La prima volta che ho messo piede a Donostia era il 1998, arrivai di buio assieme ad alcuni amici su di un vecchio furgone Peugeot J7 del 1964 e parcheggiammo proprio di fronte alla spiaggia della Zurriola.
Appena aperto il portellone la prima cosa che vidi – prima dei palazzi alti 6 piani e prima dell’enorme Half Pipe piazzato a lato del molo Est – fu la grossa scritta Euskadi Ta Askatasuna (terra basca e libertà, in basco), tracciata a grandi caratteri bianchi su un muro proprio di fronte ai miei occhi. Poi, ai piedi della scritta, notai che qualcuno aveva sbombolettato lo stencil di un uomo inginocchiato con il calcio del fucile sulla spalla.


Alla fine degli anni ’90 l’organizzazione indipendentista ETA (acronimo di Euskadi Ta Askatasuna) non aveva ancora dichiarato il cessate il fuoco unilaterale e, meno di sei mesi prima, il partito basco Herri Batasuna era stato accusato di essere il braccio politico di ETA e tutti i sui dirigenti erano stati arrestati. La settimana precedente il mio arrivo anche l’unico quotidiano locale in lingua basca era stato chiuso per fiancheggiamento; la città ribolliva di tensione, ma l’unica cosa che mi interessava era il vento di terra che sembrava dover entrare le mattina seguente.

La Zurriola non è il migliore degli spot dei Paesi baschi ma, dopo mille mila km ai 70 all’ora, la voglia di togliersi le ragnatele dalla gola in una delle taverne del centro di San Sebastian ebbe il sopravvento sulla necessità di arrivare a Bilbao in serata.
Così chiudemmo il furgone, buttammo una coperta sul tetto a tentare goffamente di nascondere le tavole legate sul porta pacchi – il perché di una mossa tanto stupida ancora devo capirlo – e ci avviammo, a piedi, verso i vicoli che circondano La Concha (la spiaggia bene della città, quella dove ci sono le barche e non si surfa). Il centro storico era buio, piena di vita e di scritte GORA ETA! (forza ETA!), che ogni mattina solerti operai del comune provvedevano a cancellare, cosa che invece gli riusciva meno facile da fare con la memoria delle persone.

Molti locali, infatti, servivano Tapas e Calimocho (uno stranissimo mix di vino e Coca Cola) di fronte a lunghe file di fotografie appese, a mo’ di santino, sopra il bancone del bar; così che, mentre bevevamo, i volti di quelli che qui consideravano prigionieri politici stavano lì a ricordarci che quella non era (e non è, a dispetto della narrazione imperante) una terra pacificata.
L’ETA, che lo stato spagnolo considera un gruppo terroristico (d’accordo con l’Unione Europea tutta e pure con l’ONU), è un’organizzazione indipendentista di estrema sinistra che, durante il periodo buio della dittatura franchista, aveva lottato duramente contro il regime, infliggendogli un colpo durissimo: il 20 dicembre 1973, con una bomba piazzata in un tunnel sotterraneo – scavato con le unghie, con i denti e con una smisurata forza di volontà – riuscì infatti a far saltare fin oltre i palazzi Luis Carrero Blanco, capo del governo e successore designato del generalissimo Francisco Franco, e a ucciderlo.
Alla fine del franchismo verrà concessa un’amnistia ai militanti baschi, ma loro non vollero scendere a patti con lo stato spagnolo e continuarono a combattere per la loro terra, che volevano indipendente e socialista, contribuendo ad alimentare una spirale di violenza che si è arrestata soltanto da pochi anni.
Bevemmo poco quella sera e ci rintanammo nel furgone nonostante fossimo riusciti nella non facile impresa di attaccare bottone con alcune ragazze basche, che di andare a letto non volevano proprio saperne. La mattina successiva, assieme all’ennesimo allarme bomba, arrivò anche il sospirato vento di terra che ci ripagò dei chilometri fatti, e delle discutibili scelte ascetiche, facendoci surfare una piccola mareggiata di un metro abbondante, così bella che ci sembrava di essere in una Supertubos in miniatura.

