Foto di copertina: Jacopo Lorenzo Emiliani

Il 9 di maggio del 1981, sull’avenida Jalday di San Juan de Luz, la gendarmeria francese arrestava Miki Dora.
La leggenda del surf Californiano era in fuga dagli Stati Uniti e latitante da diverso tempo a causa dei molteplici reati di frode, furto ed evasione di cui era accusato. Personaggio leggendario, maestro di stile e antieroe per eccellenza, Dora – surfista ribelle per antonomasia – ha segnato il mondo del surf e l’immaginario culturale del suo tempo tanto che, alla sua morte, il London Times titolava così: “West Coast archetype and antihero . . . the siren voice of a nonconformist surfing lifestyle.”
L’illegalità come risposta a un sistema balordo, che cercava di comprarsi Il Sogno, incasellando il mondo e la cultura del surf in un prodotto confezionato, da consumare il sabato e la domenica o, tutt’al più, finito il proprio turno in ufficio, era entrata a far parte del Dora pensiero fin dalla sua adolescenza. Eredità dei primi pionieri del surf che, negli anni ’40, avevano iniziato a costruire un immaginario anticonformista e antisistema a cui molti guardavano come si guarda a un faro quando si è sballottati dal mare in tempesta.
Il 26 di ottobre del 2012 i carabinieri della compagnia di Grosseto fecero irruzione nella casa di Castiglion della Pescaia dove David Pecchi è nato e cresciuto, e lo arrestarono per possesso di sostanze stupefacenti.
Il paragone pare azzardato e, in effetti, lo è se non si tiene conto dell’impatto rivoluzionario che il surf dei due personaggi ha avuto all’interno delle rispettive comunità surfistiche e dell’enorme portata dell’elemento basilare che le due storie hanno in comune: la concezione – quasi metafisica – del Sogno, della sua forza, del suo valore e dell’importanza del mezzo Surf per cercare di raggiungerlo.
Essere un surfista nella provincia Italiana degli anni ’90 aveva poco di romantico, d’inverno si è soli sulla costa, il cielo è spesso grigio, così come lo è l’umore delle persone e non c’era (allora come adesso) quel palcoscenico iconoclasta nel quale si muoveva Dora nell’America degli anni ’60; un luogo in cui un surfista poteva prendere il proprio posto e vivere in contrasto con quel sistema che, al tempo stesso, generava le folle che lo idolatravano.
Nutrirsi delle proprie contraddizioni (un altro, forte, elemento di comunione tra le due storie che affronteremo tra poco) giustificandosi – ed essendo giustificati – soltanto con l’idea della propria ricerca, della irrefrenabile, implacabile volontà di vivere inseguendo il Sogno.
Ma che cos’è il Sogno?
Per rispondere a una domanda del genere non basterebbe un trattato di sociologia, anche perché, forse, una risposta univoca non c’è. Il significato, e la sua portata, vanno cercati guardando a fondo dentro le maglie della vita, quella vita che qualcuno ha posto su di un altare pagano, mettendo in conto di sacrificarla agli dei o, più probabilmente, ai propri demoni. Con l’unico, encomiabile, intento di seguire un sentiero tracciato più dal cuore che dalla ragione.
Cercare di guardare a fondo nella vita di queste persone, spogliandola dalle disarmonie e dai facili giudizi morali non è semplice, ma ci abbiamo provato lo stesso dando la parola a David Pecchi, un sognatore racchiuso in un paese meschino dove, per i sognatori, pare non esserci più spazio.

David cominciamo con la domanda di rito, dicci chi sei, quanto è che surfi e dov’è che hai iniziato?

Foto: Ivan Trovalusci

Allora… che dire, alla domanda “chi sei, da dove vieni? un fiorino!” vi rispondo dicendo che sono talmente vecchio che non mi ricordo più quando ho iniziato; però mi ricordo bene il primo drittone in parete, con un lip sopra la testa, nel mio paesello a Castiglion della Pescaia dove sono nato, cresciuto e dove ho iniziato questa pratica qui. Per 5/6 anni avevo fatto quello che si può definire un “surf schiumato” senza mai prendere una parete vera, poi quel giorno lì infilai la parete, e quello me lo ricordo!
Ho 43 anni adesso, sono disoccupato come tutti i surfisti del mondo e prediligo surfare a casa mia anche se sono stato per 15 anni in Costa Rica a fare il surf, o meglio, a cercare di prendere qualche onda normale, seria diciamo.
Sono un maremmano schizofrenico e sconclusionato, che poi sono i due aggettivi che potrebbero racchiudere così, in due parole, chi è che sono.
Surfo comunque da più di vent’anni, ho iniziato nella prima fase, quella che potremo definire dei windsurfisti anni ’80 e in quei giorni là era tutto più bello, non so perché, anche quei colori là, della roba che indossavamo, con le fantasie a strisce, i Sundeck, le tavole pesanti, le plancette da windsurf… boh, gli anni ’80 sono stati una grande base, una bella rampa di lancio e, in quel periodo, ho la fortuna di aver avuto dei gran mentori.

