, la differenza di genere rimane imprescindibile. I ragazzi del posto vengono a praticare ogni giorno in estate, sognano di viaggiare e uscire dall’Iran, sognano le olimpiadi del 2020, sognano di fare di Ramin una grande meta per il surf internazionale chiamando ospiti e organizzando gare. Per le ragazze non è cosi semplice.. ci sono norme di comportamento e vestiario molto più rigide che per gli uomini, e moltissimo dipende dal ceto sociale e dal livello di educazione della famiglia. Tuttavia, la cosa più sorprendente di questo movimento è stato vedere in questi anni come ragazzi e ragazze abbiano lavorato insieme per creare uno spazio comune, a cui tutti dovrebbero avere accesso. Per questo voglio dire che si, il surf in Iran sta crescendo in armonia con le convinzioni sociali del paese! Ricordiamo che l’Iran non ostacola lo sport femminile anzi, incoraggia le donne a praticare sport (ovviamente dotate di un abbigliamento consono). Che tutori, padri, fratelli, mariti permettano alle donne di praticare uno sport (come il surf) quello purtroppo è un altro discorso …

  • Nei media occidentali, specialmente dopo le massicce proteste del Green Movement nel 2009 si è insistito molto sul fatto che i giovani iraniani siano stretti all’interno di un apparato sociale a tratti alieno per loro, schiavi di una rivoluzione che non sentono propria. Nel tempo che hai trascorso nel paese hai avuto la possibilità di farti un’idea a proposito? secondo te è davvero così? L’insofferenza verso l’ordine costituito è un sentimento diffuso tra i giovani oppure è soltanto una parte di loro che non si riconosce nelle tradizioni?

    In entrambi i viaggi che ho fatto ho notato una cosa in particolare dell’Iran, applicabile ovviamente molto di più alle città che ai paesini rurali , la gioia di vivere delle persone. Non sto dicendo che non ci sia un malcontento, che i giovani sposino le restrizioni o che non tentino di emigrare all’estero. Questo c’è , eccome. Tuttavia, sia nelle feste famigliari , (il senso di famiglia è un valore che super forse anche quello italiano!) , sia nelle situazioni tra amici, ho visto tantissimi giovani (e non!) con tantissima voglia di divertirsi, di ballare, di cantare, di fare musica.. ho notato anche attraverso i social che tanti giovani s’incontrano per strada e fanno musica (cosa fino a qualche anno fa impossibile a Teheran) . Credo che la via che molti paesi del Medio Oriente stiano tentando ora sia quella di una “evoluzione” piuttosto che di una rivoluzione forse anche a seguito dell’esito non troppo felice delle primavere Arabe.. sicuramente i giovani , specialmente nei contesti urbani non si riconoscono in un sistema tradizionale e ognuno combatte a modo suo tentando di costruire una società migliore. I social sicuramente aiutano a creare coesione di idee e di movimenti.. io sono speranzosa nell’Iran del futuro!

1Youth in iran: a story half told. Young publics Research Paper Series, InterMedia, May, 2013