Ma l’hardcore è vivo, è vivo ti dico! Perché mai non dovrebbe esserlo, forse che il fatto che siano passati, quanti, trent’anni dagli 80 costituisce una scusa sufficiente a limitarne la potenza strabordante? Una roba che riecheggia nei secoli perché le urla di rabbia, furore, dolore non smettono mai di reiterarsi e si riadattano e reinventano spiaccicandosi sui tempi, sul marciapiede con le gomme da masticare e i residui dei pneumatici. Perché lo dice questo qui dietro con il suo giornalino il suo cappellino e il suo risvoltino, che strizza l’occhio ai moderati intrufolandosi indegnamente in fronti che, diciamocelo, non sono mai stati i suoi perché manco ha mai osservato ma solo trafficato e architettato per rivolgerli a tornaconto personale? Atteggiandosi all’alfiere dell’informazione a tutto campo, capito?
Ascolta, quando te ne vai a un concerto hardcore di gente come i Flipper li trovi sgangherati. Ma non sgangherati come una macchina rotta o prossima alla fine. Più sgangherati come una vecchia recinzione, di quelle con il cemento che sfalda ma ancora lì ritte, con le armature di acciaio incrostate che fanno capolino e che nei rari punti di lucidità brillano al sole con potenza accecante. E par che ti dicano “coraggio figlio di puttana, prova a scavalcarmi e vedrai come mi infilerò dritto dentro il tuo buio e puzzolente buco di culo!”.
Ma tu lo capisci, non questo qui dietro che se ne sta con la sua macchinina fotografica telecamerina cellularino e che rompe il cazzo tutto il tempo! E allora non ci pensi a scavalcarli, i recinti, perché come è giusto che nelle cose ci si provi è giusto anche capire come, nel nome del rispetto, farla degnamente e dannatamente finita. E l’abbracci quella staccionata, la tieni stretta e piangi e sudi, mentre l’anidride carbonica all’interno di un orifizio di locale sale insieme al calore, scivoli sul tuo sudore, non pensi adeguatamente, ti lasci trasportare mentre David Yow cala dentro la folla, porge il microfono, bacia le ragazze, ti tappa gli occhi con le mani affinché tu riesca ad assaporare l’aria salata e ad ascoltare la confusione che fa il battito del cuore, lo spremere delle meningi e i convulsi movimenti degli arti sugli strumenti.
Intanto Mike Watt pare un demente con quella bocca aperta e quel sorriso ebete stampato in bocca, ma la sua versione di Tuff Gnarl dei Sonic Youth è storica. Quella in Ball-Hog or Tugboat.
E un sacco di gente poi alla fine si atteggia, e le band minimali e le ragazze che dietro un microfono wippano e la ricerca dell’originalità che poi, tipo, te ne vai a un concerto hardcore e ti ritrovi davanti dei vecchi sul palco che ti chiudono la bocca e il cazzo ti si restringe nelle mutande. Avresti dovuto vedere quelli che suonavano prima, i cosi, i We Are the Asteroids. Dal nulla, hanno aperto in due la pista come Mosè, scolpendoti i sette comandamenti dritti sulla fronte, tra le rughe cazzo. Ah, erano dieci? Mi parevan sette, come i samurai. Un ex bassista dei Butthole Surfers, magari poco, fai te. Ma mentre suonava non era pago e tirava le testate al chitarrista, se fosse adesso qui si unirebbe a noi e prenderebbe a testate quello lì, quello che è appena entrato. Con la sua barbina la sua giacchina di velluto e il suo mocassino.
Che credi che loro si siano posti il problema che questo è già stato fatto e questa canzone assomiglia a quell’altra lì e svalvoliamo e oggi non c’ho voglia? Eh no, mi sa che hanno suonato e basta, magari anche solo per dire “ora si va in giro per il mondo e gli si fa sentire, a quelli tutti smart tutti digitali due punto zero”.
No, c’era gente, abbastanza dai, altre volte ce n’ho trovate di meno. Oh, non si era mica dentro un palazzetto con cinquemila persone, si sarà stati boh, centocinquanta, duecento? Insomma era pieno. Sì è un buco te l’ho detto. Vabbè si stava spalla a spalla però. E come deve essere sennò un concerto hardcore? Si sta vicini, ci si tocca, si partecipa, ci si spinge, si rivive un senso di comunità più che di platea, non mero pubblico ma soggetti attivi, coinvolti. Ti puoi sentire libero di salire sul palco e poi saltare duettare effonderti.
Ma te lo sai, lo so, e sei d’accordo con me solo che spesso non hai la voce per dirlo. Ma qualcuno la voce ce l’ha, sì, e te ne accorgi a girare un po’, all’aeroporto di Bologna per esempio quando il tipo al banco del check-in laddove ti pesano le valigie, tutto impomatato col suo bel vestito da aeroportuale e gli occhialini ti guarda e dice “Grandi i Flipper” occhieggiando alla tua maglietta e continua “ma devi ascoltarti anche gli Scratch Acid”. E quando gli dici che lo fai e hai il disco lui si rivolge a tuo figlio e gli dice “dai retta al tuo vecchio, ascolta la musica che ti dice lui”, che un endorsement del genere non te l’ha mai fatto nemmeno la tua tipa. E poi te ne stai da una parte e passa un inglese con la barba ma però disordinata, non tutta pettinata come quella di quel tipo che sta ordinando adesso da bere, che sarà stato un’ora a lisciarsela prima di uscire, che se ci passi accanto vai in terra subito scivolando sulle litrate di olio con cui se l’è cosparsa. E mentre corre chissà dove, l’inglese, fa appena in tempo a voltarsi e ti grida “nice shirt man!”.
A quel punto non rimane che tornarsene a letto, giacere circondati dai fantasmi dei Minutemen, dei D.O.A., dei Fartz, di Iggy Pop e di tutta quella banda, quella masnada lì che ti urla nelle orecchie, tutti nudi e giù botte.
Vabbè, finito di bere? Che si fa domani mattina? Partita a bocce o si va a guardare un cantiere? Ora lavorano, le ferie son finite.

photo by courtesy of Francesca Ghetti