Hai parlato di Castiglion della Pescaia e di come ti piace surfare a casa tua, ma in tutti questi anni com’è cambiato il tuo paese? e, soprattutto, com’era vivere là negli anni ’80 e 90′? La vita in provincia non è una vita facile, tanti ragazzi in quegli anni hanno preso strade anche brutte per sfuggire alla routine, tu invece hai trovato il mare, come è successo?

Foto: Antonio Russo

Hai fatto la domanda da un milione di dollari Cristo! com’era negli anni’80 e ’90… eravamo tutti più giovani… e pomiciate!
Dai, ci provo a parlare di Castiglione e di quegli anni lì, io questo paese lo amo e lo odio all’unisono; è un sangue misto che mi fa pazzià, io vorrei che ci fossero le onde, guarda nemmeno come l’oceano, mi basterebbe qualche volta di più, tipo sulla costa livornese, perché surfare qui per me, adesso che ho 43 anni, è bellissimo. Anche quando non surfo guardo i ragazzi ciocci crescere ed è una soddisfazione immensa, forse la cosa più bella che ho fatto nella mia vita. E’ un sentimento veramente grosso quello che provi vedendo tre generazioni di surfisti che crescono nella loro continuità.
Cerco di tornare agli anni ’80 e ’90 a Castiglioni [n.d.r. Castiglion della Pescaia], ma come faccio a raccontarti della luna che risplende sulle onde mentre aspetti la swell la mattina presto? Sei libero, sei giovane, ma sono cose già dette e ridette, a me piacerebbe più parlare della Dark Side, perché comunque poi c’è una spaccatura a una certa età… ma sono cose complicate, quando riesco a riprendermi da ieri sera provo a rimettere un po’ in riga i pensieri. [n.d.r. passa qualche giorno e David continua]
Ecco, ci provo, partiamo dall’infanzia. Quando hai quell’età, la prosopopea invincibile e eroica di quando hai 12-14 anni è uno spettacolo. Io fino a quando non ho compiuto 16 anni ero tutto windsurf, casa e figa [n.d.r. suoni di un accendino che cerca di dar fuoco a qualcosa]. Poi ho scoperto che il windsurf, così come la vela e tutti gli altri sport borghesotti, io non me li potevo permettere e quindi ci sono rimasto male; quando ho cominciato ad andare bene col windsurf ho iniziato anche a spaccare alberi, vele e tavole, così un giorno il mi’ babbo mi ha detto che per comprarmi una tavola che avevo appena rotto lui aveva investito un mese di stipendio e allora io ho sbroccato.
In quel periodo poi ho conosciuto una ragazza che quasi subito si è trasferita ad Amsterdam e io ero innamorato – lo sai per la figa si fa quasi tutto – allora per andare dietro a lei è iniziato il mio periodo tra discoteca e cazzate. Continuavo ad andare un po’ in windsurf, ma non mi inculavo nessuno, avevo mille viaggi per la testa.
