Qualche tempo fa ho scritto una recensione – non molto tenera per la verità – in merito a una mia partecipazione alla Maple Death Night al TPO a Bologna; non era la prima volta che mi avvicinavo al genere sonoro rumorista proprio del drone e a quella frangia che elabora le strutture ignote della morte e dell’ombra per produrre musica.
Mi era persino capitato di intervistare ?Alos, la sacerdotessa del Chaos frontgirl negli oVo oltre a portare avanti numerosi altri progetti tra cui uno solista.
Niente di granguignolesco, nessun Alice Cooper o atti teatrali alla Death SS, assente l’intimismo malinconico degli zombie dark dei primi anni ottanta, qui si ricerca se stessi in altro modo, come a indagare i recessi profondi e bui che si nascondono all’interno degli esseri senzienti, e lo si fa in modo del tutto animistico.
?Alos stessa mi aveva parlato, alla richiesta di esempi internazionali e persino più radicali dei SunnO))) – provai sulla mia pelle la potenza fisica dei loro amplificatori all’auditorium Flog di Firenze anni fa, quando suonarono dopo gli Earth di Dylan Carlson – e aveva menzionato i Phurpa, ensemble siberiana dedita a inscenare i rituali del Bön, un’antica religione tibetana prebuddista, che prevede lo svolgimento di liturgie di preghiera tramite l’innalzamento di invocazioni cantate con voce gutturale e accompagnate da strumenti particolari, costruiti in legno, metallo e ossa, anche umane.
Un precedente articolo uscito su una testata nazionale aveva deciso di attirare l’attenzione dei lettori proprio su quest’ultimo aspetto, concentrandosi sul fatto che, se si aveva avuto la fortuna di assistere a una performance dei Phurpa, si era ascoltato il suono delle ossa umane. Di effetto, senza alcun dubbio, ma in realtà concentrandosi sui suoni – che i tre sono come immobili statue di pietra mentre si esibiscono – probabilmente si riesce a percepire molto di più. Ma andiamo con ordine.
La serata, organizzata dall’etichetta Dio Drone, si svolgeva sulle colline di Firenze, sopra al paese di Sesto Fiorentino, su uno spiazzo al limitare di un bosco in cui, nella parte più bassa, sono stati collocati gazebo e giochi per bambini, per garantire il divertimento domenicale di famiglie in cerca di verde; poco più in alto una specie di avvallamento, come un cucuzzolo scavato a formare una sorta di anfiteatro, nel quale era stata installata una tensostruttura nera.
L’evento proponeva tre diversi momenti, la sperimentazione della Dio Drone Orchestra che vede la partecipazione di ?Alos (biancovestita in tunica come una moderna sacerdotessa della Dea), il concerto solista della stessa ?Alos e, infine, i Phurpa con la presentazione dei loro riti sacrali.
Dal basso provenivano i rumori e le grida di risate, bambini, celebrazione della vita; dall’alto scendeva a coprire cupa l’ombra della ricerca dell’ultimo significato della vita, attraverso l’indagine del suo lato più oscuro e nascosto. Un contrappasso abbastanza unico. E se i tre concerti potrebbero assomigliare a un cerbero, cane demoniaco a tre teste della mitologia greca, ma ripreso anche da Dante come guardiano dei cancelli del cerchio infernale dei golosi, a me hanno ricordato la Triade Nera di una mitologia fittizia, in cui si sono posti rispettivamente come Baal Zuug, la ricerca di se stessi attraverso la brutalità (Dio Drone Orchestra), Seth, ovvero l’indagine che nega la prima metà di violenza pura concentrandosi sull’utilizzo della magia (?Alos) e infine Shaytan, la sintesi dei primi due aspetti, la misurazione della possanza dell’individuo in un percorso hegeliano (Phurpa)1.

Sia ben chiaro, non vi è assolutamente niente di politicamente assimilabile a ideologie fasciste, l’etichetta Dio Drone non fa mistero di essere assolutamente e dichiaratamente antifascista, e la presenza e la collaborazione di ?Alos da questo punto di vista è una completa garanzia in tal senso.
Il pubblico per la verità mediamente numeroso, ha assistito concentrato e in silenzio al divenire di tutta la situazione che, per quanto possa sembrare di difficile ascolto, in realtà ha un modo particolare di rapirti: è come se ti proponesse di imbarcarti in un black submarine per condurti a indugiare con lo sguardo in anfratti e abissi marini profondissimi, come se toccasse qualcosa di ancestrale e che, anche se dimenticato, è tuttora presente in noi, donne e uomini del ventunesimo secolo, ma figli di questo pianeta e probabilmente pronti, al bisogno, a riscoprirne il mistero del contatto più intenso.
Forse cinquemila anni fa potevi imbatterti, sugli altipiani del Tibet e tra le vette del Nepal in qualcosa di molto simile a quello che si è visto ieri, con monaci che al tramonto innalzano i loro canti tra le montagne iperboree.
Questa non è la psichedelia anni settanta, la dimensione dell’apprendere non è relegata all’approfondimento di una radice dell’essere tramite l’uso di droghe esiziali, sfilandola dal vaso di Pandora e perdendosi in vortici multicolorati; qui si parte dal finale, dal termine che si dissolve in un vuoto cosmico e nella sua infinita grandezza. Come un percorso uguale e contrario rispetto a quello della cosiddetta normalità, partire dalle tenebre per tornare ala luce, rivolto a coloro che intravedono la complementarità di un tale sentiero che è del tutto inverso a quello comune.
Mi ha fatto pensare come a un velo che si squarcia, come se la vita stessa fosse un impedimento alla piena comprensione delle dimensioni cosmiche che sussistono aldilà della sua vacua illusorietà e che solo attraverso tale squarcio è possibile tornare indietro e restituirle un pieno significato, e poter infine aprire realmente gli occhi, tutti e tre, per poterne apprezzare la magnificenza e le potenza.
Non Wicca, ma suoni alieni che si spandono durante il tramonto quando il sole tinge di rosso sangue le montagne dell’Himalayae tu, povero pellegrino, non puoi che prostrarti spaventato e grato allo stesso tempo a una tale dimostrazione di potere.
Le invocazioni si susseguono come se fossero acqua nei canion, a scavare una galleria che possa insinuarsi tra le maglie del piano Astrale, per vincerne le resistenza e aprire un canale di collegamento diretto con il cosmo, gli dei, le forze primigenie o non so che altro.
Dietro i Phurpa intanto, in lontananza, si vede esplodere dei fuochi di artificio di una festa di paese e pare che loro non vogliano e non possano essere da meno: nel silenzio degli spettatori ipnotizzati, un subwoofer posto di fronte alla tenda prende improvvisamente fuoco. Ci guardiamo allibiti, incantesimo, magia vera, qualcuno si tocca le palle.
A fine esibizione restiamo tutti zitti, immobili, decidendo di alzarsi e muoversi solo dopo qualche altro minuto, parlando a voce bassa come a non voler rompere qualcosa, come se tutti noi fossimo stati uniti da sconosciuti fili invisibili, intessuti fittamente per oltre un’ora dai tre chierici.
Una mia amica ha efficacemente descritto l’evento come la rappresentazione della forma primitiva del malessere; tutti quelli con cui ho parlato dopo sono stati concordi nel dire che o si entrava nel loop o non si poteva assistere; io fortunatamente – con un piccolo aiutino per la verità – nel loop sono riuscito a entrarci, mi sento quindi di poter affermare e perché no, anche consigliare, che potrebbe valere la pena di scostare il sipario della realtà per dare un’occhiata al buio che si cela dietro alle sue pesanti tende.