Bobby Martinez è stato senza dubbio tra i più talentuosi surfer di inizio millennio. La sua agilità, la sua velocità e la sua potenza, unite ad una tecnica sopraffina, lo resero uno dei più forti backside goofy, se non il più forte. Per quattro anni, dal 2006 al 2010 si classificò nel campionato del mondo (sino al 2015 si chiamava ancora ASP) nella top ten, vincendo due volte Mundaka, una volta Teahupoo e una volta Cloudbreak. Queste, insieme a Pipeline, da sempre le onde più impegnative del tour. Insomma, Bobby era uno che ci sapeva fare in acqua come sulla terra ferma e, a Santa Barbara come nel resto del mondo, era amato da tutti. Ad un certo punto però, lui, uno tra più talentuosi surfer in circolazione, il primo ispano-americano a partecipare al tour mondiale, durante la tappa del Quiksilver Pro 2011, ruppe prepotentemente e orgogliosamente tutti i vincoli con la surf Industry, accusando l’Association of Surfer Professionist di essersi trasformata da “Dream Tour” in “Tennis Tour”. In quello che secondo Stab Mag fu il suicidio della sua carriera in diretta televisiva, dopo aver sconfitto nella Heat Aussie Bede Durbidge, nella consueta intervista dopo gara dichiarò: “non voglio più far parte di questo fottuto stupido Tennis Tour”. Aveva 28 anni e quei 65 secondi di intervista gli costarono mezzo milione di dollari in contratti di sponsorizzazione e l’espulsione dal tour.

Bobby nacque nel 1982, nella parte popolare di Santa Barbara. Nessuno della sua numerosa famiglia messicana praticava il surf e, quando il ragazzo iniziò a destreggiarsi sulle line up della cittadina californiana, lo fece con un Body Board. Le sue amicizie fuori dall’acqua erano prevalentemente composte da ragazzi figli di immigrati di origine sudamericana o afroamericani, lui aveva una carnagione scura, ma i surf spot erano affollati soprattutto dalla white middle class statunitense. “Erano due mondi completamente opposti” racconta Bobby.

Corporatura solida, amante dell’hip-hop gangsta rap, tatuato su buona parte del corpo, tranquillo fumatore di erba, nel 2005 iniziò a dedicarsi con tutto sé stesso alle competizioni, qualificandosi per il campionato del mondo. Era ritenuto e soprannominato come “the next Kelly Slater” e divenne la leggenda californiana del surf. Nonostante le competizioni vinte e gli scatti fotografici migliori di molti altri surfer, solo dopo aver droppato una bomba adagiandosi in quella caverna chiamata Teahupoo, la rivista Surfing Magazine lo scelse per la sua cover. Dice Bobby: “ci sono cose che se ci penso non hanno senso. Non so se per il colore della mia pelle, per il mio carattere o per il mio modo di surfare. Non sono mai stato in una posizione di potere tale da poter decidere determinati contratti di sponsorizzazione”. E se ci fosse stato un problema razziale alla base di una certa indifferenza della surf industry almeno all’inizio della sua carriera? “Durante la mia carriera ho subito cose strane. Per esempio quando ero più giovane ed ero sponsorizzato da Billabong tutto il team sarebbe dovuto andare a Puerto Escondido per un viaggio, ma non ricevetti nessun invito. Dico io, stanno invitando tutti i giovani surfer, perché mi hanno escluso. Così dovetti vincere i NSSA national per poter ricevere l’invito.” E la NSSA (National Scholastic Surfing Association) la vinse per sette volte, battendo ogni record. Martinez fu dunque un atleta dal temperamento forte che si distinse soprattutto per le sue doti tecniche. Così, dopo diversi anni passati nell’olimpo del surf mondiale, quello che Bobby Martinez non condivise con l’ASP fu il nuovo sistema per qualificarsi e competere nel campionato del mondo di surf. Alla stessa stregua del campionato di tennis, nel campionato di surf i 34 top surfers avrebbero gareggiato con atleti fuori classifica. Inoltre Bobby era turbato dal tour, dai suoi colleghi e dalla surf Industry in generale e dunque dal surf come macchina per fare soldi. Nel 2008 le vendite in USA dell’industria Surf/Skate si aggiravano intorno ai 7,22 miliardi di dollari e i 5 grandi sponsor che dominavano il mercato pagavano fior di quattrini per alimentare la grande locomotiva che trainava tutto: il World Tour. Ma il tour così come era concepito sino ad allora era un freno, si pensò, quindi, all’espansione e alla crescita del bacino di utenza. Così venne introdotto il nuovo sistema di qualifiche che durò solo sino al 27 dicembre di quello stesso anno, perché ritenuto un sistema ingestibile. Ma Bobby, nonostante avesse ragione, non tornò a gareggiare. “Sfortunatamente nel surf professionistico, ci sono pochi surfer come Bobby che sono disposti a parlare” disse Sunny Garcia “e Bobby lo disse affinché il resto del mondo potesse finalmente sentire cosa pensano molti surfer”. Dopo quell’intervista, nonostante Martinez entrò in contrasto con gran parte della stampa e del surf main stream, col passare del tempo si guadagnò molto rispetto non solo da parte dei giovani surfer che apprezzavano le sue qualità tecniche ma anche da parte degli osservatori. Scrisse Tetsuhiko Endo surf editor di The Inertia: “l’unico vero crimine è che quando si parla di puzzo della Famiglia (ASP) è che bisogna farlo abbastanza bene da poter rimanere nella cerchia degli intoccabili”. Quando si entra a casa di Bobby Martinez non si nota niente che faccia riferimento al surf. Nessun trofeo in evidenza, nessun quadro, nessun feticcio. Per Bobby il surf è l’oceano. Fuori dall’acqua è un’altra vita.