Poi a un certo punto ti accorgi che non la puoi tirare a lungo una certa vita, già quando avevo diciotto anni il maresciallo del mio paese mi aveva detto che prima o poi mi avrebbe arrestato; allora ho preso il mio passaporto e mi sono levato di lì, sono andato in Indonesia e ho iniziato a cercare di prendere le onde. E’ andata malissimo però, mi sono spaccato tutto sul reef; a livello di surf è stata una brutta esperienza, però ho girato tutta l’Indonesia zaino in spalla e, tutto sommato, è stato un bel viaggio.
Poi l’anno dopo sono andato in Costarica e lì, nel 1997/98, è iniziato tutto il mio viaggio e il mio percorso surfistico serio.
Ma tornando al discorso della provincia, sai è una storia difficile; scappare dalla provincia non è facile, io ho smesso di andare a scuola a 16 anni quando ho mollato il liceo artistico, ma sono riuscito a non stare nel paese a vivere la merda dei paesini di mare, la solitudine di questi paesi ameni – che sai quando ero piccolo era diverso, i paesi erano vivi, ma negli anni ’90 era tutto veramente triste – e ci sono riuscito scappando da quella vita. All’inizio la mia via di fuga è stata la discoteca poi ho detto facciamo qualcosa di più costruttivo, di più sano e mi ci è voluto di andare in Costarica per capire cosa volevo fare.
Lì ho trovato il mio Nirvana, mi sono messo sotto e ho smesso di saltare come le scimmie in groppa ai tubi sulle tavolette, ho cominciato a surfare tavole più grosse e, da quel momento, ho iniziato a prendere un po’ più di onde serie.
Comunque, anche se ti allontani, la realtà della provincia italiana non te la scordi; è una realtà veramente devastante, roba che se non sei veramente uno dritto non ce la fai; cioè quasi meglio essere un indifferente, un cioccio, uno che guarda il calcio e se lo fa bastare, partita cinema, du’ cose, una cenetta e la felicità racchiusa tutta in queste parolette qua… noi invece siamo per la ricerca dell’impossibile, dell’imponderabile.
Io poi sono sempre stato avido capito? Di vita dico… poi scoprendo che con il surf mi potevo ripulire e andare avanti mi ci sono buttato a pieno, anche se devo dire che anche la discoteca ha fatto il suo, penso di essermi aperto un po’ il cervello muovendomi per i club fra Toscana, Liguria e anche Lombardia. Insomma, in definitiva, quando sono entrato a pieno nel mondo del surf ero un tipo molto tranquillo con già 3-4 viaggi di mesi ad Amsterdam sulle spalle [ride].
Poi c’è stata la Costarica e tutto il surf di cui posso parlare è iniziato là, qui in Italia avevo preso tante schiume e tanti schiaffi da quelli più grandi; perché una volta gli dovevi portare rispetto a quelli più grandi e non ti ci avvicinavi per sentire cosa dicevano perché volavano zampate come con Bruce Lee. Oh, mi sono scordato di dirti che tra le discoteche e il surf c’è stata la parentesi del militare, mi hanno messo a fare il paracadutista 18 mesi in Friuli Venezia Giulia e ovviamente ho sbroccato.

