Negli ultimi 70 anni, a voler essere generosi, il mondo ha avuto un grosso problema a comprendere l’anarchia. E tra quelli che l’hanno compresa meno ci sono anche molti sedicenti anarchici.
Non sappiamo se questo sia dovuto al sistematico lavoro di disinformazione portato avanti dalle forze di sistema (che per mezzo delle loro braccia armate di penne, telecamere o case discografiche hanno spostato l’attenzione da contenuti e forme di lotta con anni di storia e una solida tradizione politica verso modelli di adesione estetica svuotati di contenuto, ma pieni di attrattiva accattivante, farcita con un elementare culto del caos e con una, borghesissima, pulsione verso il concetto di distruzione fine a sé stesso) oppure al progressivo regredire della capacità di comprensione politica delle generazioni post secondo conflitto mondiale. A ragion del vero a quest’ultimo assunto c’è stata una temporanea, anche se numericamente irrilevante, eccezione, costituita da quei pochi che negli anni ’70 non stavano nei collettivi soltanto per scopare; un’eccezione che, purtroppo, non fa che confermare la regola.

A tutto questo, poi, va ad aggiungersi l’importante Effetto Provincia, che è quel fenomeno che fa si che parte di una determinata generazione aderisca a una tendenza – politica o sociale – nata in un contesto culturale alieno rispetto al proprio, non comprendendola nel profondo e riproducendola, perciò, svuotata o travisata nei contenuti, ottenendo lo stesso effetto di un L.A. Confidential girato a Bollywood, con attori indiani che cercano di darci in pasto uno scalcinato accento di South Los Angeles.
Noi, qui in Italia, di questo fenomeno siamo maestri indiscussi. Basta avere abbastanza anni sulle spalle per aver visto (anche di striscio o tramite qualche documentario) la nascita e l’evoluzione del movimento punk italiano per rendersene conto. E non parlo dei casi limite, dei vari Ruggeri o delle varie Joe Squillo, parlo della miseria del movimento in generale e del livello di poseraggine generalizzato che c’era in giro, anche – e, forse, sopratutto – dentro certi squat blasonati.
Ho preso in esame il movimento Punk italiano e non la scena skate, surf o – peggio ancora – l’attivismo no global stile tute bianche fine anni ’90 per non dovermi trovare a sparare sulla croce rossa.
Detto questo, c’è da dire che se c’è un ambito in cui l’Effetto Provincia lo subiscono, a pieno, gli statunitensi piuttosto che gli europei, quello è l’ambito dell’adesione al movimento anarchico, adesione che, difficilmente, riescono a compiere in maniera spontanea, non riuscendo a comprendere, salvo rare eccezioni, la vera natura del movimento.
Tutto questo preambolo per arrivare a parlare di Skatopia, uno skatepark americano che, Transworld Skateboarding, definisce 88 acri di anarchia skate.
Skatopia è stata fondata due decenni fa da Brewce Martin, padre dello skater Brandon Martin, che possiede anche gli 88 acri di terreni agricoli e boschivi su cui sta il park; in vent’anni lui e il figlio (una decina di anni fa Brandon, abbandonato il tour professionale di skateboard, è tornato a casa per prendere il posto del padre nella gestione dello skate squat) hanno costruito qualcosa che rappresenta un unicum all’interno della skate culture mondiale.
Brandon si [auto]definisce anarchico e vegetariano ma, secondo molti media statunitensi, è un sostenitore di una filosofia nota come “legge naturale” e di uno dei suoi evangelisti moderni, Mark Passio (un soggetto ai limiti del ridicolo che, tra le altre cose, possiede un sito internet sul quale pubblicizza e vende DVD in cui pretende di spiegare la via al raggiungimento della legge naturale e al suo distorto concetto di anarchismo, oltre a caldeggiare un non ben specificato risveglio spirituale, come un Sai Baba qualunque). Anche se personaggi come Passio non lo specificano quasi mai, questo tipo di filosofia è uno dei pilastri di un’aberrazione politica tutta americana nota come Right Libertarianism o Anarco Capitalismo, in poche parole anarchismo di destra.
Questi soggetti – a differenza degli anarchici veri – si curano molto poco della giustizia sociale e dell’ingiusta ripartizione del potere, più che altro pensano che esistano dei diritti naturali dell’individuo (non si sa bene quali siano né da chi siano stabiliti) e che lo stato non debba metterci le mani; quello che gli è ben chiaro, però, è che tra questi diritti c’è anche la proprietà privata.
