Le donne (e gli uomini) hanno iniziato a fare surf alle Hawaii, e in altre isole della Polinesia, almeno dal XVII secolo e, nonostante i missionari cristiani cercassero di bandire questo sport, è merito di una principessa hawaiana se è riuscito a rimanere in vita .

Le origini

Prima del suo arrivo in occidente, il surf era un’attività comune sulle isole, praticato da uomini, donne e bambini di tutte le classi sociali; le donne, però, avevano un ruolo più importante di quello che siamo soliti pensare. La mitologia dei nativi infatti è piena di storie sulla mitica principessa di Maui Kelea che la descrivono come una delle migliori surfiste del regno hawaiano, sul semidio Mamala che è raffigurato come un essere metà donna e metà squalo che cavalcava le onde e la più antica tavola da surf che abbiamo ritrovato risale al 1600 e proviene dalla grotta funeraria della principessa Kaneamuna a Ho’okena sulla Big Island.
L’arrivo dei missionari americani nel 19 ° secolo segnò una forte battuta di arresto allo sviluppo e alla promiscuità dello sport, poiché l’intransigenza religiosa di cui erano portatori mal sopportava la vista della pelle scoperta e considerava abominevole il gioco d’azzardo che spesso accompagnava le gare di surf. Quando il gruppo missionario di Hiram Bingham incontrò per la prima volta i surfisti, scrisse: “Alcuni dei nostri, con le lacrime agli occhi, si sono allontanati dallo spettacolo”.
Ben presto, missionari come Bingham cercarono di introdurre i loro sport e le loro attività ricreative per sostituire le tradizioni “selvagge” della gente del posto. Nel 1847, Bingham osservò: “Il declino e l’interruzione dell’uso della tavola da surf con l’avanzare della civiltà, cosa che può essere spiegata dall’aumento della modestia delle persone, dalla loro sopraggiunta industriosità e religiosità”.
Contrariamente a quanto affermava Bingham, il surf non scomparve del tutto e, verso la fine del secolo, visse una rinascita. Gli scrittori di sport moderni spesso si concentrano sugli uomini che hanno contribuito a questa rinascita, come i tre principi hawaiani che impressionarono i californiani con il loro surf nel 1885.
Un contributo enorme però fu dato dalla principessa Ka’iulani che, oltre a contribuire in maniera profonda alla rinascita dello sport alle Hawaii, lo ha persino portato in Inghilterra, dove riuscì a surfare nel canale della Manica
Purtroppo, nel 1899, morì tragicamente all’età di 23 anni per le conseguenze di una infiammazione auto immune conosciuta come “reumatismi infiammatori”, appena un anno dopo che gli Stati Uniti avevano annesso il suo regno.

Il periodo della grande diffusione del surf

Nel corso del XX secolo poi il surf ha continuò a diffondersi in tutto il mondo. In una dimostrazione del 1915 a Sydney, in Australia, il campione olimpico hawaiano Duke Kahanamoku, considerato il padre del surf moderno, mostrò a Isabel Letham, 15 anni, come fare surf. “Sono andata in mare con lui e mi ha letteralmente preso per la collottola e tirato in piedi, sulla sua tavola”.
Da quel momento il contributo che la ragazza dette al mondo del surf fu costante e incondizionato.

Isabelle Letham nel 1915

Sebbene Isabel non sia stata la prima australiana a fare surf, è sicuramente diventata una delle figure più conosciute e importanti per la storia di questo sport. Si trasferì in California, infatti, dove contribuì a introdurre il metodo di salvataggio in mare con il surf inventato dal Manly Life Saving Club australiano nonostante, quando ancora era in Australia, il club le avesse negato l’iscrizione formale perché “non sarebbe stata in grado di gestire le condizioni di mare mosso”.
Durante e dopo la seconda guerra mondiale, il surf divenne un passatempo popolare per i giovani bianchi della classe media in California. Canzoni orecchiabili aiutarono a diffondere lo stereotipo commerciale e l’immagine del surfista californiano in tutto il paese e i Beach Boys furono, loro malgrado, arruolati dall’industria del settore. Contemporaneamente cinema e TV, si accorsero del fenomeno, delegando a una giovane ragazza il compito di portare alle masse quella che consideravano un’esotica cultura giovanile.
Così crearono il personaggio di Gidget, un’adolescente che cavalcava le onde di Malibù e usciva con il suo ragazzo surfista, Moondoggie.

Gidget era un personaggio immaginario basato sulla vita reale della surfista Kathy Kohner che aveva imparato a fare surf da adolescente a Malibu, negli anni ’50, e il cui padre aveva scritto una serie di famosi libri basati sulle esperienze della figlia. I registi di Hollywood adattarono quei libri in diversi film, e una serie televisiva con protagonista Sally Field ebbe un’influenza enorme nella diffusione della cultura surf – anche se in una sua versione edulcorata – in tutti gli Stati Uniti.
Tuttavia, l’industria pubblicitaria dei grandi marchi decise che l’immagine predominante del surfista doveva essere un uomo e che, a differenza dei surfisti originali – che tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo avevano portato lo sport sulla terraferma – questo “surfista” doveva pure essere un bianco. Perciò anche bravissime surfiste native hawaiane, come Rell Sunn, hanno faticato a ritagliarsi il loro spazio nella storia del surf.

Sunn aveva iniziato a surfare all’età di quattro anni a Makaha e, una volta diventata abbastanza grande per competere, cominciò a partecipare alle gare maschili, perché contest dedicati alle donne non ce ne erano, arrivando quasi sempre in finale. Nonostante i media tradizionali fatichino a riservarle il posto che le merita, la sua esperienza è stata così importante per la surf culture che nel 1975, lei e altri pionieri, come Joyce Hoffman e Linda Benson, ispirarono abbastanza donne ad intraprendere lo sport da riuscire a fondare la Women’s Professional Surfing Association e stabilire il primo tour professionale per le donne.

Foto di copertina By Jeremy Bishop