La prossima domanda nasce da sé, parlaci del Costarica, cosa ha significato per te? Cosa ti ha dato e cosa ti ha preso?

Foto: Serafino Parafino Pittau

Foto: Tyler Miller

Prima di parlare del Costarica però voglio dire che prima di andare là conobbi un gruppo di ragazzi, Milko, Cillo… i ragazzi insomma che surfano intorno a Baratti e tra loro c’era anche Giordan (Antonio Giordano). Giordan praticamente ha scoperto Rocchette secondo me, e lo scoprì perché andava lì a pescare le spigole, le rocchette è uno degli spot più belli che ci sono e poi è anche un posto bello per fare il bagno, anche se io l’ho soprannominato Point Lucifero perché la padrona del castello che sta là sopra, la marchesa, si chiama Lucifero.
La prima volta che ho visto surfare Giordan è stata una rivelazione, era in acqua alla rocchette e tirava dei roundhouse che sembrava un alieno, allora ho detto “dè allora si può fare!”.
Questi ragazzi sono stati sempre importanti per me, quando tornavo dai primi viaggi all’estero loro c’erano sempre. Milko mi faceva la tavola, Cillo mi ha venduto una gran macchina; sono stato fortunato perché ho conosciuto questi ragazzi che facevano le gare di surf con i salami e i prosciutti in mano e mi hanno aiutato a essere quello che sono, a stare con i piedi per terra, che poi anche quando sono diventato più bravo non me la sono mai tirata, io sono sempre stato quello del “Facciamo un Cylum dio bono sennò sclero e ammazzo qualcuno!”.
Tornando alla domanda, posso dire che quando sono arrivato in Costarica non sapevo nulla del surf vero e anche lì, come in Indonesia, all’inizio sono state mazzate. Che poi ricordando adesso come ero quei primi tempi lì, ti posso dire che è stato molto divertente, ma eravamo veramente allo sbando, non sapevamo nulla di maree, di correnti, di vento… però è stato bellissimo quel primo anno lì, anche se ci hanno fregato di tutto, dal portafogli al passaporto. Oh considera che eravamo i terzi italiani ad arrivare in questo paesino chiamato Malpais dove non c’era niente, soltanto spiagge, campesinos e pescatori, ed è in quel contesto lì che io sono nato, che è iniziata una nuova giovinezza.
All’inizio insistevo a voler usare la tavoletta, che all’epoca era un 6’3”, pensando che sull’oceano con quella tavola lì potessi apprendere qualcosa, ma non c’era proprio verso di fare le cose a modo, allora ho cominciato a prendere delle tavole più grosse, tavole un po’ da sucker i primi tempi, misure assurde tipo 7’3” o 8’4”, che poi non è che in Costarica a quei tempi ci fosse tutta sta disponibilità di tavole. Così l’anno dopo mi organizzai meglio e comprai un longboard stewart 3 pinne, quello che si può definire un long da tavolettaro, e da li in poi è cambiato tutto – era l’inverno 1998/’99 che poi siamo stati fortunati perché quello è stato l’inverno delle mega mareggiate da nord ovest e arrivavano delle onde su questi beach break che sembrava un point, ci siamo rimasti un po’ tutti sotto!
Nel frattempo invece di tenerci il segreto abbiamo cominciato a invitare tutti in Costarica e tutto ha cominciato a svilupparsi molto velocemente anche se parlando di quel periodi lì con Dereck Hynd anche lui mi ha detto che sono riuscito a vivere il sogno. Avevamo aperto un piccolo surf shop, riparavamo tavole, trovavamo tavole, affittavamo tavole, mangiavamo tavole, trombavamo con le tavole. E’ in quel periodo che ho capito come funziona l’onda.
Sono stato giornate intere a guardare le maree cambiare e a sentire il vento… mi sono fatto una cultura insomma. Poi, per fortuna, ho conosciuto un californiano che mi ha spiegato che cos’è il cross stepping, l’arte di camminare sulla tavola da surf con eleganza, quindi con il mio fisico ho dovuto puntare tutto sullo stile perché fisicamente facevo – e faccio – cacare. Questo ragazzo californiano mi regalò un fish e da lì poi è nato il mio amore per le tavole di un certo tipo e con lui ho anche iniziato a guardare i vecchi filmati di surf e a capire lo stile.
Da quei primi giorni per dieci anni è stato fuoco puro!
Comunque in giro c’era anche gente imboscata strana laggiù, tra narcotrafficanti italiani, personaggi americani strani e, anche se negli anni hanno arrestato un sacco di gente ed è morta un sacco di gente, è stato il più bel periodo della mia vita.
Purtroppo però avevo due soci e, come sai, nelle società uno è poco e due sono troppi… quindi mi hanno fatto fuori diciamo, ho venduto il mio pezzo di terra, il mio pezzo di paradiso e sono andato in depressione. Sono stato due anni in Australia con la mia fidanzata e lì ho capito che il mio viaggio era più in California che in mezzo alla giungla; per via della cultura del surf che hanno, del senso di libertà, del surfare al tramonto onde lisce come l’olio.
Pensando a quel periodo della Costarica, penso che siamo stati fortunati e che ho aperto la via a tante persone. Qualcuno mi è riconoscente, qualcuno ci ha solo fatto del business perché aveva il gas, io quel gas lì non ce l’ho mai avuto e non ho mai neppure avuto quell’attitudine là, quella del dovercela fare… io ho mantenuto il mio stile e non sono diventato un cioccio come tanti.
Quel posto li mi ha fatto chiudere un arco che partiva da un pitecantropo e che si è chiuso con un ragazzo che sapeva come stare su di una tavola e anche al mondo. In definitiva posso dire che laggiù abbiamo avuto tanto, tante onde, tanta vita…

Sei stato uno delle poche persone che è riuscita ad avere un rapporto personale con Derek Hynd, come sei arrivato a lui e al free friction? E come ti sei trovato con Derek?