Tornando alla nostra Skatopia, quegli 88 acri rientravano, secondo Brandon, a pieno titolo in una di quelle cose di cui lo Stato doveva disinteressarsi
In fin dei conti aveva pure avuto un buon maestro, suo padre Brewce aveva combattuto per anni contro il governo prima di arrivare nel sud-est dell’Ohio, costruendo skatepark abusivi su altri appezzamenti di terra in cui aveva vissuto negli anni, dalla Virginia occidentale alla Florida e che, per un motivo o per l’altro, era sempre stato costretto ad abbandonare.
Fino a che non aveva trovato il posto dove sarebbe sorta Skatopia. “Ovunque abbia vissuto, c’erano sempre gli stessi problemi con le leggi – questo non puoi costruirlo senza permesso, quest’altro non puoi farlo”, racconta Brewce “Poi ho trovato questo posto a metà degli anni ’90, ho deciso che non me ne sarei più andato e che avrei fatto quello che avevo intenzione di fare, che lo volessero o no”.
E quello che aveva intenzione di fare era costruire uno skatepark abusivo che funzionasse come uno squat e che divenisse un luogo dove poter dare libero sfogo alle proprie inclinazioni e ai propri ideali. Così, nel 1995 all’incirca, Martin trovò una località nella contea di Meigs, nell’Ohio, firmò un contratto per l’acquisto del terreno e con un gruppo di amici cominciò a costruire un posto che stava a metà strada tra Mad Max e il paradiso dell’Halfpipe. Durante questo periodo, il gruppo formò la CIA, o Citizens Instigating Anarchy, un’associazione di cinquanta amici che condividevano la stessa visione del mondo, che misero in comune il denaro necessario al mantenimento di Skatopia e che cercarono di dare una precisa impronta politica a tutto quanto il progetto.
Da quel momento in poi fu un susseguirsi continuo di skate e feste. Per avere un’idea di come era un party a Skatopia, basta dare un’occhiata al documentario del 2009 Skatopia: 88 Acres of Anarchy, in una scena, una donna sputa fuoco all’interno di una stanza piena di gente, in un’altra, un tizio che tiene in mano quella che sembra una pistola viene sbalzato fuori da una macchina in corsa sulla strada sterrata della proprietà e in un’altra ancora Brewce urla in un megafono: “Chi vuole bruciare la propria macchina?”. Invito a cui viene risposto dando alle fiamme una disparata serie di autoveicoli.
I giorni selvaggi e la legge naturale non durarono per sempre però. Anarchici si, ma capitalisti e di destra, non ce lo scordiamo… Così quando, nel 2004, Bem Margera – ex pro skater prestato al mondo dell’intrattenimento a buon mercato – decise di portare il circo ambulante di MTV a Skatopia nessuno trovò qualcosa di sensato da obbiettare. Il delirio in televisione paga sempre, è risaputo, e anche quel caso non fece eccezione. La follia di Skatopia bucò lo schermo, facendo diventare la puntata organizzata nello squat uno degli episodi più visti di sempre del programma di Margera, proiettando gli scalcagnati skate punk di Meigs nell’olimpo del piccolo schermo.
Da lì in poi è stata una corsa al mainstream che ha portato Skatopia ad apparire, come livello finale, nel gioco per pc Tony Hawk’s Underground 2, a diventare protagonista di una serie di documentari di successo e a contribuire alla produzione di una linea di scarpe da skateboard.
Le cose non sono sempre andate bene però, Martin nel 2006 è rimasto seriamente infortunato in un incidente e, da qualche tempo, suo figlio ha cercato di raddrizzare un po’ le cose. “Non mi interessa più bruciare le macchine, penso che dovremmo farla finita”, ha detto Brandon. “Per un po’ ho pensato che fosse una cosa freudiana, in cui le persone cercavano di liberarsi dal mondo materialista. Ma non possiamo continuare così, specialmente distruggendo la mia fattoria”.

Negli anni poi sono arrivate le grane serie, la galera, le persone strippate durante i party, le ambulanze col Narcam, le uscite su cauzione sempre più costose, i soldi del merchandise che sembravano non bastare mai.
Nonostante i guai però, i film e la copertura continua del park sulle riviste di skate hanno portato Skatopia a divenire un caso nazionale e a finire addirittura sulla rivista Rolling Stone, ma cos’altro aspettarsi dai Right Libertarian se non un manico di capitalisti onanisti?