Non è il fenomeno del momento – sono passati quasi 15 anni anni da quando Tom Wegener ha riportato in auge le Alaia – ma val bene una riflessione e un approfondimento.
Anzitutto vediamo di partire da un punto di vista filologico. Le Alaia sono tavole da surf di legno molto sottili, dal nose arrotondato e con il tail leggermente squadrato, usate dai reali e dalla gente comune nelle Hawaii di fine ‘800.
L’Alaia originale era generalmente fatta in legno di Koa (a volte anche di legno dell’albero del frutto del pane o di wiliwili), ed era il tipo di tavola più adatto per cavalcare le onde ripide e veloci che si usava surfare nelle isole in quel periodo. Delle 13 tavole dell’età premoderna ospitate nel Bishop Museum di Honolulu, 10 sono Alaia che vanno da sette a 12 piedi di lunghezza, con una larghezza media di 18 pollici e uno spessore medio di un pollice.
Si ritiene che la maggior parte dei surfisti in sella alle Alaia usasse la tecnica del lala che consiste nello scivolare ad angolo lungo la faccia dell’onda, davanti all’acqua bianca. In confronto, le Olo Board più lunghe, più spesse e più pesanti – che si pensava fossero riservate al solo uso da parte della famiglia reale – erano probabilmente usate per cavalcare diretti verso la riva, su onde che non erano ancora rotte o che, a malapena, avevano una piccola a cresta.
Sebbene sia stata la tavola da surf più popolare per centinaia di anni, l’Alaia è praticamente scomparsa dalla storia del surf per l’intero 20 ° secolo (1900-2005). Questo probabilmente perché la tavola è molto sottile, mai più di un pollice di spessore, ed è quindi molto difficile remare e, di conseguenza, prendere le onde; il fatto poi che fosse senza pinne non aiutava, si pensava infatti che senza di esse non fosse possibile inclinare la tavola sull’onda. Ci voleva Derek Hynd perché ci si rendesse conto che questo non era affatto vero.
I suoi studi sul Free Friction Surf e sulle tavole senza pinne, infatti, furono fondamentali per spianare la strada al ritorno delle Alaia.
Nel 2004, Tom Wegener, fece visita al museo del surf di Honolulu “Quando vidi quelle tavole rimasi stupito dalla perfezione delle forme. Avendo realizzato molte tavole da surf in legno mi sono subito reso conto che ognuna di quelle tavole era un prodotto magistrale, fatto su misura per il surfista che l’aveva richiesta. Non avevo idea di come si potessero surfare, ma sentivo che in quelle tavole c’era qualcosa di magnifico che non riuscivo a capire. Non riuscivo a togliermele dalla testa però, così il 5 marzo 2005, in occasione del mio quarantesimo compleanno, abbiamo deciso di provarne una.
Avevo organizzato una grigliata dove avevamo cotto chili di gamberi e avevamo bevuto litri di birra fredda quando ho tirato fuori le tavole. Avevo costruito due antiche tavole da surf hawaiane – un’Alaia da 10 “e una Olo da 16″ – e invitai tutti quanti a provarle. Le onde erano belle alte e ripide, rendendo l’Olo estremamente difficile da usare; viste le condizioni pensavamo che l’Alaia fosse impossibile da sufare. Jacob Stuth fu il primo a raccogliere la sfida; prese l’Alaia che avevo fatto e si buttò in mare. Ci mettemmo tutti quanti sulla spiaggia a guardare, convinti che si sarebbe schiantato sulle rocce. Con nostro stupore invece, prese un’onda bella grande e partì più velocemente di quanto potessimo immaginare. Andava molto più veloce di quanto sarebbe andato su una tavola con le pinne. Andammo letteralmente fuori di testa!”.
Per i successivi due anni Jacob e Wegener furono letteralmente ossessionati dal capire come funzionavano quel tipo di tavole “Gli antichi le surfavano pure a Sunset Beach” racconta Wegener “Volevo capire come le shapeavano per poterle usare su quelle onde, così abbiamo iniziato lentamente a carpirne i segreti, passando da una sperimentazione senza fine. Il primo segreto era la flessibilità, capii che c’era un grado di flessibilità adeguato che sembrava magico. Troppo o troppo poco e la tavola non funzionava bene. Poi ci rendemmo conto che ci voleva anche il concave e questa fondamentale intuizione ci venne mentre studiavamo questa fotografia.
Avevo appena preparato un blank di legno da nove piedi e stavamo pensando alla forma da dargli. Ancora una volta, eravamo perplessi su come fargli tenere una parete ripida. Ci mettemmo a guardare insistentemente quella foto e ci rendemmo conto, prima di tutto, che quello che avevamo davanti era un vero surfista, si vedeva dal suo fisico e dalla posizione che teneva; poi Jacob notò che la coda della sua tavola non era piatta e che i rail erano parabolici. Il tail si allargava leggermente, proprio come in una moderna tavola da snowboard per neve fresca; fu la svolta. Copiammo quell’antica tavola nel miglior modo possibile e quel pomeriggio Jacob stava già ben piazzato sulla parete ripida di onde da 6 piedi”.
Da quel momento l’Alaia ha ripreso il suo posto nella storia del surf e il numero di surfisti che ne ha provata una almeno una volta è cresciuto a dismisura. Questo grazie anche a Thomas Campbell che decise di prendere alcuni tra i più talentuosi surfisti in circolazione e di filmarli mentre usavano delle Alaia, il risultato fu che la bomba esplose. Nel 2009 Surfing Magazine ha nominato Wegener “Shaper of the Year” e per un momento è sembrato che chiunque volesse una di quelle piccole tavole di legno.
Il problema, però, è che quelle tavole sono tanto belle quanto difficili da surfare e, nonostante si sia cercato di ammantare il tutto con grosse dosi di filosofia retrò, resta il fatto che per il surfista medio l’Alaia rimane niente di più che una chimera.
L’aura di ambientalismo che sta dietro al business di Wegener è molto forte “L’Alaia è una tavola da surf molto ecologica” si può leggere sul suo sito ”è shapeata con legno proveniente da alberi coltivati in maniera biologica, le parti inutilizzate del tronco vengono triturate e vendute e con le foglie viene alimentato il bestiame. La produzione di legno tenero e leggero utilizza una quantità minima di energia da combustibili fossili e gli unici sottoprodotti petrolchimici che ci sono nelle tavole si trovano nella piccola quantità di colla che viene utilizzata. La tavola, inoltre, è impermeabilizzata con olio di lino, gomma trementina e cera d’api. Quando poi si giunge alla fine del suo utilizzo, può essere smaltita come un rifiuto organico, e scomparire così nella terra dove è nata”.
Il fatto che tutto questo possa essere – anche – un espediente per cercare di vendere alla massa un prodotto che, se non si hanno le abilità di Rastovich, è molto difficile da usare, mi ha sempre fatto guardare con un certo distacco a tutta quanta la faccenda.
Il problema dell’impatto ambientale dell’industria del surf è un problema enorme (così come è importante la consapevolezza e il recupero delle radici), pensare però che un prodotto del genere possa essere, anche in parte, una soluzione a quel problema mi sembra azzardato.
Viene da chiedersi quand’è che, invece di guardare indietro, si penserà ad andare avanti.