Foto: Andrea Nacci

Dopo il Costarica e l’Australia io ho sbroccato e con 50 tavole in casa, mille stili, mille trip in testa non ci stavo capendo più un cazzo… gli sponsor non pagavano, le gare… insomma sono andato in crisi mistica e ho cominciato a martellare Derek Hynd via mail, poi in Australia avevo trovato anche dei ganci, avevo cercato Andrew Kidman, perché litmus il suo video uscito nel 1996 mi aveva scioccato… insomma dai e dai sono riuscito a sentirlo, ad aprire una corrispondenza con lui e, alla fine, anche a portarlo in Italia. Quando è arrivato da me abbiamo riciclato una tavola, lui me l’ha resa una tavola adatta al free friction – mi raccomando non chiamatelo finless perché lui sennò si offende – e mi ha introdotto a quella filosofia. Diciamo che mi ha messo su di una via che ho cominciato a capire a pieno solo dopo qualche anno; all’inizio ero gasato come se avessi ricominciato a surfare da capo, pensavo solo a quello, credevo che tutto dovesse girare intorno al free friction e poi interviste, video, pompini, ma poi ho capito cosa voleva dire davvero surfare senza pinne, che cosa è questa filosofia.
Il Free friction è un ritorno alle origini e modo di confrontarsi con gli elementi, quando sei in mare senza pinne non è che prendi tutte le onde che vuoi, devi imparare a selezionarle e poi se prendi le bombe è una storia difficile, considera che senza pinne è veramente un casino anche solo fare un bottom turn e stare nel pocket dell’onda. L’esperienza con Hynd ha cambiato tutto il mio modo di vedere anche il mondo del surf, io gli ho chiesto di tutti, di Tom Curren, di Slater e ho capito molte cose, poi lui mi parlava sempre molto bene anche di personaggi sconosciuti, che sono degli sfattoni buttati lì, gente australiana o sudafricana che non si incula nessuno, che stanno buttati in spiaggia a fare i cazzi loro e non gliele frega niente di nessuno e che sono tra i migliori surfisti del mondo.
Comunque quando lui è venuto qui in Italia abbiamo girato un po’, con alterne fortune in fatto di onde, però poi lui ha scritto un articolo su Surfer Journal e l’ha scritto su David Pecchi, sull’italia e sull’innocenza e il tribalismo che ancora alberga sui nostri point.
Per me l’esperienza con lui è stata come raggiungere un obbiettivo importante, sai conoscere Derek Hynd e avere un articolo su Surfer Journal… tanta roba!
Il free friction mi ha dato tanto, anche a livello di stimoli… che poi mi hanno arrestato e un sacco di cazzi, ma il surfare senza pinne mi ha dato la forza di ritrovare subito il glide.

Tornando all’Italia, l’ambiente del surf non amatoriale non è un ambiente facile, si è provato a fare tante federazioni, molte parole e, spesso, pochi fatti concreti. Come si fa a rimanerci agganciati, a non farsi prendere dalla voglia di mollare tutto? È la dimensione personale quella che conta – le persone, l’ambiente, il proprio sogno da seguire – oppure c’è qualcosa di più?