Foto: David Marsili

L’obbiettivo di quel viaggio però non era Donostia, bensì la perla dell’Oceano Atlantico, il paradiso dei goofy footer, sua santità Mundaka.
Quest’onda è un fragile capolavoro della natura, altamente sensibile e influenzabile in modo significativo da sottili cambiamenti atmosferici e variazioni di maree, così come dai cambi di direzione del vento e dalle differenze di portata del fiume che la costeggia. L’onda è il risultato di sedimenti che vengono trascinati dal fiume Oka e che, una volta depositati, vengono scolpiti dall’interazione di maree e mareggiate e danno vita al capolavoro naturale che è il banco di sabbia di Mundaka, diretto responsabile – assieme al profondo canale che si trova alla fine dell’estuario – della vita di questo break leggendario.
Nei giorni buoni la sinistra più bella d’Europa offre corse di 500 mt costellate da tubi spaziali; certo non è cosa da tutti, ma anche il solo vederla ti mette in pace col mondo.
Mundaka è la capitale del surf in Spagna e, in passato, era persino considerata il miglior spot per il surf del Vecchio Continente, così famigerata che Il villaggio di pescatori respira surf tutto l’anno e attira surfisti da tutto il mondo.

Non si sa esattamente quando fu cavalcata per la prima volta e neppure da chi, quello che si sa è che già alla fine degli anni ’60 era il sogno segreto bagnato di una piccola rete di surfisti itineranti. La rivista Surfer nel 1973 pubblicò una fotografia panoramica di due pagine di Mundaka con le onde che si srotolavano, dritte come un righello, attorno alla foce del fiume e con il vecchio paese sullo sfondo; tutti quanti se ne innamorarono. “Non c’è modo di vedere il break finché non sei quasi in cima alla collina”, scrisse nel 1993 il giornalista di surf californiano Kevin Naughton, descrivendo il suo arrivo in macchina a Mundaka. “Poi, quando giri l’ultima curva, vedi uno dei più bei panorami che un surfista possa vedere nella sua vita”.
L’onda però vive di un equilibrio precario, in perfetta simbiosi con l’ambiente naturale che la circonda, e perciò è continuamente minacciata dalla stupidità degli esseri umani. Nel 2005, nonostante i tentativi di fermarlo da parte della comunità locale e dei surfisti di tutto il mondo, il dragaggio della foce del fiume locale ha danneggiato fortemente il famoso banco di sabbia facendo scomparire l’iconica onda. Fu una tragedia, i surfisti locali persero la loro gemma, le gare di surf furono annullate e l’economia della città subì un duro colpo.
Fortunatamente l’onda ha gradualmente recuperato le sue caratteristiche originarie e nuove generazioni di surfisti sono tornate a crescere all’ombra del tubo più famoso d’Europa.
Generazioni particolari quelle dei locals di Mundaka, ragazzi diventati uomini respirando aria e cultura basca, legati indissolubilmente alla propria terra come lo sono alla propria onda, parte di una società che si fa comunità anche attraverso la lotta. Comunità che, tra le tante che non lo sono, ha anche prodotto persone e personaggi così strettamente assorbiti dal proprio substrato culturale che uno di loro, pioniere di Mundaka e campione spagnolo di surf, una decina di anni fa è stato indagato per favoreggiamento esterno a ETA. Così, fino a poco tempo fa, stavano le cose in questo angolo d’Europa.
Tornando a noi, la cronaca dei miei primi giorni a Mundaka non è degna di entrare negli annali, solo un surfista in erba incapace di godere di una mareggiata troppo grande, ma tanto bastò per respirare quel posto e rimanerne stregati. Più volte, negli anni, sono tornato da quelle parti riuscendo forse a capire, anche se soltanto per un attimo, quanto Mundaka ta Askatasuna possa essere sinonimo di Euskadi Ta Askatasuna e quanto Terra Basca e Libertà non debba per forza essere sinonimo di bombe che saltano per aria.