Bocca diceva Soldi, Soldi, Soldi… io altre prospettive non ne vedo. E così è col surf, federazioni, non federazioni, non lo so, cosa cazzo c’entrano con lo stare in mare?
Ok, diciamo che da una parte c’è l’agonismo e dall’altra ci siamo noi che non siamo agonisti e che quindi non abbiamo il diritto di divertici o di essere fighi come sono loro che invece ci stanno dentro ai circuiti di gare e cazzi… perché sono bravi solo loro che fanno le gare, capito?
Qui in Italia, antropologicamente, c’è stato un cambiamento repentino. Io vedo delle grandi surfate, i ragazzi giovani con le tavolette vanno forte, gente con il longboard si sta avvicinando un po’ allo stile, però bisogna far passare gli anni e surfare ancora tante onde e purtroppo noi in Italia di onde ne abbiamo il giusto.
Bisogna cercare di viaggiare, di cercare le onde e prendersi il tempo per capire; adesso però non è più così, adesso il bimbominkia sta sul suo cellulare si compra il suo bel biglietto, prende l’omogenizzato plasmon, magari fa anche i tubi e ti fa un culo così in acqua e che ci vuoi fare? I tempi cambiano anche se i miti restano però!
C’è da dire però che, alla fine, a questi ciocci sucker jump gli manca qualcosa, prima di tutto la cultura, che è anche semplicemente lo stare in acqua e avere un’attitudine giusta verso i più anziani che magari non sono pesi come loro, ma ci sono da prima, avere considerazione verso le ragazze, verso i bambini…
Che poi dipende tanto dall’atteggiamento che uno ha verso la vita, si pensa che a essere furbi si frega la gente, ma siamo in Italia e qui c’è sempre qualcuno più furbo di te che ti fotte, quindi…sai sei giovane e ti fai prendere, credi di poter fare chissà che… quando ero sulla breccia io non c’erano nemmeno i soldi, adesso c’è un format proprio per i ragazzini che vogliono sfondare, come in uno sport normale; ci sono le solite consuetudini del calcio quasi.
Quando ero giovane io era un delirio, tre federazioni, quattro presidenti, gare con giudici che non dovevano essere giudici, era l’ultima era del surf preistorico… e adesso ci sono le olimpiadi, ci sono le piscine e ci sono questi cazzo di telefonini di merda o di computer e il saggio non lo ascolti più. Magari vanno a fare un viaggio di surf e dopo che si sono fatti mille tubi e sono iper gasati non stanno a pensare alla dimensione personale.
Che poi dai, siamo in Italia, l’ambiente appena c’è due soldi o due fighe scoppia tutto, non siamo in grado di gestire questo sport secondo me. C’è veramente un poseraggio non indifferente che in altri posti c’è lo stesso però lo fanno con meno tracotanza.
Non c’è rispetto, io ho rispetto per i surfisti, per gli skater, per i bambini alle prime armi su una tavola, ho rispetto per tutti quelli che slaidano. Voglio dire a volte una tua parola può sbloccare qualcuno e regalargli qualcosa, invece c’è tutto un mondo che se ne fotte di queste cose.
Per quanto mi riguarda, visto che sto diventando vecchio, mi piacerebbe avere un ragazzo o due a cui passare tutta l’esperienza che ho, tutto quello che ho capito, presentargli tutti i personaggi che ho conosciuto in questo viaggio e aiutarli a crescere interiormente.
Perché si, il tubo lo fai, fisicamente sei a posto, ma se non hai i fondamentali non sei nessuno.
Senza i soldi di papà della fabbrichetta è difficile mandare avanti la tavoletta.

Quindi adesso ti chiedo se c’è qualche progetto in corso, se hai qualche cosa che ti entusiasma da portare avanti nell’ambito del mondo del surf oppure se stai portando avanti il surf soltanto come una “questione privata”.

Con un amico di infanzia con cui surfavo, però su un altro picco per differenza di casta, ci siamo ritrovati dopo trent’anni e lui mi ha coinvolto in un progetto che si svolge per la maggior parte in Nicaragua e che si basa sul fornire ai ragazzi da 0 a 29 anni una specie di scuola che comprende sia l’istruzione che lo sport, compreso il surf ovviamente. I miei progetti adesso sono questi, altro non mi interessa. La gente della mia età pagava per andare sulle riviste io dopo Surfer Journal – e ci sono finito senza paga’ nulla a nessuno – penso di avere raggiunto la vetta e di avere chiuso. Che poi penso che sarebbe bello che anche qualche altro italiano ci finisse come ci sono finito io, per un percorso, una storia… perché puoi anche essere il surfista più forte del mondo, ma se non c’hai niente da dire o niente da lasciare perché il surf continui a essere una cosa bella e non un prodotto da consumare velocemente, non vale nulla.
Mi piacerebbe che il surf rimanesse una cosa pura, nel senso di una cosa alla portata di tutti, non che se surfi sei una specie di adone o Ulisse o chissà chi… cioè vediamo le cose in prospettiva, c’è gente che ti spacca il culo ovunque, gli skater ti spaccano il culo, gli snowboarder, gli sciatori come il nostro Innerhofer o come Dominik Paris che fanno le discese libere a 160 km/h, quindi dai, la storia è bella, il surf è bello, ma diamoci una calmata.
In definitiva penso che arrivati a una certa età si debba cercare di rendere quello che si è preso, aiutare chi ha bisogno, chi magari è meno abbiente a poter avere anche solo una tavola e cercare, se non proprio di raggiungerlo, almeno di vederlo il Sogno.
Comunque, in finale, il surf l’hanno voluto far diventare un business, ora tutti yeah yeah, magliettina, pantaloncino… va bene, io il podio ve lo lascio, ma il rancore non lo ingoio.

Foto per gentile concessione di Jacopo Lorenzo Emiliani, Ivan Trovalusci, Antonio Russo, Serafino Parafino Pittau, Andrea Nacci e David Pecchi.